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A moving border

C’è una materialità del confine, del supporto su cui si iscrive, come delle modalità legate alla sua definizione, alla sua demarcazione e alla sua manutenzione, che passa spesso inosservata, incantati come siamo dalla sua immagine cartografica che lo riduce a una linea su una mappa. Ci diciamo che non è cosi, che questa astrazione grafica è puramente convenzionale, ma poi la carichiamo ripetutamente di significati, valori e attese nel tentativo di mascherarne la fragilità propria a tutte le cose umane. Certo, un confine dura, ha un suo tempo, ed è anche duro, oppone resistenza ed è resistente, mostra una certa ostinazione. Ma cosa accade quando quello stesso confine invece cede, si scioglie, cambia tracciato, non come conseguenza di un conflitto, quanto piuttosto a seguito del variare del clima della Terra? E cosa implica questo spostamento sul piano del significato e della stabilità delle rappresentazioni che ci facciamo del mondo? In altre parole, come si articola oggi, anche in termini visuali, il rapporto tra geografia e politica?

 

Questi sono alcuni dei temi che incontriamo in A moving border. Alpine Cartographies of Climate Change, bel volume curato da Marco Ferrari, Elisa Pasqual e Andrea Bagnato per le edizioni Columbia Books, a partire dal progetto Italian Limes, presentato dai curatori alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2014, e successivamente ripreso e ampliato per la mostra Reset Modernity! curata nel 2016 da Bruno Latour al Zentrum für Kunst und Medientechnologie di Karlsruhe. In queste occasioni, a partire da una serie di sensori installati sul ghiacciaio della Grava/Gräffener, nelle Alpi Venoste, il progetto Italian Limes consentiva di monitorare in tempo reale l'evolversi del profilo del ghiacciaio e i relativi spostamenti della linea spartiacque sulla quale poggia quel tratto del confine italo-austriaco, ridisegnandone in tempo reale su una mappa della zona le variazioni nel tracciato. Il tempo storico legato alla definizione politica di quel limite, come istituzione di un ordinamento (in questo caso, quello stabilitosi nel 1919 a seguito della ripartizione del dissolto Impero austro-ungarico sancita dal trattato di Saint-Germain-en-Laye), s’intreccia qui in maniera inestricabile con un altro tempo, quello dei processi geofisici connessi al ritiro della massa glaciale in cui il primo si è iscritto. 

Rivendicato a lungo come un limite “naturale” dalla retorica unitaria e nazionalista del giovane Regno d’Italia e ancor più, dopo la prima guerra mondiale, da quella fascista, il confine alpino diventa qui la manifestazione concreta dell’instabilità fisica e simbolica in cui ci troviamo (e su cui riflette anche uno dei saggi che accompagnano il volume, quello del geografo Stuart Elden).

 

 

Il confine si muove, e muovendosi pone una serie di interrogativi sul piano della sua rappresentazione, certo, ma ancor più, sul piano di ciò che esso rappresenta. Viene da chiedersi: fino a che punto siamo capaci di non rendere naturale quello che invece rileva di una formazione sociale/storia (il confine)? Fino a che punto siamo disposti a riconoscere la nostra impronta in quello che viceversa pensiamo naturale (il cambiamento climatico)? 

L’esigenza di prendere in conto le modificazioni del ghiacciaio della Grava ha portato i tecnici dell‘Istituto Geografico Militare di Firenze, a cui spetta la manutenzione dei confini nazionali (i magnifici materiali provenienti dai loro archivi, e in particolare i diari di campo dei periodici rilievi effettuati, raccontano le difficoltà del compito), a elaborare e a proporre alla controparte austriaca una soluzione sui generis, ratificata nel 2005 da un accordo bilaterale tra Italia e Austria, che per la prima volta ha introdotto sul piano giuridico internazionale la nozione di “confine mobile”. L’accordo stabilisce infatti che nei casi in cui, come su un ghiacciaio, la linea di confine – identificata con la linea displuviale – sia soggetta a “graduali cambiamenti naturali”, le parti li riconoscano senza che questi comportino modifiche al tracciato (e senza per questo eliminare del tutto la possibilità di eventuali compensazioni territoriali). Se in questo caso specifico, le ricadute geopolitiche sono limitate (ma non inesistenti, come traspare dal fatto che benché un analogo accordo sia stato siglato con la Svizzera, nel 2009, sia stato invece rifiutato a priori, fino ad oggi, dalla Francia), l’esempio del confine alpino apre a questioni ben più ampie e significative, interrogando il senso stesso del confine, di quello che è visto come il suo corollario territoriale, lo stato-nazione, e dell’integrità territoriale di quest’ultimo di fronte ai cambiamenti climatici.

 

Malgrado il libro si voglia “una dichiarazione contro l'accettazione dei confini come dispositivi per l'organizzazione dello spazio”, la domanda di fondo resta: come ripensare e ridefinire il rapporto che lega una comunità di persone a un luogo, e le forme di potere che da lì possono emanarsi? E, soprattutto, come farlo tenendo conto dei cambiamenti climatici in atto e in un mondo dove la popolazione è cinque volte di più di quella di un secolo fa? Se la territorialità, intesa come “tecnologia politica” (Elden) è in crisi, come re-impostare il problema a partire dalla presa in conto dell’esistenza concreta di quanti ne sono coinvolti e del complesso sistema di relazioni che intrattengono quotidianamente con il mondo e con gli altri? Che questo si accordi con l’utopia di un mondo senza confini che attraversa anche questo libro ho più di qualche dubbio. Che questo richieda la capacità di ripensare in maniera profonda il significato di che cos’è e a cosa serve un confine – in senso letterale, come luogo comune – ne sono invece certo. Come, non lo so, ma difficilmente ci riusciremo se non riapprenderemo, e anche in fretta, a ripensare assieme le condizioni socio-politiche del nostro abitare il mondo e le dinamiche dei processi del sistema geofisico che ci sopporta.

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