raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

All’inizio è stato un sogno realizzato, un materiale resistente, duraturo, leggero, colorato, e soprattutto “plastico” – in grado di assumere ogni forma – che si adattava ad ogni uso. Un materiale della modernità che irrompeva nella lunga stagione degli attrezzi e dei contenitori di legno, ferro, alluminio, zinco, vetro, terra cotta, acciaio, stagno, ceramica, rame. Materiali quest’ultimi certamente naturali ma anche fragili o costosi oppure pesanti o rigidi. La plastica – notoriamente all’inizio della sua storia è stata una famiglia di polimeri derivati dal petrolio – ha fatto irruzione nella vita comune degli italiani e degli europei negli anni 50 per poi dilagare dal decennio seguente. La plastica è stata il prodotto che ha contrassegnato gli anni del boom economico, come da noi la Fiat 500, la Vespa, i jeans, la Nutella....

Dire plastica, moplen, nylon, terital... significava dire città, benessere, modernità, progresso... in quegli anni è stato così per tutti, per quasi tutti, almeno per chi non aveva abbastanza strumenti comparativi per scegliere, abbastanza lucidità per resistere agli scintillii della modernità. Mio nonno paterno apparteneva a questi ultimi, ricordo vagamente un tavolo circolare di noce, con il basamento e i piedi lavorati, dove io appoggiavo i miei all’ora di pranzo e di cena. Un’estate non l’ho più ritrovato nella grande stanza che fungeva da cucina e sala da pranzo; al suo posto un tavolo rettangolare di legno colorato di bianco, i bordi di alluminio e il piano di formica azzurra. Quel nome credo fosse la prima volta che lo sentivo pronunciare; il tavolo era moderno certo, ma almeno ai miei occhi era anche brutto. 

 

Quel tavolo di formica (non plastica ma un laminato plastico) come centinaia di piccoli e grandi oggetti, perfino tessuti, significava maggior modernità, maggior benessere, maggior facilità di vita, per molti poteva essere l’espressione di un sogno realizzato. 

Eppure quel sogno covava però dentro di sé uova di insetto.

Il costo diventato con il tempo bassissimo e la sua plasticità l’hanno resa invadente nella vita quotidiana mentre la sua durevolezza l’ha resa con il tempo un incubo ecologico, un indicatore del livello di inquinamento umano e industriale. 

E alla fine, oggi è evidente, quelle uova si sono dischiuse.

Ma la storia della tecnologia ci insegna che non esiste un materiale “buono” o “cattivo” e che le qualità attribuite dipendono esclusivamente dall’uso che se ne fa, vale a dire da come quei materiali li rendiamo umani.

 

Opera di Veronika Richterová.


Vale a dire non solo utili per noi stessi “ora e in questo momento” ma utili anche per la collettività a cui apparteniamo oggi e per sempre. È questa una definizione nuda e cruda della sostenibilità che indirettamente porta con se anche il rispetto dell’ambiente perché non può esserci nessuna utilità per la collettività a lungo termine senza il rispetto dell’ambiente.

Il punto è che l’utilizzo della plastica è stato in crescita esponenziale a partire dagli anni del boom economico e sostanzialmente per le qualità di cui sopra. Come proprio in questi giorni ha dimostrato la scoperta di una vecchia discarica abusiva di Milazzo (20 ettari), c’è un’enorme quantità di plastica in giro, accumulata quando la plastica era solo modernità usa e getta e quindi da bruciare o sotterrare.

Certo, nessuna materia e invenzione è di per sé buona o cattiva e il tempo di latenza per scoprirlo dalla sua introduzione non è quasi mai immediato; ci vogliono anni o decenni per valutalo appieno. Senza considerare il piombo (si considera che il saturnismo, l’avvelenamento cronico da piombo possa essere stata una problematica non riconosciuta già nelle classi agiate dell’impero romano), i casi del mercurio o delle radiazioni ionizzanti considerati inizialmente fattori curativi sono lì a dimostrarlo con tutto il loro ingombro storico. 

 

Sono bastati dunque alcuni decenni e scopriamo alla fine che l’inquinamento da microplastiche sta per diventare uno dei nostri peggiori incubi, perché la plastica dentro la catena alimentare fino a poco tempo fa non era neanche immaginabile

Non è nella complessità del mondo la possibilità di avere risposte semplici, tanto più semplificatorie, tanto più quando si è all’interno di un evento, in cui i dati certi, o per lo meno scientifici ancora sono scarsi.

La diffusione nel mondo romano del piombo era dovuto a una plasticità che lo rendeva adatto a molti usi e strumenti (stoviglie, pentole, condotte e tubature) e la sua tossicità – qualunque sia stato il suo livello e il suo impatto – ha attraversato il sangue e le ossa dei ricchi romani.

Oggi l’uso indiscriminato della plastica in epoca contemporanea ci sta lasciando un inquinamento delle microplastiche (micron è un millesimo di mm) e delle quasi sconosciute nanoplastiche (nanometro è un milionesimo di mm) con quest’ultime in grado di interagire anche con le strutture biologiche più profonde. Di tutte stiamo ancora studiando gli effetti lungo la catena alimentare e nei confronti degli organismi viventi, 

Difficile tuttavia immaginare che strutture biologiche complesse e ordinate – un’ameba, un granchio, un pesce, noi... – evolutesi in milioni di anni possano risultarne indenni.

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Opera di Veronika Richterová.