Storia del mio breve corpo. Uno sguardo queer dalle riserve

Tra il settembre 2015 e l’aprile 2016 più di cento membri della comunità Cree Attawapiskat, all’interno del territorio canadese, hanno tentato di togliersi la vita. Alla fine della primavera veniva dichiarato lo stato di emergenza, ripercorrendo le sorti della Prima Nazione Neskantanga, in Ontario, in allerta dal 2013. Dietro a un desiderio tanto massiccio e sincronico di rinunciare alla vita ci sono, sicuramente, le condizioni in cui versano le comunità indigene ai confini dello stato canadese. Ci sono le abitazioni inadeguate, il sovraffollamento, la pessima gestione dei fondi statali, i danni ambientali che si abbattono sulla qualità della vita degli abitanti. Ci sono poi, soprattutto, omofobia e transfobia. 

Dopo aver subito un processo di cristianizzazione forzato, nel corso dei secoli le riserve sono diventate un buco nero di annientamento per tutte quelle identità che si definiscono fluide, non allineate, non conformi alla norma.

 

Ma come si racconta l’identità queer senza cadere nelle trappole strutturali del linguaggio? E in che modo questo stesso linguaggio, quando è lingua dei colonizzatori, potrà servire a liberare la voce dei colonizzati? In Storia del mio breve corpo (Edizioni Black Coffee, 2021) Billy-Ray Belcourt prova a rispondere a queste domande scegliendo la forma del saggio autobiografico, un genere con cui si confronta con irrequietezza, piegandolo ora allo stile accademico, ora alla prosa poetica, ora alla pagina di diario. Ne deriva un genere a sé, una scrittura epistemologica che indaga “sotto la soglia del visibile”, un racconto che esplode nelle mani del lettore, si fa rincorrere senza mai lasciarsi completamente afferrare, fino alla fine. 

 

 “Se dovessi elencare i miei scrupoli estetici in ordine di importanza, allora l’ambiguità verrebbe prima della veridicità” scrive Belcourt in una nota di apertura che è anche una dichiarazione poetica, “La mia storia non è lineare, e in queste pagine imbriglio le forze della poesia e della teoria per dar vita a una trama che si estenda ben oltre i confini della mia esistenza individuale”. 

 

Il saggio/memoir si apre con una lettera a nôhkom, la nonna paterna. È un tributo d’amore costruito con tenerezza attraverso ricordi d’infanzia, in cui lo scrittore riconosce alla donna il merito di averlo introdotto al linguaggio degli affetti. Questa iniziazione sentimentale ha un ruolo importante per quella che nel libro verrà indicata come “filosofia d’amore”, una forma di resistenza attiva che Belcourt propone per contrastare il debito di attenzioni che lo stato canadese ha nei confronti dei suoi nativi. Una rete di amore, supporto e riconoscimento che possa contrastare “l’orrenda narrativa della razza”.

 

Billy-Ray Belcourt è un NDN: un non-dead native, ovvero un “nativo non ancora morto”. Si tratta di una denominazione autoreferenziale usata dagli stessi nativi, probabilmente in risposta alla celebre e sfortunata frase “l’unico indiano buono è un indiano morto”, pronunciata dal generale Philip Sheridan durante la Guerra Civile americana. Sono soggetti marginalizzati, segregati, le cui vite sono rappresentate da statistiche, principalmente legate al suicidio e a condizioni di vita disagiate. 

 

 

Membro della popolazione indigena della Driftpile Cree Nation, il padre aveva pensato che Billy-Ray fosse un nome dal suono sufficientemente americano, un nome che avrebbe potuto aiutare suo figlio a farsi strada e a integrarsi nel mondo dei rodei. La storia, benché decisa all’anagrafe, sarebbe andata in modo diverso: a diciannove anni Belcourt inizia a scrivere poesia. Laureatosi in letterature comparate all’Università di Alberta, avrebbe poi proseguito la carriera accademica con un dottorato in letteratura inglese. Nel 2018 è diventato il più giovane vincitore nella storia del premio Griffin con la raccolta.The Wound is a World

Oltre a essere un NDN, Belcourt è anche un soggetto queer. La filosofia dell’amore diventa allora una forma di resistenza militante che non risponde solo alla questione della razza ma anche a quella di genere:

 

“Ricordo bene la preoccupazione negli occhi dei parenti quando ho dichiarato di essere queer. Malgrado avessero affermato […] che la loro felicità era subordinata alla mia, percepivo in loro una nebbia di dolore. Il dolore legato all’impossibilità della procreazione. Nel mio esplicare un’identità sessuale non conforme alle norme hanno avvertito forse una sconfessione del futuro, un futuro che avevo trasformato in un territorio scevro da padri, inospitale per chi come loro seguiva i dettami della paternità” (p. 35).

 

Nel capitolo dal titolo Un’infanzia NDN Belcourt discute esplicitamente attraverso la sua stessa esperienza il dramma intersezionale di una vita al margine dei margini, quella di una persona queer nel contesto della minoranza indigena. Questo incrocio di realtà fa sì che la parola futuro si carichi per il protagonista di una responsabilità insostenibile non solo verso se stesso, ma anche nei confronti di una comunità che sta scomparendo. L’oppressione invisibile eppure fattuale dello stato canadese sugli abitanti delle riserve contribuisce allo scandalo di una vita che si libera “dall’obbligo di portare avanti un nome, una storia”. 

È a questo punto che il dialogo con i maggiori teorici del queer si fa più intenso e concreto. Belcourt chiama in causa Judith Butler e Foucault, ma gli scritti di Lee Edelman sembrano essere il riferimento principale anche quando non esplicitamente citati. Nella raccolta di saggi dal titolo emblematico No Future (2004) Edelman formulava una teoria queer radicale che andasse ad opporsi al cosiddetto “futurismo riproduttivo” alla base della politica universale. Essere queer significa, per il teorico “antisociale”, rifiutare l’ordine politico secondo cui maggiori diritti vengono assegnati in nome della riproduttività. All’obbligo sociale Belcourt risponde con un grido d’amore e rifiuto che abbraccia anche la lotta femminista:

 

“Voglio essere una cattiva ragazza. Voglio essere una cattiva ragazza di modo che la mia ribellione abbia un che di musicale. […] Essere una cattiva ragazza equivale a essere una delle creature più rimproverate del mondo moderno. Una cattiva ragazza è colei che si è svincolata dalla brutalità della socializzazione” (p. 60).

 

Il poeta di origine vietnamita Ocean Vuong è un’altra delle voci che Belcourt chiama più spesso in supporto di questa narrazione a un tempo individuale e universale di soggetti queer non allineati: da Vuong impara quanto la poesia possa imporsi come alternativa a un linguaggio ordinario portavoce di valori normativi. “A volte piango in indiano/e sembra quasi/ che stia parlando inglese” scrive l’autore, citando se stesso da una raccolta del 2017. In questo linguaggio inedito, ibrido, che mescola insieme generi incompatibili tra loro, ci sono momenti in cui la gioia si afferma proprio grazie alla poesia, quando accostamenti inediti e immagini nuove indicano la strada verso nuovi mondi possibili. 

 

Lo stile di Belcourt, inizialmente ostile, decostruisce il linguaggio dei colonizzatori e restituisce invece una voce che afferma se stessa in nome della bellezza, gioiosamente, perché “la gioia è arte è un’etica della resistenza”. Storia del mio breve corpo è un libro sperimentale e coraggioso che dimostra quanto sempre più necessario sia uno sguardo intersezionale sulle questioni d’identità di genere. È anche un libro sul potere rivoluzionario e politico della parola poetica, che diventa cittadinanza assoluta per tutti i soggetti che abitano ai margini delle definizioni. 

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