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Leningrado. Memorie di un assedio

La storia dell’assedio

 

Nel 2014 Daniil Granin (1919-2017), autore, insieme ad Ales Adamovič (1927-1994), del monumentale Il libro dell’assedio (Blokadnaja kniga), fu invitato al Bundestag tedesco per raccontare, nel Giorno della memoria delle vittime del nazionalsocialismo, la tragedia di Leningrado. Quel giorno sancì il riconoscimento ufficiale da parte del governo tedesco della catastrofe perpetrata da Hitler e dalla Wermacht nei confronti del popolo russo e in particolare della città di Leningrado.

«Città-eroe», «città-martire», la città voluta e fondata da Pietro I divenne alla fine della guerra il simbolo dello spirito indistruttibile dei suoi abitanti e, per estensione, dell’intera popolazione dell’Unione Sovietica che in quel conflitto pagò, in termini di vittime, il tributo più alto. 

Grazie alle fonti primarie e agli studi condotti in più di mezzo secolo disponiamo ora di dati, documenti e materiali che hanno permesso di capire le premesse e le conseguenze di questa vicenda, di conoscere, ad esempio, i motivi che spinsero Hitler a puntare l’attenzione – e la parte migliore del suo contingente bellico – su Leningrado oppure di chiarire i dubbi e le opposte visioni circa la strategia che i tedeschi volevano adottare una volta capito che le 12 settimane previste per conquistare la città si sarebbero trasformate in un arco temporale decisamente più lungo. Gli storici ci hanno permesso di capire molti aspetti del fenomeno: quali informazioni giungevano realmente alla popolazione, come si modificava lo stato d’animo dei cittadini col passare del tempo e il peggioramento della situazione generale, sia al fronte sia nella città assediata, i motivi per cui s’innescavano o rimanevano isolate le proteste interne, qual era il ruolo della religione nelle varie fasi dell’assedio e così via.

 

Hitler aveva così a cuore la conquista di Leningrado per tre motivi di ordine strategico e simbolico: l’elevato potenziale bellico e industriale della città, in cui erano dislocate le principali fabbriche militari e che da sole rappresentavano più del 10% del PIL dell’intera Unione Sovietica; la posizione strategica di Leningrado; il significato simbolico della città: agli occhi di Hitler Leningrado era il fulcro della rivoluzione bolscevica e del ribelle spirito russo e il suo annientamento avrebbe inferto una ferita profonda nel morale delle truppe e parimenti innalzato quello degli aggressori. 

D’altro canto anche l’eroica resistenza dei cittadini sotto assedio subì fasi alterne, caratterizzate da un’improvvisa riscoperta dell’orgoglio patriottico, messo a durissima prova nei momenti più difficili dell’assedio. La famiglia rimaneva l’unico punto fermo nel marasma incandescente dei bombardamenti o nel silenzio tombale dei giorni sempre uguali. L’idea di una piccola comunità dava un minimo conforto alle persone e permetteva anche una divisione razionale dei ruoli: un membro poteva uscire a fare la fila nel negozio per recuperare un po’ di cibo, mentre l’altro restava a casa con gli anziani e i bambini. Certo, non mancarono episodi di violenza, delazioni, omicidi, atti di cannibalismo. Ma se nel complesso il tessuto sociale non si sfaldò del tutto fu proprio grazie alle relazioni più strette instaurate entro le mura domestiche, in piccole cerchie di affetti pronti a tutto per difendersi l’un l’altro. 

Da questi pochi esempi si capisce che la narrazione monolitica dell’assedio che si è via via andata formando nella storia, scritta prima dall’Unione Sovietica e poi dalla Russia, è in realtà un intreccio complesso di fattori militari, economici, politici e sociali il cui esito avrebbe potuto essere completamente diverso se uno degli elementi chiamati in causa avesse influito in altro modo sugli altri. Come si può allora raccontare l’assedio?

 

Narrare l’inenarrabile: la letteratura intermedia di Lidija Ginzburg

 

Lidija Ginzburg (1902-1990) ha avuto la possibilità di essere testimone dell’intero “esperimento” sovietico del XX secolo. Un rapido sguardo alla sua data di nascita permette di fare qualche calcolo: la Ginzburg aveva 3 anni quando ebbe luogo la prima rivoluzione, 14-16 anni quando scoppiò la guerra mondiale e la Rivoluzione, con guerra civile a seguire, e 37 all’inizio del secondo conflitto mondiale. La sua infanzia, adolescenza e maturità furono perciò segnate da episodi violenti e traumatici. A ciò si aggiunge la sua scelta professionale che le causò non pochi guai con il regime (sempre ai ferri corti con l’intelligencija non proprio allineata), così come la sua origine ebraica, altrettanto invisa al potere sovietico il cui antisemitismo, sempre latente, esplodeva a più riprese in campagne d’odio e aperte persecuzioni. 

Questa filologa formalista di seconda generazione conosce molto bene la tradizione letteraria russa, ne è un’acuta studiosa e critica e questo non può non trovare riflesso nella sua scrittura, in particolare nella sua opera più importante che si muove in un territorio incerto, una zona intermedia tra la fiction e la non fiction. Intendiamoci: definire un genere letterario in Russia non è mai stato semplice. Puškin e Gogol’ ci hanno insegnato che esistono romanzi in versi e poemi in prosa e spetta all’autore di Guerra e pace la più spiazzante definizione del proprio capolavoro: «non un romanzo, ancor meno un poema epico e ancor meno una cronaca storica […], ma ciò che l’autore voleva ed è stato in grado di esprimere nella forma in cui è stato espresso».

 


Così Ginzburg traccia un confine mobile tra la prosa documentaria e la prosa di finzione; ispirandosi a molti autori del passato come Rozanov (Foglie cadute), Šklovskij (Viaggio sentimentale), Herzen (Passato e pensieri), ma soprattutto il Tolstoj dei Diari e il Proust della Recherche, la sua scrittura rientra nel genere della cosiddetta “letteratura intermedia” (promežutočnaja literatura) nella quale si legano esperienze individuali, generalizzazioni storiche, schizzi realistici, riflessioni psicologiche e molto altro.

Tale “narrazione” (povestvovanie) si estende per oltre quarant’anni. Il primo nucleo delle Memorie risale al 1943-1944, quando Lidija Ginzburg decise di descrivere il tentativo di un personaggio fittizio di fissare per iscritto un giorno della propria vita nelle condizioni estreme della Leningrado assediata. Il testo si chiamava Una giornata di Otter (Den’ Ottera). Quasi vent’anni dopo, nel 1962, l’uscita sulla rivista “Novyj Mir” (Il nuovo mondo) del celeberrimo racconto di Aleksandr Solženicyn, Una giornata di Ivan Denisovič (Odin den’ Ivana Denisoviča) colpì nel profondo la scrittrice che decise di rimettere mano al testo e inscrivere la sua narrazione nel racconto totale della città sotto assedio. Il nuovo testo prese il nome di Appunti di un uomo dell’assedio (Zapiski blokadnogo čeloveka) e venne pubblicato nel 1984 sulla rivista “Neva”. Le due versioni in gran parte coincidono, benché per composizione e struttura siano molto diverse.

 

Questo secondo testo uscì infine nel 1989, curato dalla scrittrice, all’interno del volume Čelovek za pis’mennym stolom (Un uomo alla scrivania). Andrej Zorin ed Emily Van Buskirk hanno infine dato alle stampe nel 2011 l’edizione critica dei diari in cui ripercorrono la genesi e le trasformazioni dell’opera, mentre nel 2018 la casa editrice Eksmo ha ripubblicato gli Appunti di un uomo dell’assedio in una nuova edizione che include anche alcuni ricordi della scrittrice non soltanto riferiti agli anni dell’assedio (Zapiski blokadnogo čeloveka. Vospominanija).  

L’edizione italiana Leningrado. Memorie di un assedio (Guerini e Associati, 2019), come quella inglese e francese, si rifà alla versione del 1989 ma contiene anche alcuni preziosi documenti tratti dalla pubblicazione del 2011 (precisamente dalla Seconda parte, Vtoraja čast’), come spiega la curatrice e traduttrice Francesca Gori nella bella introduzione che oltre ad affrontare la genesi del libro permette al lettore di orientarsi nel mondo descritto da Lidija Ginzburg.

Il nucleo tematico di questi frammenti si raggruma attorno ai 900 giorni dell’assedio di Leningrado e si dipana in una narrazione polifonica, rifratta in più voci e sguardi: dell’autrice, di N., di “noi”, degli “altri”. L’impersonale e il personale si rimbalzano a vicenda, andando a costruire un mosaico in cui si alternano narrazione onnisciente interna, appunti e digressioni personali, esempi di analisi sociologiche.

La scrittrice riserva grande attenzione all’aspetto fattuale dell’assedio, descrivendo le alterne vicissitudini degli oggetti: ora «le cose avevano abbandonato il loro posto, erano come sfocate, i loro contorni si confondevano in una massa indistinta» (p. 28), ora «gli oggetti cominciarono lentamente a riacquisire il loro significato» (p. 31). Si reinventano i rapporti con le case, al tempo stesso difesa e minaccia dei cittadini sotto assedio, ultimo rifugio dalle bombe e dal vuoto delle strade, ma anche monumento silente dello sfacelo della guerra, simboleggiato dai tetti divelti, dalle fondamenta a cielo aperto, dai muri crollati.

 

Spesso durante il racconto l’autrice si stacca da ciò che descrive “in presa diretta” e si presenta come voce estranea, altra, capace di far scontrare la più quotidiana e banale delle realtà con riflessioni extra-narrative e meta-letterarie: «Il pranzo, che dovrebbe essere qualcosa di momentaneo ed effimero (un piatto di zuppa, qualche grammo di kaša) assume un’importanza esagerata e viene rallentato, secondo le leggi classiche della costruzione narrativa» (p. 35).

Altrove invece Ginzburg stenografa vite altrui, raccoglie piccole storie – di O., di M., dell’artista – ruba frammenti di vita: piccoli litigi coniugali, dialoghi che si catturano in fila davanti ai negozi (viene spontanea l’associazione con il famoso romanzo di Sorokin La coda).

Alla fame e ai suoi effetti sul corpo e sulla mente umana Ginzburg dedica molte pagine, oscillando tra la più cruda sintesi descrittiva e il tentativo di dare al lettore una fenomenologia del comportamento umano in condizioni estreme. D’altronde la fame e la distrofia alimentare sono forse il dato più scioccante di questa tragedia: secondo gli ultimi calcoli degli storici il numero complessivo di vittime per mancanza di cibo va dagli 800.000 al milione; in alcuni giorni toccò punte di 15-20 mila morti. 

Di fronte alla chirurgica esattezza dei dati la parola ingaggia un corpo a corpo per farsi memoria, testimonianza e atto di resistenza.

 

Parole e immagini sull’assedio

 

Oltre alle centinaia di articoli, saggi e monografie che trattano da un punto di vista scientifico il tema dell’assedio di Leningrado esistono altrettante testimonianze dirette e soprattutto opere artistiche dedicate all’argomento, alcune nate proprio in quei terribili giorni, come la magistrale settima sinfonia di Dmitrij Šostakovič, composta nel 1941 ed eseguita per la prima volta l’anno seguente, diffusa in una Leningrado già trasfigurata dall’assedio, per infondere forza e coraggio agli abitanti. Stesso obiettivo aveva la voce di Ol’ga Berggol’c che attraverso Radio Leningrado esortava le donne e gli uomini a non cedere, a non perdere la speranza. 

Sono oltre 200 i diari tenuti durante l’assedio e giunti fino a noi, oggi conservati nelle biblioteche, negli archivi e nei musei di San Pietroburgo. Quello della Berggol’c, segretissimo, tenuto nascosto persino al marito, è stato pubblicato in italiano nel 2013 (Diario proibito, trad. di N. Cicognini, Marsilio editore). Uno sguardo ancora più interessante sulla vicenda è quello offerto in Il diario di Lena (Mondadori 2013, trad. di V. Parisi) perché è il punto di vista di una ragazza sedicenne, alle prese con gli esami di fine anno, impegnata a uscire con le amiche e a scoprire l’amore; una ragazza come tante in cui la normalità è bruscamente interrotta per lasciare il posto a scenari sempre più orrifici: le riflessioni spensierate affidate al diario lasciano il posto a descrizioni crudeli, pensieri oscuri, bollettini di morte. All’inizio dell’assedio Lena si improvvisa infermiera per aiutare i feriti di guerra, mentre l’elettricità, le scorte di cibo e acqua iniziano a scarseggiare. Rimasta sola, dopo la morte della nonna e della madre, si aggrappa disperata alle pagine del diario, trova nella scrittura l’unica tregua possibile, un campo di battaglia per la vita, nella speranza di un futuro diverso. 

 

Ancora, tra le letture fondamentali è impossibile non citare La mia guerra nella Leningrado assediata (Moja vojna v blokadnom Leningrade, Algoritm, 2017) del grandissimo studioso Dmitrij Lichačev (1906-1999) che così riassunse l’esperienza vissuta con la moglie e i due figli: «Penso che la vita autentica sia la fame. Tutto il resto è un miraggio. Nella fame le persone hanno fatto vedere chi erano, si sono messe a nudo, spogliate da qualunque orpello: alcuni sono risultati essere eroi incredibili e impareggiabili. Ma ci sono stati anche i malvagi, le canaglie, gli assassini, i cannibali. Vie di mezzo non ce n’erano».

Il più recente contributo letterario apparso in lingua italiana è il volume Leningrad di Igor Vishnevetsky (Cafoscarina 2019, a cura di D. Rizzi e L. Ruvoletto), un’opera che ha molti aspetti in comune con le Memorie della Ginzburg, a partire dalle complicazioni di genere: l’autore lo chiama povest, “racconto lungo”, richiamando subito all’orecchio la tradizione della povest documentaria (dokumental’naja povest’), e perciò della letteratura documentaria (dokumental’naja literatura) già attiva negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Il libro si configura come una raccolta sperimentale di «citazioni dirette e indirette che raccontano fatti realmente accaduti o frutto di fantasia» che l’autore si è limitato a «disporre in un determinato ordine». Anche qui numeri e statistiche convivono con la poesia, momenti lirici di alta tensione emotiva si schiantano nella freddezza dell’analisi, in una composizione, ma verrebbe da dire “partitura” (grande spazio è, infatti, riservato alla musica), che intrattiene col linguaggio del ritmo un dialogo serrato. Dall’opera Vishnevetsky ha ricavato anche un film omonimo (2014-2015) di cui è regista. 

Egli non è il solo ad aver affidato alla macchina da presa la propria versione dei 900 giorni. Anche il lungometraggio del 2005 di Sergej Loznitsa deve fare i conti con le questioni della verità e della finzione, della grammatica cinematografica che non sembra più in grado di fingere. L’assedio (Blokada) è un found footage basato sui filmati d’epoca, montati senza parole né musica e interrotti soltanto da suoni e rumori – spesso agghiaccianti – che fanno da sfondo alle immagini prive di commento. L’uso del sonoro è la firma del regista che immette un nuovo significato nella cronaca per immagini. 

 

In un certo senso agli antipodi si situa il progetto di Aleksandr Sokurov del 2009 Leggiamo Il libro dell’assedio (Čitaem Blokadnuju knigu) che, al posto delle immagini e dei suoni, pone al centro le parole, quelle di Granin e Adamovič: una decina di abitanti della Pietroburgo di oggi leggono in uno studio televisivo brani tratti da Il libro dell’assedio. Ancora una volta un collage, un assemblarsi di voci che sembrano affermare l’esigenza dell’arte di trovare una strada che passi forzatamente dal dato reale, storicamente fissato e tramandato nel tempo, per raccontare ciò che sembra andare l’oltre l’umana comprensione. Lo stesso impulso che permette a Svetlana Aleksievič di muoversi sul crinale tra il documento e la letteratura, con l’obiettivo – forse non unico, ma certamente comune a tutte queste opere – di restituire ciò che è stato tolto, di svelare ciò che è stato nascosto, di ricordare ciò che è stato dimenticato.

 

Leningrado. Memorie di un assedio è la seconda uscita della collana “Narrare la memoria” (Guerini&Associati) promossa da Memorial Italia. L’obiettivo è raccogliere opere inedite della letteratura dell’Europa dell’Est dedicate agli eventi che hanno segnato la storia del Novecento. La collana si propone di recuperare e diffondere questo patrimonio, in cui le esperienze personali e le testimonianze dei singoli protagonisti, filtrate dalla narrazione autobiografica, s’intrecciano allo scenario storico, politico, culturale e letterario del periodo.

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