Nostalgia, il sentimento del tempo

Charles Percy Snow nel suo The Two Cultures and the Scientific Revolution (Cambridge 1959, Milano 1964) coglieva un elemento importante quando affermava che l’ignoranza della seconda legge della termodinamica valeva in negativo come, se non più dell’ignoranza dell’opera di Shakespeare.

Ebbene se esiste un tema, un problema in grado di legare indissolubilmente cultura umanistica e cultura scientifica questo è il tempo.

Problema rilevante per la fisica del Novecento, cuore della ricerca di Albert Einstein, domanda fondante e alle origini della filosofia occidentale con la divisione della realtà in essere e divenire (vale a dire in realtà immodificabile e realtà soggetta al tempo) sottofondo esistenziale della letteratura e di tutte le altre arti che può essere riassunta nell’espressione – oggi folgorante – che Orazio fa dire al servo Davo nelle Satire: Aut insanit homo, aut versus facit (L’uomo o impazzisce o scrive versi) o dalla locuzione – Non omnis moriar (non morirò interamente – presente in una delle sue più famose Odi).

 

In questo quadro, quella della seconda legge della termodinamica era ed è questione peraltro essenziale: vera e propria chiave di volta nella comprensione dei fenomeni naturali, soprattutto quelli biologici, per loro natura inesistenti senza la dimensione temporale. Una condizione quella biologica e umana che Jorge Borges seppe rappresentare con un’immagine forse definitiva: “Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges”.

Il fuoco già... volutamente o meno in questa frase, tratta dal racconto/saggio Nuova confutazione del tempo, c’è il senso della seconda legge della termodinamica percepita da occhio umano. Una legge – strettamente impregnata di tempo – per la quale la produzione di lavoro (l’energia utile) in tutti i processi naturali procede sempre verso l’aumento dell’entropia e del disordine. I processi vitali – per definizione complessi e ordinati – sono solo una fase transitoria di ordine in un universo destinato alla massima entropia e alla morte termica. Insomma è la descrizione della freccia del tempo, con una sola direzione alla quale tutta la realtà – e la vita – ubbidisce.

 

Per queste e altre ragioni, qualunque libro che tratti del tempo coglie sempre una sensibilità profonda della nostra cultura come del nostro percorso esistenziale.

È anche in questo quadro che può avvenire la lettura dell’ultimo libro di Vito Teti, Nostalgia, antropologia di un sentimento del presente, (Marietti Editore, 2020).

Professore ordinario di Antropologia culturale all’Università della Calabria, dove dirige il Centro Demoantropologico “R. Lombardi Satriani”, a Vito Teti va riconosciuta la rara capacità di trasmettere le sue idee e i suoi studi attraverso una scrittura fatta anche di empatia ed emozione, una qualità importante e un percorso aggiuntivo per la comprensione dei temi trattati, naturalmente insieme all’utilizzo puntuale delle fonti o di strumenti oggettivi.

 

Fonti e una bibliografia accurata che puntualmente si ritrovano nel testo per raccontare le molte facce della nostalgia, vale a dire un sentimento del tempo e dei luoghi lungo la freccia del tempo (e della storia) che pare attraversare l’intera esperienza umana, anche se questo termine ci dice Teti compare solo nel 1688 con la “Dissertatio medica de nostalgia, presentata il 22 giugno 1688 da Johannes Hofer, uno studente alsaziano di medicina all’Università di Basilea”. Uno studio relativo ai mercenari svizzeri in servizio nei paesi esteri, questa l’origine di una concezione a noi comprensibile di quel sentimento e di quella dimensione,

Prima – ma anche in seguito – quel sentimento a cavallo tra tempo e luoghi, era qualcosa di confuso dentro la malinconia, il temperamento malinconico con cui la medicina ippocratica galenica descriveva gli individui caratterizzati da un eccesso di atrabile o bile nera, uno dei quattro umori da cui si faceva dipendere la salute come la malattia dell’individuo.

Che sia un libro sulla dimensione umana del tempo lo chiarisce fin da subito la lunga citazione tratta dalle Confessioni di Sant’Agostino che l’autore colloca a introduzione del testo e in cui il santo si chiede appunto cosa sia il tempo, quale la sua natura...

 

 

Un sentimento, dicevamo, quello della malinconia a cavallo tra dimensione temporale e luoghi, anche se Teti evidenzia che soprattutto di tempo si tratta e al di fuori di ogni malattia: “È già Kant a cogliere il paradosso essenziale della nostalgia: legata al tempo perduto e non al luogo lasciato, appare più una condizione ineliminabile che non una malattia da cui guarire”.

È dunque un viaggio nel sentimento del tempo attraverso quello che sono stati e sono i campi d’interesse dell’autore – i luoghi e l’abbandono, gli esili, il cibo, il rapporto con i defunti, l’identità – analizzati con l’occhio attento del ricercatore, attraverso l’esame puntuale e accurato delle fonti e degli autori precedenti. Una nostalgia e un tempo che si fanno dunque presenza attraverso sì specifiche aree di ricerca ma che contemporaneamente coincidono con declinazioni della vita da cui tutti siamo toccati.

 

Anche oggi, in una contemporaneità, la nostra, in cui sembra esaltata solo l’esperienza del presente. Oggi in cui il tempo acquisisce una caratteristica “frammentaria” secondo la lezione di Zygmunt Bauman, vale a dire il tempo che scandisce la vita del consumatore nei suoi acquisti e desideri, continuamente rinnovati e non necessariamente coerenti tra di loro. È il “tempo puntinista”, secondo l’espressione di Michel Maffesoli, quello che caratterizza la nostra contemporaneità. Eppure anche in questa nostra contemporaneità intrisa di presente “...Bisogna cercare di capire perché in Italia e nel mondo si affermi in maniera confusa un bisogno di passato (mitizzato), di ritornare indietro. Se questa epidemia nostalgico–retrospettiva non sia, più che la causa, il sintomo della malattia del mondo, dell’incapacità d’immaginare il futuro, di costruire utopie positive e possibili, di creare nuove comunità aperte, accoglienti, non isolate, non ostili al nuovo e al diverso”. 

 

D’altra parte la nostalgia come sentimento ricorrente, esperienza, emozione parrebbe avere attraversato tutte le epoche storiche; la si ritrova nella lunga stagione del tempo arcaico e circolare come nella concezione di quello lineare. Forse la nostalgia può essere allora una condizione esistenziale, si chiede Teti. E torna come ipotesi e suggestione che la malinconia sia una condizione naturale dell’uomo, qualcosa di affine alla malinconia intuita dall’antica medicina naturalmente senza alcun eccesso e malattia.

 

Nella sua lunga storia, l’Homo sapiens è stato sempre sospeso tra viaggio e sosta, appartenenza e sradicamento, necessità di spostarsi e desiderio di “casa”.

Questa inquietudine naturale-culturale è stata risolta in vari modi nelle diverse società, nelle differenti realtà storiche, anche con varianti individuali”.

 

In questo senso, lungo la linea del tempo storicizzata o meno, giù fin negli abissi della preistoria, la nostalgia/malinconia sarebbe anche un modo di mettersi a lato per riflettere sul tempo come sul destino – e dunque su tempi che guardano anche al futuro – per immaginare nuovi mondi. Si intuisce un recupero della malinconia come forza creativa oltre che come tratto salienti dell’umanità.

 

Forse è diventato necessario elaborare una nuova forma per declinare l’umanità: vivere i margini, i limiti, riguardare il passato. Ripensare antichi saperi e sentieri. Rendere percorribili nuove vie dei canti, invece delle grandi arterie di cemento, dei ponti che crollano, delle sopraelevate che tagliano i paesi e invece di avvicinare hanno allontanato, invece di unire hanno separato, creando nuove solitudini”.

 

Certamente, il problema – e il sentimento – del tempo – sia nella sua percezione individuale che sociale, collettiva – è “materia” che più di ogni altro appare in grado si avvicinare la cultura scientifica a quella umanistica.

Tra questo spazio sottile eppure enorme per una reale comprensione, il tema della nostalgia e delle sue diverse declinazioni ci mette a contatto con la dimensione antropologica del tempo e soprattutto del suo vissuto. 

In questo senso, se la nostalgia non può essere certo la frammentaria, istintiva e impossibile percezione della seconda legge della termodinamica, forse rappresenta almeno la consapevolezza della direzione della freccia del tempo con la memoria, presente e dolente, come sola possibilità di rielaborare il passato come il presente. 

Poi, della freccia del tempo e del percepirsi via via più fragili lungo la sua unica direzione, certamente l’uomo ha sempre avuto la conoscenza, la certezza, il sentimento...

Dell’essenza del tempo resta il suo mistero, almeno per noi che, impastati di tempo biologico – il fiume, la tigre e il fuoco di Borges – in ogni istante del nostro presente restiamo confusi tra conoscenza e sentimento.

 

Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so”. 

Sant’Agostino, Le confessioni.

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