La vita ci presenta situazioni in cui non può esserci spazio per il dubbio. Sia a livello personale che sociale. Il dubbio è un decisivo compagno di viaggio, ma in certi casi non si riesce a dargli spazio. E con ogni evidenza sarebbe sbagliato farlo. Il “muro” al Brennero appartiene a quelle situazioni sulle quali non possono esservi dubbi. Ogni analisi giunge alla stessa evidenza. Ogni smentita non ha consistenza. Tutto è chiaro. Quella chiusura risponde solo a un errore. Continuare a fare una manutenzione straordinaria tardiva e inefficace di situazioni deteriorate serve solo a farsi del male. Una particolare forma di manutenzione tardiva e inefficace è quella linguistica: il ministro degli interni austriaco ha sostenuto che non si tratta di un muro ma di un recinto. Salti mortali linguistici e lingua trattenuta per dissuadersi e dissuadere dalla realtà delle cose. Un recinto, ci dice il dizionario, è:

“Spazio scoperto cinto intorno e racchiuso da muri, siepi, filari di piante, reti metalliche e palizzate, o anche da capanne e piccole case: il recinto di un parco, di una villa; un recinto in muratura, di filo spinato; i cavalli pascolavano in un recinto chiuso da palizzate; entrare nel recinto; uscire dal recinto; il perimetro stesso formato dagli elementi di recinzione: un recinto di antiche mura circondava la città; un ampio fosso gira intorno al recinto; in architettura il termine è spesso riservato a indicare uno spazio ben delimitato, a carattere sacro (come il tèmenos greco) o comunque finalizzato alla vita religiosa (per esempio, il chiostro). 

 

Recinto elettrico, zona di terreno utilizzata per il pascolo di bovini, ovini o equini, racchiusa da un filo zincato sostenuto da paletti spostabili e percorso da una debole corrente elettrica impulsiva: questa, pur non pericolosa, è tuttavia avvertita al contatto dagli animali che sono così costretti a ritirarsi”. 

Sono proprio quegli “animali costretti a ritirarsi” a causa del recinto, a svelare l’effettiva portata di quello che sta accadendo. Ci stiamo circondando di recinzioni; ci stiamo chiudendo in noi stessi; ci stiamo rendendo “sicuri da morire”. Lo stiamo facendo, peraltro, negando di farlo: quello che l’Austria nega oggi, lo confermano domani sia la Germania che l’Austria stessa. Proprio un recinto è al centro della foto dell’anno di World Press Photo 2016. È del fotografo australiano Warren Richardson, realizzata a Roske, in Ungheria, al confine con la Serbia, il 28 agosto 2015. L’immagine, che si intitola Hope for new life, mostra un uomo che fa passare un bimbo attraverso un recinto di filo spinato, ed è stata scelta per illustrare la situazione drammatica dei migranti. 

 

Richardson, che è un fotografo freelance che attualmente vive a Budapest in Ungheria, ha spiegato come ha scattato la fotografia: 

“Ero accampato con i rifugiati da cinque giorni sul confine. Un gruppo di circa 200 persone è arrivato, posizionandosi sotto gli alberi lungo la linea di recinzione. Prima sono passate le donne e i bambini, poi i padri e gli uomini anziani. Devo essere stato con questo gruppo per circa cinque ore, giocando al gatto e il topo con la polizia per tutta la notte. Non ho utilizzato il flash perchè altrimenti la polizia avrebbe potuto vedere quelle persone. Ho scattato la foto grazie alla luce del chiaro di luna”. 

 

Mostriamo di essere infanti planetari. La condivisione tra esseri umani sembra ridursi nel momento in cui è più necessaria. Quando sarebbe essenziale sentirsi appartenenti alla stessa specie in una comunità di destino, sia per cercare di contenere il nostro impatto distruttivo sul pianeta che ci ospita, sia per provare a sviluppare una convivenza tra i popoli e le culture, ci troviamo di fronte a un’esplosione spesso violenta delle differenze. Ogni processo di avvicinamento e di riduzione degli spazi comporta per noi un riposizionamento e una presa di misura, sia nei piccoli gruppi che nelle società allargate. Per ragioni demografiche ed economiche gli spazi del pianeta Terra si riducono, contemporaneamente alla densità ormai pervasiva dei processi di informazione, comunicazione e mobilità tra gli individui. Le differenze e le disuguaglianze economiche, culturali, religiose, emergono con maggiore evidenza e richiedono elaborazioni spesso difficili. I conflitti, intesi come incontro di quelle differenze, si presentano come un intreccio di interessi, di identità, di valori e di conoscenze. Spesso degradano in antagonismo e non si riesce ad elaborarli in modo non violento.

 

L’intensificazione delle relazioni e degli scambi, il loro avvicinamento, si traduce in difficoltà di condivisione. Siamo alle prese con la ricerca per capire se saremo capaci di utilizzare la nostra competenza simbolica e il nostro linguaggio verbale al fine di preparare vie non distruttive e di condivisione per la convivenza planetaria tra esseri umani e con gli altri sistemi viventi di cui siamo parte. A rendere difficile la condivisione, infatti, sembrano proprio la nostra infanzia simbolica e un uso spesso inappropriato del linguaggio. Del resto siamo consapevoli di noi stessi da poco tempo, in termini evolutivi. Circa duecentomila anni su più di sei milioni della specie homo sono effettivamente pochi per acquisire una padronanza della nostra capacità creativa e di generazione dell’inedito. Usiamo, infatti, troppo spesso male e contro noi stessi questa nostra capacità, combinandola con il linguaggio e le sue possibilità cumulative, che producono una tecnica che mostriamo di subire e non sempre siamo in grado di governare.

 

 

Ancora una volta non impariamo dalla storia. I muri producono macerie. Abbiamo bisogno di cambiare posizione e di assumere su una questione così decisiva una strategia chiara e condivisa, a livello di governo nazionale e nelle relazioni internazionali. Il degrado del sentimento e delle prassi di civiltà è, purtroppo, ampio e diffuso. A preoccupare è, in particolare, la soglia dei comportamenti civili degni di tale nome. Si ha troppo spesso la sensazione che non agisca, in parecchi campi, la vergogna, come calmiere e deterrente rispetto all’assunzione di certe posizioni e di certe dichiarazioni. Pare, ad esempio, che se un’azione o un comportamento non sono perseguibili per legge, siano ammessi. Prima del livello della perseguibilità legale esiste la responsabilità individuale; prima si pone una questione di reputazione e di dignità; prima c’è il valore dell’esempio. Se si collegano alcune vicende accadute negli ultimi tempi a livello locale e la necessità che avremmo oggi di alzare la testa per esprimere con determinazione una posizione contraria a quanto si intende fare al Brennero, dobbiamo chiederci se ci siamo messi in condizione di poter parlare una lingua chiara e di poter assumere una posizione forte per impedire quella che a tutti gli effetti si propone come una decisione sbagliata.

 

Non si tratta di alzare la voce e basta. Vorremmo vedere all’opera un coordinamento tra soggetti istituzionali e non, per evidenziare le ragioni civili, sociali ed economiche che mostrano la gravità di una scelta inaccettabile. Le ragioni civili dovrebbero essere evidenti. Creare confini e barriere oggi è talmente antistorico che non può produrre altro che conseguenze regressive drammatiche sulle nostre vite e su quelle dei nostri figli. Dal punto di vista economico le conseguenze negative sono così gravi da non richiedere neppure calcoli sofisticati. Socialmente parlando, i costi di società chiuse sono oggi del tutto inaffrontabili. Laddove ci pare di ravvisare una debolezza, nel rapporto fra le divisioni interne a livello nazionale, con episodi aggravanti di comportamenti inopportuni, e i drammatici propositi di paesi vicini, vorremmo essere parte di una presa di posizione chiara e determinata per una prospettiva di civiltà.  

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