Il silenzio è pensiero, quando ne parli non c'è più. Il silenzio è scrivere, leggere, è il libro, è lo schermo, pieni di parole mute e silenziose. Il silenzio è lo spazio che la parola inter-rompe, divide in blocchi insinuandosi nei suoi interstizi, come quelli esaminati da Giovanni Gasparini nel suo C'è silenzio e silenzio, Milano 2012, volumetto della collana dell'Accademia del silenzio dell'editore Mimesis. E la parola allora dove sta? È la freccia che rompe il silenzio, o se ne sta affondata nel mare o nelle brume del silenzio, nelle quali talvolta affonda e dalle quali talaltra affiora? 

 

O sono le frasi cucite sulla stoffa del silenzio stesso? È David Le Breton a usare quest'ultima immagine, nella sua Ouverture posta paradossalmente e provocatoriamente alla fine del suo trattato sul silenzio (pubblicato originariamente in francese nel 1997 col titolo Du Silence, Editions Métailié, Paris 1997 ma aggiornato dall'autore per l'attuale edizione in lingua italiana: Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo, trad. di Paola Merlin Baretter, Raffaello Cortina, Milano 2018). L'ouverture apre al silenzio sinestetico della pagina bianca non ancora riempita dai caratteri della parola scritta, quel biancore silenzioso di cui parla anche Erling Kagge (Il silenzio. Uno spazio dell'anima, Einaudi, Torino 2017: vedi la mia recensione qui). 

 

Partirò dunque, da buona metaforologa, dalle metafore del silenzio, che nel testo di Le Breton sono tantissime e superano di gran lunga quelle da me esaminate nel mio contributo alla medesima lodevole collana (Francesca Rigotti, Metafore del silenzio), che dal 2012 offre i suoi contributi al tema (ultimo volumetto uscito, Antonio Pivo, Il silenzio e lo spazio). Nella mia analisi mi concentravo su due campi specifici, che chiamavo «metafore del silenzio di ghiaccio e di pietra» e «metafore del mare del silenzio», notando come la maggior parte delle immagini linguistiche che si usano per designare il silenzio e i suoi effetti si possano raggruppare, con sorprendente omogeneità, attorno a uno di questi due centri, formando due campi metaforici la cui consistenza fa supporre che abbiano il valore di strutture mentali. Il campo metaforico del silenzio solido, di vetro, di pietra, di ghiaccio, che la parola rompe e spezza, convive con quello del silenzio liquido-magmatico e le sue variazioni: il cotone di un silenzio ovattato e nebbioso; il velo di un silenzio squarciato, lacerato dalla parola violenta come una lama o dal gesto delle mani che strappano il tessuto: silenzio che quale sudario copre e avvolge le cose prive di vita, vecchie, polverose, dimenticate, giacché il silenzio sta, non dimentichiamolo, sul versante del mondo negativo, regno della tenebra e del male, mondo freddo, tetro, muto, oscuro; del mondo privato della vita, mancante, non esistente. Così interpretato il silenzio appare, soprattutto, come luogo spaziale nel quale stanno immerse e nascoste le parole che si muovono nel tempo, luogo dunque ben più ampio di quello del linguaggio, come la massa delle acque marine – l'immagine è da Il mondo del silenzio di Max Picard (2007 in lingua italiana, ma 1948) – è più grande della massa della terraferma. Analogamente la terraferma del linguaggio «contiene più essere», nel linguaggio della metafisica platonica adottato da Picard, possiede una maggiore «intensità di essere» rispetto al mare del silenzio.

 

Le Breton per parte sua esibisce una serie ricchissima di immagini per parlare di ciò di cui non si può parlare senza negarlo o spezzarlo: silenzio che è «respiro tra le parole», che «scende» (sipario? nebbia?) o «precipita» (valanga? cascata?). Silenzio che «ispessisce» lo scorrere del tempo, «coagula» lo spazio, «spezza la fluidità della parola». E poi ancora, il silenzio è «trama», è «argine» rotto il quale la parola fluisce all'impazzata, è «fortezza» destinata a troncare ogni forma di comunicazione, «grido» murato nella carne, storia «congelata» nel dolore. Se è poi forzato, il silenzio è «cappa di piombo» ma anche «velo» o «bavaglio» che copre la bocca. Soprattutto la bocca della donna, che non gode di una condizione egualitaria nell'usare la parola – afferma Le Breton – e che non dispone neppure oggi e neppure alle nostre latitudini della stessa libertà di parola dell'uomo. Il silenzio ha un sesso, spiega Le Breton, il sesso femminile, anche se curiosamente è attribuita proprio alle donne l'abbondanza gratuita di parola, la logorrea, la chiacchiera. Eppure chi le interrompe sono nella quasi totalità uomini, i quali spezzano la parola della donna ritenendola superflua, inessenziale: la lingua, conclude Le Breton, è «monopolio di un sesso soltanto». Gli fa eco lo scrittore e drammaturgo nordamericano John Biguenet nel suo Elogio del silenzio (Come sfuggire al rumore del mondo, trad. di Naike Agata La Biunda, il Saggiatore, Milano 2017): zittire le donne con nonchalance, metterle a tacere anche in modo violento, ridurle al silenzio è una caratteristica del nostro tempo.

 

 

Sempre più spesso il silenzio viene tematizzato: in poesia e in letteratura, in sociologia, psicologia e psicoanalisi, in teologia e in antropologia, in filosofia (poco). Lo fa anche Biguenet, ma i contenuti del suo libro sono un po' poveri anche se le esperienze dell'autore non sono affatto banali: l'aver trascorso un anno da seminarista, adolescente, in un monastero benedettino (con i suoi ritiri spirituali in perfetto silenzio) o l'essere stato vittima, nell'agosto del 2005, dell'uragano Katrina che distrusse la città di New Orleans inondandola di acqua salmastra (e l'acqua è elemento analogicamente affine al silenzio, acqua del silenzio in cui le parole affondano, acqua da cui le parole affiorano). L'evento dell'uragano bloccò la capacità di leggere e vedere film dell'autore. Perché per aprirsi alle parole e alle immagini degli altri, interpreta Biguenet, bisogna saper mettere a tacere il proprio io; ma nelle vittime di simili esperienze l'io non sa mettersi in silenzio.

 

Il libro di Le Breton è invece un vero e proprio trattato sociologico-antropologico sul silenzio, del quale vengono esplorate diverse espressioni e forme: nella conversazione, in politica e in psicoanalisi, nelle religioni e nella spiritualità e nelle immagini dei mistici – la parte forse più ricca, interessante e coinvolgente – e in coloro infine che pensano e scrivono di morte, che del silenzio è «la vera parola». Oggi ai funerali si applaude: una pratica che mi fa rabbrividire ogni volta. È una prestazione degna di applauso, la morte? O si battono le mani per metterla in fuga, si fa rumore per esorcizzarne la minaccia giacché il rumore è prodotto dai vivi?

E allora il rumore che oggi ci viene da ogni parte affibbiato e domina beffardo? Che venga imposto da chi detiene il potere di farlo a chi ne viene sommerso, per impedirgli di pensare al proprio io? o per esorcizzare un silenzio considerato simile alla morte? Vuole ricordarci, il frastuono incessante e talvolta perfettamente gratuito, che siamo vivi? Abbiamo modi migliori per farlo.

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