festival scarabocchi 2020

Puškin nella vita quotidiana russa

Parco Gor’kij di sera. «Per me il sublime è Puškin». Segue breve precisazione su cosa ognuno di noi intende per sublime. Appuriamo che per il mio interlocutore russo è un sentimento generato dal contatto con il sommamente bello, in grado di suscitare reazioni non sempre prevedibili. Per me, influenzata dalla concezione romantica, il sublime ha a che fare piuttosto con il soverchiante stato d’animo che si prova di fronte alla natura sconfinata. Eppure, sentire da un russo che Puškin è il sublime non mi stupisce. 

Qualche tempo dopo, in una tiepida giornata di sole che annuncia l’imminente primavera, sono seduta su una panchina nella piazza delle Arti, di fronte al Museo Russo di San Pietroburgo. Guardo la statua di Puškin al centro della piazza, sorridendo della sua posa un po’ televisiva, da presentatore di varietà. Tra le mani stringo due libri proprio su Puškin, presi poco prima su una panchina lì vicino: “libri gratis” si leggeva su un rettangolo di cartoncino posto sopra una trentina di bei libri d’epoca. Due bambini si rincorrono intorno alla statua. Poi uno si avvicina alla madre, seduta sulla panchina accanto alla mia, e grida felice: «ASPuskinu!», ripetendo ciò che ha appena letto ai piedi della statua. La giovane signora sorride dolcemente e corregge il figlio: «Aleksandr Sergeevič Puškin». Poi con una punta di orgoglio e scandendo bene le parole, aggiunge: «Il nostro grande poeta».

 

Il mito di Puškin è duro a morire, e lungo da ripercorrere nel suo snodarsi. Di certo affonda le radici nella tragica fine del poeta, tradito dallo zar e dalla sua corte, e ucciso dal corteggiatore di sua moglie, lo straniero D'Anthès. Ma i miti su Puškin iniziarono già durante la sua vita: bambino prodigio, giovane genio, futuro gigante, si diceva di lui quando studiava ancora al liceo di Carskoe Selo; poeta romantico fuggitivo, sempre innamorato e ispirato, era considerato negli anni dell'esilio di Michajlovskoe. Il mito del poeta nazionale fu poi modellato da Gogol' e prese slancio nei due anniversari celebrati alla fine dell'Ottocento: nel 1880, quando a Mosca fu eretto il suo monumento, inaugurato dal memorabile discorso di Dostoevskij, e nel 1899, nel centenario dalla nascita. L'acme del mito puškiniano, e una certa internazionalità, si raggiunse poi nei festeggiamenti del 1937, nei cento anni dalla morte.

 

Martire, Proteo, cantore della libertà, sole della poesia russa, ultima manifestazione del Rinascimento, Puškin è stato definito in centinaia di modi, ed è la pietra miliare della letteratura russa. Ma come scrive lo storico della letteratura Paul Debreczeny, non è necessario leggere le sue opere per cadere nel fascino del suo mito. Ed è esattamente ciò che penso anch’io quando sento dire dai miei interlocutori che «Puskin è il nostro tutto», secondo la nota definizione del critico Apollon Grigor’ev. Mi raccontano che il poeta nazionale si studia bene a scuola e che accompagna gli scolari per tutti gli anni del liceo: i primi anni si leggono le poesie, poi l’Evgenij Onegin e negli ultimi anni la prosa. Ciò non significa necessariamente che quando sostengono convinti che Puškin è il loro tutto hanno piena cognizione di ciò che dicono, ma il sorriso con cui alleggeriscono il peso di una citazione abusata tradisce un certo amore.

 

 

Nei discorsi pronunciati in varie città d'Europa dagli intellettuali emigrati russi in occasione dell'anniversario dei cento anni dalla morte (1937), una delle parole più ricorrenti in riferimento al poeta è proprio ‘amore’. «Noi amiamo Puškin». Qui per amore bisogna intendere un legame profondo, velato di patriottismo, orgoglio e malinconia per la patria lontana e preclusa. Anche in Unione Sovietica, nella stessa occasione, si parlava di amore, che a detta di molti si approfondì proprio durante la preparazione dei festeggiamenti del giubileo. Quando parlo di questo amore a un’amica, signora di mezza età non particolarmente incline a sentimentalismi, conferma che è proprio così, ancora così, e annuisce seria: «Noi amiamo Puškin». 

Si ripete ormai da decenni che ogni generazione ha trovato in Puškin ciò che lo rende attuale e in linea con i valori di quell’epoca. Pressoché chiunque abbia avuto o abbia a che fare con l’arte – in senso ampio – ha avuto a che fare anche con Puškin, in qualità di effigie da ritrarre, di modello a cui ispirarsi o di ideale interlocutore. Come già disse qualcuno, egli è come un vicolo cieco che costringe a voltarsi indietro per poter andare avanti, impone inevitabilmente di farci i conti. Una conseguenza pratica di ciò è l'onnipresenza di Puškin nella vita quotidiana russa. Il suo volto compare ovunque, spesso inaspettatamente, come alla mostra su Aleksandr Gerasimov, ritrattista ufficiale di Stalin che dipinse il leader sovietico nelle situazioni più disparate.

 

Tra membri e congressi di partito, qualche quadro dai soggetti bucolici degli anni giovanili e poi della senilità, il visitatore non pensa affatto a Puškin. E invece eccolo nell’ultima sala, su una tela di media grandezza, ritratto mano nella mano con Adam Mickiewicz, il grande poeta romantico polacco, sicuramente prima che la loro amicizia si raffreddasse. Il quadro non è bello, la banale espressione di Puškin ricalca l’iconografia più stereotipata, eppure Puškin c’è.

 

Questa quieta onnipresenza prende varie forme. Quelle che tipicamente dimostrano il letteraturocentrismo della Russia, per cui il volto del poeta campeggia sui teli di carta plastificata che coprono i lavori stradali dalla vista dei passanti; prende le forme che in alcuni paesi sono riservate ai miti del passato: la cartolina d’epoca con il ritratto più famoso del poeta, il busto in finto marmo accanto a quello di Lenin sul banco polveroso del mercatino dell’antiquariato, la matrioška che odora ancora di vernice posta tra quella di SpongeBob e quella di Putin. Prende poi forme più usuali: statue e busti innumerevoli disseminati in tutta la città (solo nel giardino delle sculture antistante la nuova Galleria Tret’jakovskaja se ne contano una decina). L'onnipresenza puškiniana ha preso infine le forme della contemporaneità. Puškin si è fatto strada nel mercato dei gadget e delle mascherine per gli smartphone. Persino la pelle si può includere tra i nuovi supporti su cui la nota effigie viene rappresentata. È in libreria che, indugiando tra gli scaffali, noto il profilo di Puškin sul muscoloso bicipite di un ragazzo sulla trentina. Colpisce il contrasto tra le scarpe da corsa, i calzoncini corti, i muscoli, la canotta che li mette in mostra e il grosso tatuaggio con il famoso autoritratto del poeta di profilo.

 

Anche il mondo delle serie televisive è stato espugnato. Contrariamente a quanto il titolo farebbe pensare, però, la serie Puškin non racconta quasi nulla del poeta e non ha niente in comune con i film-documentari elencati in una apposita pagina Wikipedia (goo.gl/VZx3ny). È la storia di un giovane ladruncolo dai folti favoriti che, vestito in abiti ottocenteschi, si fa fotografare come sosia di Puškin insieme ai turisti, per poi derubarli. Finché un giorno le cose vanno diversamente dal solito e il ladro viene scoperto dalla polizia. Al giovane verrà offerta una via d’uscita dal mondo del cinema, grazie alla sua somiglianza con l’attore che recita il ruolo di Puškin in una grande produzione cinematografica sulla vita del poeta. In seguito all’infortunio del Puškin-attore, quest’ultimo verrà sostituito dal Puškin-ladro. 

A prescindere da queste edulcorate manifestazioni pop, è indubbio che la vitalità di Puškin nella Russia contemporanea sia soprattutto esteriore. Non mancano però segnali indicativi di una più celata vitalità sostanziale, di cui certo è più difficile accorgersi e sondare la profondità.

 

La sua percezione richiede più tempo e un contatto ravvicinato con le fibre della realtà. Ma quando il contatto si stabilisce, si noterà che il vicino in metropolitana legge La figlia del capitano, che tutti, a qualsiasi età, conoscono a memoria dei versi di Puškin e che il commesso della libreria parla con disinvoltura delle mistificazioni puškiniane. In una limpida serata di fine inverno capiterà persino di sentir dire che Puškin è il sublime.

Quasi perfettamente coetaneo del nostro Leopardi, Puškin convive con i russi in una simbiotica onnipresenza. Come scrisse il poeta Aleksandr Kušner: «È disciolto nell'aria che respiriamo, nel pane che mangiamo, nel vino che beviamo». Vive nelle vecchie e consuete forme, e nelle forme nuove della contemporaneità. Il suo mito continua a (r)esistere, soprattutto per forza d'inerzia dal passato. C’è chi sostiene infatti che prima o poi Puškin verrà scalzato da un nuovo mito. È probabile, come è probabile che si dimentichi il primo amore.

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