Ren Hang: fotografie haiku

Il Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci di Prato riapre, dopo l’emergenza Covid-19, con una retrospettiva intitolata semplicemente “Nudi” dedicata al fotografo e poeta cinese Ren Hang prematuramente scomparso nel 2017 a soli 29 anni.

“Il più eroico fotografo che la Cina abbia avuto in tempi recenti”. Così lo definisce Francesco Terzago, traduttore in italiano (e prima traduzione in assoluto, da cui citeremo) del corpus poetico di Ren Hang. 

Come ci immaginiamo venga vissuta la nudità in un paese come la Cina? “Il sesso e la nudità in generale deve essere associato alla bellezza e alla purezza. […] Penso che i cinesi amino la bellezza del sesso e della nudità ma cercano di sfuggirle”. A dirlo è proprio l’autore il quale afferma anche che le sue poesie e le sue fotografie viaggiano su due diversi binari che non si incrociano, due diversi piani espressivi. Eppure come le sue fotografie la poesia di Hang è nuda o meglio è naturalistica nel senso che si fonda sulla natura delle cose e della loro propria esistenza considerata come principio autosufficiente. Un principio sul quale si fonda tutta la breve esistenza di questo autore, tormentata proprio dal desiderio di libertà assoluta.

 

Ren Hang, Kissing Roof, 2012. Courtesy Stieglitz19 and Ren Hang Estate.


Il dono

La vita è proprio

un dono prezioso

benché spesso mi chieda

se non sia stato dato all’uomo sbagliato

(16 luglio 2014)

 

Ren Hang nasce nel 1987 a Changchun, una città di circa 7.500.000 di abitanti situata nel nord est del paese e soprannominata la “Detroit della Cina” per il suo ruolo chiave nell’industria automobilistica cinese. Nonostante il profondo affetto per la sua città natale, Hang si reca a Pechino a soli 17 anni per studiare comunicazione, studi che non porterà a termine. Si avvicina alla fotografia in maniera autodidatta acquistando una fotocamera point-and-shoot e iniziando a scattare foto di nudo dei suoi amici come un modo per “alleviare la noia” mentre studia pubblicità al college. Parallelamente alla fotografia Hang scrive poesie, si potrebbe dire che le due espressioni artistiche siano in lui il positivo e il negativo. La fotografia è la luce, la poesia l’ombra entrambe facce della sua personalità già fortemente minata dalla depressione.

Il corpo umano è il soggetto predominante del lavoro di questo autore. Egli lo manipola usandolo apparentemente a proprio piacimento quasi volesse affermare che il concetto di forma non può essere determinato a priori ma afferisce alla sfera del sentire personale e a come questa emerga attraversando strati di esperienza in modo del tutto naturale.

 

Ren Hang, Nude, 2016. Courtesy Stieglitz19 and Ren Hang Estate.


Ma nella Repubblica Popolare Cinese non ci si occupa di “corpi” se non per nutrirli e farli lavorare. La nudità in Cina è considerata pornografia in qualunque modo la si voglia mostrare. Uscire da questo schema è semplicemente proibito con il rischio, per chi trasgredisce, di vedersi infliggere pene a volte molto severe.

Ricordiamo che in questo Paese lo stupro è un crimine che può essere punito con la pena capitale e non certo per proteggere il genere femminile quanto per sottolineare che il corpo non è libero anche se è l’unica cosa che appartiene veramente all’individuo. Il corpo è una “macchina” che serve allo Stato per produrre. 

Analogamente esiste in Cina il reato di produzione o esposizione di materiale pornografico, reato che ha causato ad Hang non pochi fastidi con la giustizia proprio per il contenuto sessuale molto esplicito che spesso si può osservare nelle sue immagini. Naturalmente non è dato al censore cinese – che arriva a guardare centinaia di contenuti video pornografici a settimana per stabilire il livello di censura da applicare e la conseguente pena da infiggere a chi li commercializza – il beneficio del dubbio se sia o meno in presenza di un’opera d’arte. Niente violenza, niente pornografia, niente omosessualità nella Cina a regime comunista (quella stessa Cina che però pratica la pena di morte su migliaia di detenuti rei di aver commesso non delitti brutali ma infrazioni al codice penale che in altri Paesi sono puniti con anni di carcere). Del resto è storicamente risaputa l’avversione del comunismo nei confronti di sesso e omosessualità. Ne è un esempio lampante, in Italia, l’espulsione dal Partito Comunista di Pier Paolo Pasolini nel 1948 dovuta proprio allo “scandalo” causato dalla sua omosessualità.

 

Grazie a questo stato di cose è molto facile indicare la fotografia di Hang come protesta contro l’ideologia di regime e rifiuto dell’omologazione voluta dal potere politico. Hang però non si è mai considerato un artista politico “È la politica a interessarsi a me, io non sono interessato alla politica”, dice, sottolineando un aspetto molto comune nella pratica del potere che è quello di strumentalizzare tutto ciò che crea disturbo inducendo gli individui a pensare. “Siamo nati nudi – dice ancora Hang – io fotografo solo le cose nella loro condizione più naturale”. Qualcuno potrebbe però obiettare che le pose in cui ritrae i suoi soggetti tutto sembrano tranne che naturali. Qui è necessario fare uno sforzo per capire che anche il concetto di “forma naturale” è legato a stereotipi consolidati che si riferiscono a modelli imposti ben precisi, così come imposti sono gli stereotipi che pervadono la morale della società, cinese e non.

C’è invece un modo di vedere la normalità emendato dalle convenzioni. Esiste il linguaggio artistico proprio dell’autore che noi pubblico interpretiamo in relazione a tutti i nostri riferimenti culturali, ma tali riferimenti non sono liberi e dunque non siamo nel campo della consapevolezza che invece permea lo sguardo di questo autore.

 

“L’arte è qualcosa di personale, soggettivo – dice sempre Ren Hang – nasce dalla relazione che hai con te stesso, perché è solo col tuo modo di sentire le cose che puoi comunicare qualcosa agli altri”. È chiaro che siamo difronte alla rappresentazione di una condizione vissuta in prima persona e che solo successivamente assume un carattere sociale ma non per volontà esplicita dell’autore.

 

Ren Hang, Two Girls Dress, 2016. Courtesy Stieglitz19 and Ren Hang Estate.


Le fotografie di Hang oscillano tra il disturbante e il poetico (d'altronde la poesia è disturbante e anche l’immagine può esserlo), entrambe condizioni invise ad un regime perché espressioni di libertà. Le sue fotografie così come le poesie non sono rassicuranti, tantomeno facilmente classificabili, etichettabili, riconducibili a un genere. Possiamo invece dire che sono “lucide” sezioni di corpi esposte allo sguardo umano. L’atto che l’autore compie nel mettere in posa i suoi soggetti è spontaneo e naturale, appartiene a una visione che in molti hanno definito queer. Tuttavia queer è un termine spesso usato da coloro che sono politicamente attivi nel cercare di superare le classificazioni sessuali, da chi rifiuta con forza le tradizionali identità di genere e le categorie dell’orientamento sessuale mentre le immagini di Hang non hanno nulla di politico né tantomeno sono classificabili come strumenti di lotta contro il sistema. Lo ripetiamo: Ren Hang non fa politica, è un giovane uomo che racconta ciò che lo circonda senza alcuna intenzione di “combattere” il sistema, semplicemente mette in scena la sua realtà.

 

Il colore dei capezzoli

Il colore del tuo capezzolo

più lo lecco e più diventa intenso

come una ciliegia,

ora sembra un acino d’uva

 

Ieri sono passato dal fruttivendolo

Ciliegie: 8,25 al chilo

Uva: 1

(1aprile 2016)

 

Ren Hang, Girl with Ants, 2014. Courtesy Stieglitz19 and Ren Hang Estate.


La poesia Il colore dei capezzoli è un esempio di come un semplice atto erotico nella mente dell’autore si trasforma in conto della spesa. Il corpo qui, questa porzione del corpo, devia dall’ambito delicato di un gioco sessuale per confluire in quello più pratico del confronto tra il valore monetario di due generi alimentari, ma è anche il contrappunto che l’eccitazione gioiosa fa di una constatazione miserevole. Cosa ci si può permettere: le ciliegie o l’uva? L’immaginario è quindi sì spostato su un piano sociale ma parla anche di una valutazione dell’amore. Di certo non ci si può permettere di esprimere pubblicamente il proprio desiderio.

 

Allo stesso modo Hang, nelle sue immagini, mostrando giovani corpi nudi, di una bellezza riprodotta in serie, denuncia suo malgrado la fragilità e al tempo stesso il desiderio di essere parte del mondo, non di servirlo. Le pose innaturali rimandano a quel conto della spesa che prende il sopravvento sull’amore e sulla bellezza pura e asessuata cui l’autore anela. Nelle sue costruzioni visive Ren Hang deturpa il naturale equilibrio fisico pur tuttavia mantenendo una forma armoniosa del corpo stesso ed è qui che si cela la ribellione al sistema, una ribellione non cercata bensì naturalmente insita nell’essere umano.

Le immagini mostrano giovani individui che guardano dritto in faccia il pubblico, essi si rivolgono all’osservatore in quanto parte del sistema puntando gli occhi nell’obiettivo, unico strumento che posseggono per testimoniare al di fuori di sé di esistere. Al contempo però si mostrano per ciò che sono: fianchi, cosce, sessi, braccia, volti: il corpo è esposto non per scandalizzare (come vorrebbe il regime per meglio reprimere) ma per testimoniare l’esistenza. 

Le immagini che Hang ci propone non sono altro che il ritratto naturale di ciò che ci circonda e dunque inevitabilmente universali. I giovani nudi possono essere indifferentemente cinesi, europei o più ampiamente occidentali e orientali in quanto quella di Ren Hang è una constatazione della realtà dell’essere umano e non generica identificazione di una condizione giovanile. Le parole dell’autore stesso pongono fine ad ogni possibile altra interpretazione quando dice: “I nudi sono nudi. non sono sexy né eccentrici. Se hanno qualche significato, è perché io do loro un significato”.

 

Ren Hang, Untitled, 2015. Courtesy OstLicht Gallery and Ren Hang Estate.


Nel febbraio del 2017 il giovane prodigio della fotografia cinese si è suicidato a Pechino, saltando dalla finestra della sua abitazione. “Soffriva così tanto di depressione che non riusciva a controllarsi. Viveva a un ritmo frenetico, viaggiava molto”, ha affermato il suo gallerista, Lingyun Wang, della On-Gallery di Pechino. Sul suo sito web c’era una pagina intitolata La mia depressione che nel 2013 è diventato anche il titolo di un libro contenente fotografie e poesie.

“Fino alla fine ha voluto superare se stesso, andare oltre. Stava cercando la libertà assoluta”, ha detto ancora Wang. Oltre alla fotografia Hang, lo ricordiamo, ha scritto numerose poesie, alcune piuttosto divertenti, in una sorta di metrica haiku cruda, attraversata da morte e sesso. All’inizio del 2017 ha esposto al Foam di Amsterdam, a Pechino, a Stoccolma. Forse avrebbe potuto superare il malessere che gli procurava quel sole nero che lo bruciava dentro. Le immagini che non ha scattato, i versi che non ha scritto hanno fatto a pugni con le voci che risuonavano funeste nella sua mente, una lotta impari che lo ha fatto soccombere lasciando un grande vuoto in un panorama artistico a tratti un po’ asfittico. 

 

In un post pubblicato su Weibo, un social cinese, il 27 gennaio 2017 riferendosi al desiderio di morire scrisse: “Spero che questo obiettivo possa essere raggiunto quest’anno”.

E così è stato poco meno di un mese dopo, il 24 febbraio e poco prima di compiere trent’anni.

 

Amore

Quando mi giro

tu sei ancora lì

mi giro di nuovo

e tu sei ancora lì.

 

Un’altra volta ancora

e la porta si è chiusa

e così io non posso vederti

ma so

che sei ancora lì.

(1gennaio 2017)

 

La mostra Nudi di Ren Hnag, esposta presso il Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci a Prato, è visitabile fino al 23 agosto 2020.

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