L’Oriente e la retorica di Trump

Difficile dire cosa cambierà per l’Asia, con Trump. Non sono un politologo né un giornalista.

Il primo pensiero è per la Cina. La retorica del magnate paventa dazi e disincentivi alla delocalizzazione industriale. Posizione un po’ obsoleta: la Cina è alle prese con una propria delocalizzazione (verso il SudEst asiatico, Indonesia, Cambogia, Vietnam). La vecchia fabbrica del mondo non c’è più, gli oligarchi stanno guidando la riconversione dell’apparato produttivo, non più orientato all’export ma ai consumi interni. E per quel che ne so da tempo si parla di rilocalizzazione, termine astruso per dire che certe produzioni tornano negli Usa e in Europa. Forse l’unico settore che non può rientrare è quello siderurgico, ma non a caso Trump porta a esempio un’altra industria, come quella dei computer.

Potrebbero soffrire un po’ i Paesi del sudest che, con un costo del lavoro ormai molto più basso di quello cinese, stanno già crescendo grazie all’industria per l’export – la borsa indonesiana è da record. Meno soffrirà l’India, più defilata. Ma tutta l’Asia meridionale e orientale sta vivendo un periodo di crescita prolungata, i consumi interni sono abbastanza solidi, e nuove fette di popolazione povera entrano nel mercato.

 

 

Mi diverte invece pensare a cosa possa accadere a quei tycoon asiatici che da tempo tengono le cassaforti di famiglia negli USA oltre che in Europa – e tra questi gli oligarchi cinesi, fieramente impegnati in patria in una campagna contro la corruzione… degli altri! Mi sembra che le economie mondiali siano troppo interconnesse perché se ne possano spezzare i legami: la Cina detiene parte consistente del debito statunitense ed è in grado con poche mosse di modificarne appetibilità sul mercato e costi, e chissà forse anche rating. Molti sono gli indiani residenti in USA, che lì pagano le tasse e penso che a Trump facciano comodo.

 

In politica estera il problema è il Mar Cinese Meridionale, che la Cina rivendica in toto. Acque lontane in certi casi migliaia di chilometri dalle sue coste e poche decine di chilometri dalle coste di Vietnam, Malesia, Filippine. Gli Usa di Obama si ergevano a paladini dei paesi del SudEst. Ma la diplomazia cinese è abile. Ho l’impressione di una forte capacità di alternare il bastone e la carota: prendersi gli idrocarburi sotto i fondali oceanici con una mano, e allungare favori con l’altra. Il terribile showman filippino Duterte ha dimostrato quanto i soldini – e forse soprattutto i turisti – cinesi possano sganciare i paesi del SudEst dall’orbita statunitense. L’isolazionismo di Trump potrebbe semplicemente ratificare uno stato di fatto.

Una eventuale apertura a Putin potrebbe, in verità, dare più fastidio che altro a Cina e l’India, contigui geograficamente alla Russia e sempre attenti – la Cina in particolare – al posizionamento dei paesi centroasiatici dell’ex impero sovietico: i cinesi hanno mire espansionistiche da quelle parti, celando sotto il fascinoso nome di Nuova Via della Seta anche progetti di installazioni militari.

 

Personalmente ho una mezza idea che Trump sia un po’ come Berlusconi: un forte impianto ideologico e propagandistico sotto il quale c’è poco. E come il nostro magnate non ha fatto nulla di significativo per vent’anni – riduzione delle tasse? freno all’ondata migratoria? i dazi di Tremonti? – così potrebbe essere per Trump.

 

Resta, però, la retorica. L’uomo forte, il padre della nazione. Il segmento più alto della classe media cinese non si è nutrito di alcun sentimento di affinità culturale con l'America, da cui si sente attratta per mere questioni economiche. Trump o non Trump, poco cambia. Certo la narrazione cucinata in campagna elettorale potrebbe trovare in Asia alleati di immagine o epigoni terribili e feroci. Ma Modi in India, ora Duterte nelle Filippine e Xi Jinping in Cina sono da tempo su quella strada. Forse questo è il fatto significativo: con la retorica di Trump gli Usa imboccano una strada già aperta dall’Asia. 

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