Miljenko Jergović, L’attentato di Sarajevo

Cesare Lombroso non lo avrebbe degnato di uno sguardo. Perché Gavrilo Princip, il ragazzo che ammazzò l’Arciduca Franz Ferdinand e sua moglie Sophie a colpi di Browning M 1910 calibro 7,65 la domenica del 28 giugno 1914 a Sarajevo, non aveva i connotati dell’“uomo delinquente” delineato dell’antropologo veronese nel 1876. Niente fronte sporgente né orecchie grandi, asimmetrie nel volto o braccia troppo lunghe. Anzi, nelle foto appare come un giovane con la barbetta da hipster ante litteram, gli occhiali da intellettuale, lo sguardo intenso. Amava scrivere poesie e nei quattro anni trascorsi nella terribile prigione di Terezin, dove morirà di tubercolosi prima del suo ventiquattresimo compleanno, confessò che a mancargli più di tutto erano i libri.

    

Eppure, ancora oggi, sulle spalle del ragazzo bosniaco di Obljaj pesa una colpa terribile. Quella di avere acceso la miccia dell’“inutile strage”, come Papa Benedetto XV definì la Prima guerra mondiale, che lasciò sui campi di battaglia più di 10 milioni di morti e oltre 20 milioni di feriti. L’Austria-Ungheria e gli Imperi Centrali, infatti, considerarono l’attentato di un gruppo di ragazzi affiliati alla Mlada Bosna-Giovane Bosnia come il pretesto perfetto per aprire le ostilità dichiarando guerra al Regno di Serbia. E dare fuoco alle polveri di uno scontro che sarebbe divampato presto in tutta Europa, trascinando nel conflitto, in seguito, anche gli Stati Uniti d’America.

    

Ma era davvero un terrorista assetato di sangue quel ragazzo minuto, sesto di nove fratelli? Quello studente assai poco appariscente che sparò, quasi per caso, all’erede al trono dell’Impero asburgico. E che ci faceva con una pistola in mano il poeta figlio del postino Petar Princip, che non saltava un digiuno comandato dalla Chiesa ortodossa? Tanto da assomigliare, nella pratica maniacale della fede, all’Arciduca Carlo Ludovico d’Asburgo-Lorena, padre di Francesco Ferdinando. Fanatico a tal punto, nel suo essere cristiano, da bere le acque sporche del fiume Giordano durante un viaggio in Terra Santa. E poi morire nella Reggia di Schönbrunn a Vienna, il 19 maggio del 1896, per aver contratto il tifo.

      

Non stupisce che a indagare sulla figura di Gavrilo Princip, oltre un secolo dopo l’attentato, sia lo scrittore Miljenko Jergović. Non solo per il fatto che l’autore di quel piccolo capolavoro che è Le Marlboro di Sarajevo, e di altri libri importanti come I Karivan, Mama Leone, Buick Riviera, Il padre, sia nato proprio nella capitale della Bosnia-Erzegovina, cinquantadue anni esatti dopo l’agguato a Franz Ferdinand. Ma soprattutto perché tutta la sua produzione letteraria ruota attorno ai temi della memoria, dell’ambigua distinzione tra sfera pubblica e dimensione privata delle persone, del confine quasi impalpabile che divide la ricerca della felicità dal suo inabissarsi improvviso nel baratro della tragedia.

         

Claudio Magris sostiene che nella narrazione di Jergović, solo apparentemente semplice, ma in realtà stratificata e assai complessa, “non può certo esserci felicità, eppure paradossalmente la si sente. Si percepisce come essa potrebbe essere vicina, il che rende ancor più feroce la sua impossibilità”.

Proprio in queste tre parole, felicità, impossibilità, ferocia, è racchiuso il destino di Gavrilo Princip. Rimasto prigioniero di una vulgata storica assai sbrigativa, che Miljenko Jergović riporta sotto le luci della ribalta nel suo romanzo L’attentato, splendidamente tradotto da Ljiljana Avirović per la casa editrice Nutrimenti (pagg. 185). Nel libro, infatti, l’autore sfida i lettori a meditare sulla differenza del tutto labile tra la figura di un terrorista e quella di un patriota. Riflette nello specchio oscuro della Storia la verità dell’uccisore e quella, del tutto diversa, di chi sta dalla parte dei potenti.

        

Non è la prima volta che lo spettro di Gavrilo Princip viene a infestare i pensieri di uno scrittore. Era già accaduto nel 1957. Quando il ventunenne Georges Perec, inquieto intellettuale francese, figlio di ebrei di origine polacca, che aveva già battuto i sentieri della psicoanalisi e più tardi entrerà nell’OuLiPo (Officina di letteratura potenziale) fondata da Raymond Queneau e François Le Lionnais, decise di scrivere il suo primo romanzo: L’attentato di Sarajevo.

    

Un libro poco fortunato. Se è vero che lo stesso Perec, osannato in seguito per i suoi stranianti capolavori Le cose e La vita: istruzioni per l’uso, farà sparire il manoscritto, dopo aver ricevuto due sonori rifiuti dagli editori Seuil e Lettres Nouvelles. Il romanzo verrà ritrovato soltanto dopo la sua morte, nel 1982. E finalmente approderà prima nelle librerie di Francia, pubblicato proprio dalle Édition du Seuil nel 2016 e tre anni più tardi anche in Italia, nella traduzione di Angelo Molica Franco per nottetempo.

     

Anticipando lo schema binario che porterà Perec a scrivere, in seguito, uno dei suoi libri più acclamati, W o il ricordo d’infanzia (tradotto da Dianella Selvatico Estense per Rizzoli nel 1991), L’attentato di Sarajevo è un curioso intrecciarsi di fatti storici e private pene d’amore. Sì perché l’autore, nato a Parigi nel 1936, insegue il crudele ménage tra la bella ed enigmatica Mila, il suo focoso amante Branko e il complicato terzo incomodo che fa da voce narrante. Storia che porta i protagonisti a vagabondare tra Parigi, Belgrado e Sarajevo. E a interrogarsi proprio sull’attentato del 1914.

       

Ma è qualcosa di molto personale che convince Perec a riflettere sull’attentato di Sarajevo. E a scrivere quel vibrante incipit del suo romanzo: “Signore, Signorine, Signori, se oggi prendo la parola davanti a voi è per insorgere contro alcune interpretazioni illegittime ed erronee che sono state date dell’attentato perpetrato il 28 giugno 1914 contro l’Arciduca ereditario Francesco Ferdinando”. Perché dietro il viaggio nel tempo, che lo porta a scrutare nei meandri della Storia, si cela Perec stesso. E il triangolo amoroso vissuto dallo scrittore con Mila Čabak, splendida amante del giovane professore di Storia dell’arte Zarko Vidović. 

    

Una sfortunata parentesi sentimentale, insomma, che porterà Perec a rimettere in scena, in maniera del tutto libera, i fatti di Sarajevo: “Che importa se oggi l’attentato di Sarajevo appare come una data maledetta. Per coloro che l’hanno preparato, per coloro che vi hanno partecipato è il giorno indimenticabile in cui hanno provato, mettendo in pericolo la loro stessa vita, che volevano vivere, vivere liberi! Ecco, sì, ecco che cos’è davvero questo attentato”.

     

Miljenko Jergović, invece, non si accontenta di rileggere i fatti di Sarajevo ondeggiando tra i dati storici e un personalissimo approccio passionale. No, lo scrittore che da molti anni vive a Zagabria preferisce scandagliare a fondo due mondi contrapposti. Da una parte, il microcosmo di un ragazzo casto e idealista come Gavrilo Princip. Dall’altra lo sfarzoso, e al tempo stesso angusto orizzonte di un uomo ostinato e poco colto, con idee del tutto censurabili sugli ebrei e sulla gestione del potere, come Franz Ferdinand. Arrivato a essere l’erede al trono quasi per caso, ma capace di indispettire lo zio imperatore Franz Joseph e i suoi più stretti collaboratori sposando con matrimonio morganatico la ceca Sophie Chotek von Chotkowa, duchessa di Hohenberg, una nobildonna che non faceva parte delle famiglie regnanti d’Europa.

      

 

Sosteneva il saggista britannico Edward Carr, nel suo libro Sei lezioni di Storia (tradotto da Carlo Ginzburg e Piero Arlorio per Einaudi nel 2000), che “i fatti parlano soltanto quando lo storico li fa parlare: è lui a decidere quali fatti debbano essere presi in considerazione, in quale ordine e in quale contesto”. Miljenko Jergović, con il suo Attentato, dimostra come la vulgata delle vicende del 1914, che è arrivata fino a noi, non si è mai concessa la curiosità di sbirciare dietro il velo di una narrazione sempre uguale. Finendo per dimenticare che Gavrilo Princip non era un mostro assetato di sangue, ma, piuttosto, un giovane idealista, sospeso come la stessa Sarajevo tra mito e modernismo, “tra la mazza ferrata del re Marko e la macchina infernale di Pëtr Kropotkin”. 

    

Ed è evidente, in questa lettura eretica e del tutto documentata dei fatti del giugno 1914, che lo studente del sesto anno di liceo non desiderava affatto sparare all’uomo Franz Ferdinand. Lui voleva colpire l’Arciduca. Il simbolo del mondo austro-ungarico, che stava agonizzando tra le braccia di un imperatore ormai troppo vecchio come Franz Joseph. Compromesso, oltretutto, nel misterioso e sanguinoso affaire Mayerling, dove nel gennaio del 1889 morirono suo figlio Rudolph e la giovane amante Mary Vetsera.

    

Per Gavrilo Princip, e per la Giovane Bosnia, le “idee di libertà, di giustizia sociale e di anarchia si formulano, si promuovono e si diffondono sparando al sovrano”. E non bisogna dimenticare che il giovane poeta fece fuoco solo dopo che Muhamed Mehmedbaśić, considerato il più affidabile e motivato tra i cospiratori, non riuscì a tirare la bomba a mano, ipnotizzato dal passaggio del corteo arciducale; e che l’ordigno scagliato da Nedeljko Čabrinović fece clamorosamente cilecca.

    

Jergović non dimentica le parole di un grande scrittore come Ivo Andrić. Un Premio Nobel per la letteratura, autore dell’acclamato romanzo d’esordio Il ponte sulla Drina, che intraprese una prestigiosa carriera diplomatica dopo aver presieduto il movimento studentesco Srpsko-Hrvastska Napredna Organizacija, ferocemente anti austro-ungarico. Ed essere poi confluito nella Mlada Bosna, la stessa Giovane Bosnia di cui faceva parte il suo ottimo amico Gavrilo Princip. “Non potreste mai immaginare che dieci anni fa in questa via – scriveva Andrić riferendosi alla strada dell’attentato, la Oprkanj, poi ribattezzata Danilo Ilić – sia vissuto un giovane maestro di scuola il cui animo era così colmo del desiderio di giustizia e libertà da caricarsi la più pesante delle croci, da essere al contempo vittima e carnefice, giudice e martire”.

      

Del resto, lo stesso Andrić, dopo l’assassinio dell’Arciduca, venne arrestato per “attività anti-statale”. E incarcerato prima a Spalato, poi a Sebenico, quindi a Fiume e a Maribor, nonostante le sue condizioni di salute fossero rese assai precarie dalla tubercolosi. “I giovani bosniaci, i nazionalisti jugoslavi e gli idealisti del Gran Ginnasio – scrive Jergović – coniugavano le proprie idee e i propri desideri rivoluzionari con le ambizioni poetiche, in un ideale di morte e martirio”.

      

Sentirsi come nuovi iconoclasti, pronti ad abbattere gli odiati simboli del Potere, era una delle missioni più suggestive diffuse tra chi sognava un futuro di libertà e giustizia. Dettato dall’autodeterminazione, non dalla sudditanza a uno Stato straniero. E non bisogna dimenticare che nei primi dieci anni del ‘900 il tiro al bersaglio contro i potenti fece una carneficina: vennero assassinati il re italiano Umberto I e il presidente americano William McKinley; la stessa fine toccò a Belgrado al re Alessandro Obrenović e alla regina Draga; al generale Bobrikov, governatore della Finlandia, al primo ministro greco Deliyannis e ai suoi colleghi il bulgaro Perkov e l’iraniano Amin al-Soltan. Ma persero la vita in attentati anche il re portoghese Carlo I, insieme all’erede al trono Luigi Filippo, il principe giapponese Itō e altri politici di primo piano tra l’Egitto, la Russia e la Spagna.

      

Ma allora, si chiede Jergović, come può la Storia essere così contraddittoria? Dal momento che assolve Ivo Andrić, “anarchico, socialista e sognatore”, incoronandolo con il Nobel nel 1961, e crocifigge il suo giovane amico Gavrilo Princip. Per entrambi, “la Jugoslavia era il loro sogno più grande. Inoltre, tutti quanti, Andrić compreso, erano atei, anticlericali e nietzschiani, e piangevano lacrime amare per il loro Dio morto. Cosa avrebbero potuto fare, nella Sarajevo del 1914, se non sparare a Dio?”.

       

Tanto più che il simbolo di Dio in terra, il futuro imperatore Franz Ferdinand, era un personaggio animato da molte contraddizioni. Aveva “il gusto estetico e sociale di un viennese della piccola borghesia. Non leggeva molto, l’arte lo lasciava indifferente”; però sognava di fare un lungo pellegrinaggio attorno al mondo, contrastato con fermezza dalla corte di Vienna. “Testardo come un asino”, fieramente antisemita e convinto che i serbi fossero una brutta copia degli zingari, forse decise di intraprendere il viaggio fino a Sarajevo non lasciandosi guidare dalla ragion di Stato ma, piuttosto, per accreditare come regina tra i futuri sudditi la sua osteggiata moglie Sophie. “Sarebbe bello, e naturalmente inesatto – scrive Jergović –, credere che l’Arciduca abbia preso la sua decisione da uomo innamorato e marito onorevole, e che la Grande guerra sia cominciata come una felice storia d’amore. Sta di fatto che la sua lunga lotta contro la corte in favore di Sofia lo resero poco prudente, e così l’attentato di Sarajevo divenne possibile, anzi probabile”.

         

In un romanzo come L’attentato, che ha il fascino di un lungo peregrinare tra i retroscena della Storia, brulicante di voci e suggestioni, scritto senza alcuna tentazione di aggrapparsi a scontate versioni dei fatti, ma costruito invece lasciando spazio a dubbi, contraddizioni, verità transitorie, Miljenko Jergović pone a se stesso e ai lettori una domanda che lo tormenta da tempo. Ovvero: come si fa a distinguere un terrorista da un idealista? Che differenza c’è tra l’assassino Gavrilo Princip (il poeta che i suoi stessi inquisitori, guardandolo negli occhi, ammettevano non poter “in alcun modo essere selvaggio, criminale”, perché lo sguardo era “vivo, penetrante, sereno, e da esso si affacciava un’innata intelligenza, una specie di tranquillità e una forte energia”) e un patriota osannato per aver eliminato il tiranno? Perché a uno sarà riservata in eterno la damnatio memoriae e all’altro verranno dedicate vie, statue, ricordi imperituri? E ancora, perché chi arma la mano dell’attentatore, chi soffia sul fuoco dell’idea tirannicida, resta poi sempre un passo indietro? Facendosi volto anonimo tra la folla, senza mai pagare il suo debito di cattivo maestro.

     

Ma L’attentato è anche il potente e dolente ritratto, tracciato con l’inchiostro del tormento profondo, di una nazione come la Bosnia da sempre divisa e martoriata. Che ancora oggi non ha saputo far diventare realtà il sogno di generazioni di ribelli e utopisti: quello di vivere in una terra libera dal giogo di governanti inadeguati. Un desiderio che si era infiltrato “sotto le unghie, in ogni dente sano” di Gavrilo Princip e dei suoi amici della Mlada Bosna. Che “gli ronzava nelle costole e nella colonna vertebrale”, scrive Jergović.

        

Quel desiderio, un giorno non lontano, si materializzerà nella Jugoslavia di Josip Broz Tito. Ma il capo partigiano eroe della lotta di liberazione contro il Terzo Reich e l’Italia fascista, finirà per assomigliare, ogni anno di più, all’ultimo erede della politica asburgica. Rivelandosi dispotico, capriccioso, sfrenato adoratore del lusso e prigioniero del suo ego smisurato. Come se la Storia si divertisse a incarnare in lui la sua beffa più atroce. Mutando, ancora una volta, le speranze degli idealisti nella più scontata rappresentazione del Potere.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO