Quelle lettere tra Jung e Neumann

Chissà se è vero che, come scrive Joseph Roth a Stefan Zweig, l’amicizia è una patria. A sfogliare il lungo carteggio tra Jung e Neumann (Jung e Neumann. Psicologia analitica in esilio. Il carteggio 1933-1959) si direbbe piuttosto un ponte che congiunge sponde opposte. A tenerle unite un centinaio di lettere che, per un quarto di secolo, viaggiano dalla Svizzera, una terra tutto sommato risparmiata dalla seconda guerra mondiale e della successiva guerra fredda, all’allora Palestina, dove parte del popolo ebraico sopravvissuto alla Shoà cercherà invano la pace. Ma questa non è che una delle tante sponde opposte dalle quali i due si scrivono; Jung, che ha 59 anni, è chiaramente il maestro del secondo, che ne ha 28 ed è il suo più promettente allievo; il primo, dal ‘33 al ’34, è anche suo analista didatta; l’uno è uno svizzero che, secondo le logiche dell’epoca, può considerarsi espressione del “germanismo ariano”, l’altro un tedesco che non può considerarsi tale perché “di razza ebraica”.

 

Colpisce il modo in cui i due abbracciano queste categorie, seppure in un’accezione evidentemente diversa da quella propagandata dall’ideologia nazista, che la cultura dell’epoca, evidentemente anche alta, non considerate politicamente scorrette. Ne abbiamo una chiara testimonianza in una lettera che Neumann, poco prima di trasferirsi a Tel Aviv per sfuggire alla persecuzione ebraica e abbracciare convintamente il sionismo, scrive a Jung per chiedergli conto di alcune sue infelici ed ambigue affermazioni appena apparse in un saggio intitolato Situazione attuale della psicoterapia che gli era costato molte polemiche e persino accuse di antisemitismo e di acquiescenza nei confronti del nazismo.

 

Nel testo Jung afferma, tra altre grossolanità, che “l’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico”, che quest’ultimo non affonda su radici proprie ma si sviluppa per gemmazione dalle culture nelle quali s’innesta (giudizio in questo consonante con l’idea nazista degli ebrei come parassiti). Pur difendendolo pubblicamente da ogni accusa di antisemitismo, in questa lettera Neumann, con vero spirito di parresia (l’antica franchezza filosofica propria di chi, per amore della verità, è disposto a mettere in gioco se stesso e la sua relazione con l’interlocutore) attacca e decostruisce una per una le tesi del maestro chiedendogli conto, senza infingimenti, delle sue affermazioni: “Da dove tra le sue conoscenze della razza e del popolo ebraico, caro dott. Jung? Alla fine dei conti non Le pare possibile che la Sua valutazione erronea sia causata anche da una mancata conoscenza di questioni ebraiche e da una segreta avversione medioevale nei confronti di esse? E che di conseguenza lei sappia tutto dell’India di 2000 anni fa e nulla sul chassidismo di soli 150 anni addietro?” Poco dopo avanza l’ipotesi che Jung “confonda Freud – che oltretutto aveva classificato come pensatore sociologico-europeo – con l’ebreo prototipico”, lasciando intendere che il suo conflitto irrisolto con il padre della psicoanalisi possa avergli giocato qualche scherzetto proiettivo. Ma oltre a contestare l’infondatezza dei diversi pregiudizi junghiani sulla “psicologia ebraica” Neumann rigetta con fermezza, e in maniera persino commovente se si tiene conto del contesto storico, l’equazione junghiana tra nazismo e germanicità: “mi creda se Le dico, proprio come ebreo, che senz’altro adoro la fecondità germanica, per quanto riesca a vederla e intuirla. Ma l’equazione nazismo = germanismo ariano potrebbe essere fatalmente erronea. E devo dire non concepisco per quale via Lei vi sia arrivato”. La lettera è dunque molto ferma e non priva, come ammetterà lo stesso Neumann, di una certa dose di aggressività che tuttavia non sfocia in rancore né mette a rischio la relazione di amicizia e stima reciproche, anzi: è un segno di piena fiducia in essa: “Non mi sento di cambiare nulla di questa lettera. Così è scritta e così rimane. Spero che sia comprensibile l’intenzione con cui l’ho scritta. Credo che sia proprio la mia gratitudine nei Suoi confronti a impormi la sincerità”.

 

Jung, Neumann, Eliade

 

Jung pare essergliene grato: è importante che sia un ebreo a difenderlo da queste accuse ed è certo favorevolmente impressionato dalla sua capacità di muovere critiche stringenti e radicali senza tuttavia prendersela personalmente – cosa che in altre circostanze, su altri temi, non sempre gli riuscirà. Non senza imbarazzo, Jung prova a difendersi dalle critiche del collega rivedendo e spiegando meglio qualche sua affermazione ma ammette gli errori e lo invita convintamente ad approfondire autonomante il tema della psicologia ebraica, invitandolo di fatto a superarlo e mostrandosi in questo, come nota nella sua bella introduzione Luigi Zoja, un maestro migliore di quanto non si fosse rivelato, in questo, Freud nei suoi confronti. Neumann, da parte sua, ne uscì forse rafforzato psicologicamente: il discorso si spostava ora su argomenti rispetto ai quali era oggettivamene più competente del maestro del quale, tuttavia, poteva constatare la capacità di accettare le critiche. Buona parte della corrispondenza tra il 1934 e il 1940, quando l’entrata in guerra dell’Italia isolerà la Svizzera e renderà impossibile la corrispondenza, verterà soprattutto su quella che Neumann vivrà come “l’esigenza di spingere Jung a scrivere qualcosa di fondamentale sull’ebraismo”.

 

Colpiscono, nelle lettere di questo periodo, alcune dinamiche transferali, da parte di Neumann, ben gestite da Jung che sceglie con accortezza parole e tempi di risposta, tanto da indurre Luigi Zoja – ottimo curatore di un’edizione italiana arricchita di 150 nuove note e migliorata dalla scelta di presentare in due parti, relative alle due trance di corrispondenza, il saggio del curatore dell’edizione originale, originariamente unico e posto all’inizio del testo – a parlare di “un’analisi condotta per lettera (…) per gli scopi e i risultati dell’evoluzione e del flusso individuativi che fluiscono ininterrotti dal discorso del paziente-allievo”. E come spesso accade in analisi, alcune delle elaborazioni personali più feconde e importanti si compiono proprio quando si è costretti a fare i conti con una sospensione, o con la fine, della relazione analitica. Come osserva Martin Liebscher, curatore dell’edizione tedesca e autore del saggio sopracitato, “sembrerebbe quasi che i cammini dei due si siano scambiati durante gli anni in cui non erano in contatto: Neumann (…) spostò il centro della sua attenzione su questioni di etica e psicologia dello sviluppo; mentre Jung, dopo la guerra, s’interessò sempre di più del misticismo ebraico e del simbolismo riguardante la separazione e la riunificazione tra l’aspetto maschile e quello femminile di Dio, rispettivamente Tiferet e Malkuth”, che giunse persino sognare.

 

Quanto a Neumann è davvero straordinario, e commovente insieme, il fatto che proprio durante gli anni della secondo guerra mondiale, quando mezza Europa proietta la propria Ombra sugli ebrei e l’altra metà non sembra preoccuparsene troppo, di fronte a l’esperienza della Shoah che in molti considerano l’esempio per antonomasia del male assoluto, vivendo in un paese in cui l’odio antisemita sta già facendosi sentire e armando gli eserciti, elabori una teoria che chiama Nuova etica, il cui centro è la rinuncia a considerare il male come assoluto ed esterno a noi, per abbracciare una visione che rigetti la concezione del bene e del male come opposti che si escludono a vicenda. Essi abitano al contrario l’interiorità di ogni uomo che, quanto più rimuoverà e reprimerà questo aspetto, tanto più sarà portato a proiettarlo fuori di sé, come era accaduto durante la seconda guerra mondiale, come stava per accadere con la nascente guerra fredda e come non smette ancora di accadere per la cosiddetta questione palestinese. In Psicologia del profondo e nuova etica Neumann propone una nuova etica che provi al contrario a fare i conti con la propria Ombra, si disponga a riconoscerla, ad accettarla e provi ad integrarla – “venirne a capo”, scrive Jung correggendo l’ottimismo del collega, “non è possibile”; riuscirvi, sarebbe proprio di un “superuomo”.

 

 

Il libro ruota attorno alla tesi per la quale “com’è dimostrato da una quantità di esempi della storia, ogni forma di fanatismo, ogni dogma e ogni tipo di comportamento unilaterale compulsivo alla fine è soppiantato esattamente da quegli elementi che aveva represso, soppresso, ignorato”. Il che vale, scrive con assoluta lucidità e onestà intellettuale a Jung già negli anni ’30, vale anche per il nascente stato ebraico: “Temo che in Palestina si manifesteranno tutti i nostri istinti repressi, tutta la nostra brama di potere e di vendetta, tutta la nostra insensatezza e brutalità nascosta”.

Jung legge e in parte corregge (come dimostra l’interessantissima appendice numero 3 che riporta la proposta di correzione e modifica che questi invia a Neumann) le prime bozze del testo che saluta subito con entusiasmo battendosi, con alterne fortune e qualche atteggiamento equivoco, per la sua pubblicazione. Apprezzamento ed entusiasmo analoghi saluteranno la lettura della Storia delle origini della coscienza che Neumann scrive sempre in quegli anni riuscendo, scriverà Jung nella sua prefazione, sviluppare e portare avanti molti temi meglio di lui, giungendo dove egli si era arenato.

La tormentata storia della pubblicazione di queste opere è per altri versi una impietosa denuncia delle dinamiche di potere, e di ottusità, insite allo Jung Institut di Zurigo, che ne osteggerà la pubblicazione nella collana ufficiale dell’istituto, considerandole, nonostante il parere favorevole di Jung, troppo poco ortodosse e mettendone persino in discussione la fondatezza scientifica. Dalle lettere appare però anche uno spirito di confronto e di apertura maggiore che caratterizza i seminari di Eranos, ai quali Neumann parteciperà spesso, grazie anche all’intercessione di Jung, che ne difenderà il valore.

 

Problemi di salute, lutti, bombardamenti, entusiasmi per la ricchissima produzione saggista di entrambi e delusioni per questioni personali e politiche scandiscono la lunga corrispondenza che s’interrompe improvvisamente il 5 novembre del 1960 (ma l’ultima lettera di Neumanna a Jung è dell’11 settembre dell’anno precedente) quando Neumann muore di un tumore fulminante, a soli 55 anni. C’è da chiedersi, data la sua eccezionale produttività, quali altri tesori avrebbe potuto lasciare in eredità se fosse vissuto più a lungo. I pochi libri che ci lascia sono comunque sufficienti a farne, per usare un’espressione buddhista, l’autore di un vero e proprio secondo giro di ruota della psicologia del profondo che si svela e si propone apertamente come una pratica intrinsecamente etico-pedagogica capace di guardare anche alle dinamiche collettive e di farsene cura. La sua assoluta attualità non sarà certo sfuggita al lettore. In tempi in cui si innalzano nuovi muri c’è bisogno di un pensiero che costruisca ponti tra gli opposti.

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