Meravigliose farfalle e falene

«La farfallina color zafferano che veniva ogni giorno a trovarmi al caffè, sulla piazza di Dinard, e mi portava (così mi pareva) tue notizie, sarà più tornata, dopo la mia partenza, in quella piazzetta fredda e ventosa?». Così s’interroga Montale a metà degli anni Cinquanta nella breve prosa intitolata La farfalla di Dinard, che mescola con poche pennellate fulminee ironia, amore, ricercatezza di stile attorno alla figura evanescente della “farfallina color zafferano”. Farfalle e falene, in effetti, sono da sempre fonte di ispirazione per la letteratura e per la poesia, nonché per le arti visive. Se è vero che una serie per lo più continua di riprese, rimodulazioni, rivisitazioni corre tra gli antichi miti classici dedicati a Psiche (farfalla/anima, in greco) e le numerose occorrenze di farfalle e falene nella letteratura italiana del Novecento (Montale, appunto, ma anche De Pisis, Levi, Gozzano, per limitarsi a pochi ovvi nomi), allo stesso modo un filo pressoché ininterrotto lega le rappresentazioni rupestri di lepidotteri nel Neolitico ai recenti mosaici di farfalle, ad esempio, dell’artista Damien Hirst. 

 

Occorre notare, tuttavia, che questa sorte di “celebrità” delle farfalle è un unicum tra gli insetti. Pochi, infatti, sono gli insetti comunemente inclusi nell’arte e nell’iconografia, forse perché troppo dissimili da noi, oppure troppo “ovviamente” diffusi (si pensi ad esempio a mosche o zanzare) o di dimensioni troppo ridotte per colpire la nostra immaginazione. Fanno eccezione le api laboriose che, in una visione inevitabilmente utilitaristica delle biodiversità, producono il miele che consumiamo. E, appunto, le leggiadre farfalle, in grado di suscitare in noi così tanta ammirazione da farci dimenticare che da larve divorano le nostre colture. Insomma, di farfalle e (pur se in misura minore) di falene pare che gli esseri umani siano stati innamorati da sempre; gli artisti, poi, continuano a vedere in esse un’ossessione, una delizia, una fonte inesauribile di ispirazione. 

 

Lo stesso è stato senz’altro vero anche per William Jones, naturalista, artista e uomo d’affari londinese del XVIII secolo, autore di una monumentale collezione di acquerelli di farfalle e falene in sette volumi, le Icone, appena pubblicata da Einaudi in una veste editoriale estremamente raffinata. 

Realizzate tra il 1780 e il 1810, le Icone si compongono di 1292 dipinti singoli di 856 specie di Lepidotteri. Il manoscritto contenente i dipinti era originariamente organizzato in sette volumi, tutti (tranne il settimo) raffiguranti esemplari che Jones aveva esaminato di persona, o perché appartenenti alla sua collezione oppure alle collezioni di naturalisti con i quali era personalmente in contatto. Il lavoro, come nota Alberto Zilli in una delle numerose note introduttive alle sezioni del libro, si colloca in una fase cruciale dello sviluppo della lepidotterologia, quando – specialmente a Londra – la crescente influenza britannica sui commerci di tutto il mondo aveva consentito come mai prima di allora l’afflusso di merci, oggetti ed esemplari di specie animali esotiche. Di questo clima di fervida passione per le specie animali in generale e per i lepidotteri in particolare Jones è uno dei principali propulsori, pienamente inserito nel dibattito scientifico-naturalistico del tempo (era membro della Linnean Society, da poco istituita e dove Charles Darwin e Alfred Russel Wallace avrebbero presentato nel 1858 la prima formulazione della Teoria dell’Evoluzione).

 

Anche dal punto di vista tassonomico, le Icone aderiscono con precisione (e con pochissime, interessanti, eccezioni) all’avanguardia scientifica del tempo, cioè i raggruppamenti stabiliti per farfalle e falene da Carlo Linneo nella dodicesima edizione del suo Systema naturae del 1767. La loro importanza per la tassonomia dei lepidotteri si deve, inoltre, all’impiego nel 1787 da parte di Johann C. Fabricius di 231 tra i disegni di Jones per catalogare specie di farfalle di cui il grande allievo di Linneo non aveva mai visto un singolo esemplare. Questo significa, in altre parole, che i disegni delle Icone diventano iconotipi, cioè, come accadeva non infrequentemente a quel tempo, diventano il modello di identificazione per 231 nuove specie delle quali non si era mai visto di persona alcun esemplare. 

 

Con le Icone, l’operazione editoriale di Einaudi è ricercata e di sicuro impatto: sfogliare una ad una le oltre 680 pagine del volume in grande formato, ammirando i colori caldi e pastosi delle riproduzioni dei disegni di Jones, assicura un’esperienza estetica di rara qualità. Gli acquerelli di Jones sono belli, molto belli; a differenza della grande disegnatrice e naturalista del Seicento Maria Sybilla Merian, che rappresentava olisticamente farfalle e falene insieme alle loro piante nutrici, combinando esattezza descrittiva e tradizione della pittura floreale decorativa olandese, Jones adotta la prospettiva rigorosa del tassonomista e dello scienziato. Nello spirito di Linneo, riproduce ogni farfalla in modo quanto più possibile realistico, isolata, per facilitarne l’esame e l’identificazione; la resa è sia in prospettiva frontale, con le ali spiegate dal lato superiore (in ciò riecheggia la pratica, al tempo solo da poco consolidata, di fissare le farfalle in contenitori e teche, tutte allo stesso modo, per conservarle meglio) sia in prospettiva laterale, con le ali ripiegate in una posa naturale.

 

 

A motivo di questa soluzione grafica standardizzata, inoltrarsi – magari scorrendo le pagine velocemente – lungo le sette sezioni delle Icone fa all’incirca lo stesso effetto delle cronofotografie o immagini in movimento di Muybridge: da un momento all’altro, di pagina in pagina, si ha l’impressione che le centinaia di farfalle riprodotte debbano spiccare il volo… 

C’è un elemento ulteriore, dell’impresa editoriale di Einaudi, che vale la pena mettere in luce. Come nota in un breve scritto introduttivo Paul Smith, direttore del Museum of Natural History dell’Università di Oxford, i disegni di farfalle e falene di Jones, a parte l’ovvio valore in termini di qualità estetico-artistico e qualità scientifico-naturalistica, sono rilevanti anche per l’odierna biologia della conservazione. Infatti, le Icone offrono un dettagliato documento del mondo pre-industriale delle farfalle e molte delle specie che Jones illustra sono oggi – a fronte della riduzione dell’abbondanza di insetti di circa il 45% su scala globale negli ultimi cinquant’anni – estinte (localmente o in assoluto) oppure in serio pericolo di estinzione. Si tratta, quindi, di una sorta di mappatura effettuata da Jones in base a quello che aveva sotto agli occhi o che altri naturalisti del tempo avevano avuto sotto agli occhi. 

 

Anche oggi, nella moderna biologia della conservazione, si fanno analoghe mappature dello “stato di salute” delle popolazioni di farfalle, benché con mezzi diversi. In particolare, in tempi recenti, la biologia della conservazione ha acquisito una nuova fondamentale risorsa nella citizen science, ossia l’attività scientifica condotta da membri del pubblico indistinto in collaborazione con scienziati. La piattaforma gratuita iNaturalist, ad esempio, disponibile sia in versione web sia come app per mobile (https://www.inaturalist.org), consente liberamente a tutti i cittadini, visitatori di parchi naturali e amatori naturalisti di registrare “in diretta” le osservazioni di piante e animali in natura attraverso le proprie fotografie digitali. Se Jones disegnava ad acquerello esemplari dettagliatissimi, anche ai fini dell’identificazione delle specie (come accade con Fabricius), oggi cittadini ed entomologi dilettanti “disegnano” condividendo le informazioni digitali circa ciò in cui si sono imbattuti, all’interno di un parco o in un’area urbana. In questo modo, la cittadinanza contribuisce attivamente alla costruzione di uno straordinario set di dati globale sulla biodiversità, con conoscenze che vengono poi utilizzate dai ricercatori impegnati nella messa a punto di strategie per la conservazione biologica. 

 

Come accennato appena sopra, c’è un legame molto stretto tra la qualità estetica delle immagini di Jones (la loro bellezza) e il rigore scientifico delle riproduzioni, correntemente utilizzate per lo studio e la ricerca dai naturalisti del tempo. Bellezza e scienza si integrano armonicamente e Jones è in grado di preservare l’attrattività estetica dei disegni senza nulla togliere alla loro esattezza descrittiva. È possibile affermare che anche nelle attuali piattaforme digitali di mappatura delle biodiversità, applicate al caso specifico dei lepidotteri, sussiste un tale rapporto tra “esteticità” delle immagini e dati scientifici?

È quanto chi scrive (Leonardo Dapporto e Mariagrazia Portera, entrambi ricercatori dell’Università di Firenze, in Estetica – Mariagrazia e in Zoologia – Leonardo) sta cercando di capire attraverso il progetto “Unveiling”, finanziato dall’Università di Firenze e che raccoglie attorno a sé, in questa prima fase, un gruppo di sei ricercatori, tra docenti, assegnisti e collaboratori (qui le info del progetto). 

 

Unveiling cerca di “svelare”, appunto, quale sia e quale potrà essere il ruolo della dimensione estetica nelle strategie di conservazione delle specie a rischio, con riferimento specifico al caso di studio delle farfalle europee. Siamo più pronti e motivati a difendere le farfalle che sperimentiamo come “belle”? In generale, che cosa significa che una farfalla venga giudicata esteticamente “bella”? L’esperienza estetica di una determinata forma animale – il fatto che la si riconosca come attraente oppure brutta, disgustosa oppure graziosa ecc. – agisce da propulsore, o all’opposto da deterrente, nella decisione di prendersene cura e di mettere in atto strategie di difesa e conservazione? 

 

Per rispondere a queste domande, verrà analizzata una gran mole di dati, procedendo principalmente lungo due direzioni, una indiretta e l’altra diretta: in forma indiretta, attraverso l’analisi estetica delle foto-segnalazioni di farfalle europee caricate su “i-Naturalist”; in forma diretta, attraverso l’analisi dell’apprezzamento estetico delle farfalle (nella globalità delle sue componenti: percettiva, emotiva, cognitiva, immaginativa) per mezzo di un apposito test di valutazione online. A parità di rischio di estinzione, risultano infatti più frequentemente inserite nelle liste le farfalle più grandi, più colorate, più appariscenti, più vivaci. In una parola, più belle. In questo senso, ci si può chiedere se le liste di protezione attualmente in uso riflettano fedelmente la situazione della fauna in pericolo nell’Antropocene oppure no!

 

Ma non basta fermarsi al riconoscimento e quantificazione di una sorta di “bias estetico”, quasi che la bellezza e l’esperienza estetica fossero inclinazioni “soggettive” e irrazionali dalle quali il buon ricercatore o il buon visitatore di parchi naturali dovrebbe astrarre, per mantenere un occhio oggettivo sulle reali necessità di tutela. Come insegna Jones, bellezza e scienza, fascinazione estetica ed esattezza scientifica possono e debbono trovare la loro conciliazione, senza che la prima ceda nulla all’altra o viceversa. 

Quel che è opportuno verificare, allora, procedendo al di là di bias e inclinazioni, è l’autentico potenziale motivante e propulsore dell’esperienza estetica, “dispositivo” di cui le strategie di tutela non possono fare a meno se intendono garantirsi reale efficacia. Siamo Homines aesthetici da sempre: la dimensione estetica è infatti, anche da un punto di vista evolutivo, un tratto caratteristico della nostra specie e il nostro primo strumento di orientamento nel mondo. Il bello ci chiama, ci attrae, ci motiva; il brutto ci affascina e a un tempo ci ripugna; il sublime e la profonda meraviglia sono sentimenti misti che ci scuotono l’anima… nel corso della vita, rimoduliamo, educhiamo e riconfiguriamo un atteggiamento o abito estetico i cui “building blocks” affondano le loro radici in un passato persino pre-umano. In una parola, dell’estetico non possiamo prescindere, poiché così facendo prescinderemmo da una componente essenziale dell’umano! 

 

Da circa una decina d’anni, in Europa, la piattaforma interdisciplinare delle cosiddette Environmental Humanities ci insegna che, se vogliamo affrontare le grandi questioni ecologiche e ambientali del nostro tempo garantendoci una qualche speranza di successo, non possiamo fare a meno dello sguardo degli umanisti. Se è vero – come è vero – che l’attività umana è la causa principale dell’attuale crisi ecologica, le scienze umane possono e devono fornire il loro contributo alla discussione. Come sostiene, ad esempio, Telmo Pievani: è ora di procedere in direzione di un vero “ecologismo umanista”; l’ecologismo è una forma di umanesimo. Anche la lettura del meraviglioso libro di disegni di Jones, e l’esperienza estetica che esso consente, aiutano a mostrarci la via verso questo difficile ma necessario traguardo. 

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