Texas-Messico: l'occhio del ciclone

Vivo nell’occhio del ciclone. La tempesta dell’immigrazione soffia dietro casa, sul confine fra Texas e Messico, così violenta da togliere il fiato. Ma qui in Louisiana regna una quiete profonda. L’estate si srotola lenta e senza soprassalti, tanto rovente da svuotare le strade e ammutolire i cani. Le notizie che arrivano da laggiù sono cronache da un altro pianeta.

Ogni giorno porta un’altra storia, numero, dettaglio. Il senso però non cambia. Da primavera oltre 2 mila 500 bambini, in fuga dalla violenza del Centro America, sono stati strappati alle famiglie e chiusi in centri di detenzione. Alcuni sono stati da poco riuniti ai genitori, altri aspettano. Migliaia di migranti adulti sono sottochiave. Un numero imprecisato di richiedenti asilo è stato respinto prima di poter presentare il suo caso a un giudice.

È la tolleranza zero voluta dal presidente Trump, un’eclissi dei diritti che vista da qui è ancora più amara. È la storia cupa raccontata dai media, dalle associazioni, dagli immigrati. Ed è il velo che si leva sull’altra faccia dell’America.

Quella che ha votato Trump e si ostina a credergli – anche se i dati dicono che non c’è un boom dell'immigrazione, che gli arrivi non sono mai stati così bassi. Quella del Deep South, rurale, conservatore, bigotto, così malato di povertà da non reggere lo sguardo dei più poveri. Le chiese sono sempre piene, ma la carità cristiana si ferma alla porta di casa.

 

L’area di massima turbolenza è a portata di mano. Una giornata di macchina e siamo a Brownsville, Texas. Qui, in un Walmart dismesso, c’è Casa Padre, immenso centro di detenzione per migranti bambini. A metà giugno vi erano rinchiusi quasi 1500 ragazzini, tra i dieci e i 17 anni. Paesi di provenienza, Messico, Honduras, Salvador o Guatemala.

All’esplodere delle polemiche, ha aperto le porte ai media. Si è visto un capannone dove le pareti non arrivano al soffitto, le camere mancano di porte e il rumore di fondo suona intollerabile. Sembra un carcere, lo è.

I centri così – più o meno belli, tanti attivi già al tempo di Obama – sono un centinaio, in 17 stati, per un totale di oltre 12 mila bambini. È un business miliardario, in gran parte affidato ai privati, come le prigioni per i migranti adulti. Una rete, quest’ultima, che si concentra al Sud. Basta voltarsi e ne trovi uno. Siamo fra i cinque stati che, secondo dati governativi, detengono il maggior numero di immigrati il giorno (3145 a inizio anno). Fanno meglio solo Texas, California, Arizona e Georgia.

Fino a poco fa la prigione per migranti più vicina era a un’ora da casa. Una decina di posti nel carcere di Texarkana, una cittadina fra Texas e Arkansas. L’alacrità della tolleranza zero li ha però moltiplicati. A metà giugno il giornale locale annunciava che nel nostro carcere di media sicurezza, in nordest Louisiana, ne erano stati attivati un centinaio. In caso di bisogno, rassicurava però lo sceriffo, la recettività poteva arrivare a 240.

 

Il giorno dopo, un reportage fotografico mostrava i nuovi arrivati, rivestiti nella tuta arancio dei carcerati, stesi su brande troppo vicine, la testa sepolta fra le braccia per non farsi identificare. Un groviglio senza volto, corpi muti spogliati di dignità.

I lettori si sono guardati bene dal protestare. Si sono invece fatti sentire più tardi, all’indomani della Families Belong Together March che il 30 giugno ha portato migliaia di persone in piazza per urlare al presidente che i bambini non si mettono in prigione, che le famiglie vanno riunite e messe in libertà.

 

A quel punto la tragedia umanitaria era allo zenit. Si sapeva di celle gelide come ghiacciaie e gabbie così simili a quelle dei cani da meritarsi il nome di perreras, di cibo scadente, custodi sprezzanti, del giovane padre impiccatosi in una cella dopo essere stato separato dalla moglie e dal figlio, di genitori e bimbi che nel marasma della burocrazia non riuscivano a ritrovarsi.

Poi, a toccare i cuori, era arrivato l’audio registrato in una stazione della polizia di frontiera, messo in circolazione dalla non-profit ProPublica. Per sette interminabili minuti si sentivano una bimba di sei anni, separata dalla madre alla frontiera, chiedere fra le lacrime di telefonare alla zia in America; un piccolino invocare singhiozzando il papà e, in sottofondo, un coro di pianti. “Abbiamo un’orchestra, qui”, rideva in risposta un operatore. 

 

Era ormai chiaro che i bambini erano pura merce di scambio. La vera posta in gioco era la riforma dell’immigrazione. Mentre la questione si spostava nelle aule di giustizia, la politica provava a spegnere l’incendio. Il 20 giugno Trump, messo all’angolo anche dai suoi, firmava l’ordine che bloccava le separazioni stabilendo che le famiglie andavano detenute insieme.

Il giorno dopo la First Lady si affrettava in Texas in visita umanitaria indossando l’ormai celebre giacca verde con la scritta “I really don’t care. Do you?”. Peccato si sia finito per parlare del suo outfit più che dei bambini, ma con Melania succede sempre così.

Nessuna nuova invece da Jared Kushner, che in passato aveva evocato spesso i nonni, ebrei dell’Est Europa sopravvissuti alla Shoah che, prima di poter emigrare in America, avevano dovuto trascorrere oltre tre anni in un campo di transito in Italia. Silenzio anche da Ivanka, che nel pieno della crisi aveva mandato tutti in bestia twittando immagini dei suoi figli in pigiamini e abiti da cerimonia.

A suggellare il caso, qualche giorno più tardi il giudice Dana Sabraw intimava all’amministrazione di riunire le famiglie nel giro di un mese o, nel caso di bambini sotto i cinque anni, entro il 12 luglio.

 

Il clima politico restava però contrastato. La Corte suprema, a stretta maggioranza, aveva appena convalidato il Travel Ban voluto da Trump per bloccare gli ingressi da alcuni paesi a maggioranza musulmana. Misura che, come ha sottolineato di recente Michiko Kakutani sul New York Times, ha le stesse radici della tolleranza zero nei confronti dei migranti: paura, razzismo, pregiudizio.

In quell’occasione i giudici avevano sconfessato la sentenza Korematsu vs United States, con cui nel 1944 la Corte aveva avallato l’internamento dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale, da molti considerata il diretto precedente delle incarcerazioni di massa al confine con il Messico. Un segnale incoraggiante. Non abbastanza però da quietare l’ondata di indignazione, che ha trovato voce e volto nella Families Belong Together March.

Quel giorno si è rimesso in moto il cuore generoso dell’America: quello che si era schierato dalla parte delle donne, quello che aveva urlato il suo no alle armi dopo il massacro dei liceali di Parkland, Florida. Ma, come hanno dimostrato le ultime elezioni, questo è un paese spaccato a metà. E neanche i diritti dei bambini ce la fanno a saldare la frattura.

 

Per capirlo non ho dovuto andare molto lontano. È bastato leggere le lettere pubblicate dal giornale locale all’indomani della manifestazione. È un pugno di commenti che stilla un egoismo senza vergogna. Il verbo del trumpismo fatto carne e sangue: noi contro di loro; il privilegio contro la fame del più povero; l’assenza di empatia; la paranoia della paura.

“Se un cittadino americano è arrestato perché sospetto di attività illegali viene separato da suo figlio. Perché non deve succedere a un cittadino straniero?”, chiede Dempsey. “Non è stato il nostro governo a sottoporre i bambini a un viaggio lungo e pericoloso attraverso il Messico per arrivare qui”, rincara la dose Joe. Quindi non c’è ragione se ne prenda cura, quando non riesce a impedire che a Chicago Sud “i nostri bambini, cittadini americani, siano ammazzati dalle gang”.

Da Gerald arriva infine la pièce de resistance – l’aborto, che nel Sud bigotto non manca mai. “Sono lacrime di coccodrillo, quelle per i bambini immigrati illegali”, scrive. “Le versano gli stessi che insistono sul privilegio di separare centinaia di migliaia di bambini dai loro genitori nelle macellerie dell’aborto”.

Chi va separato, conclude, sono invece i bambini e genitori illegali: se così non fosse arriverebbero a milioni per “approfittare della cornucopia di benefici che abbiamo qui”. Come insegnano i pro-gun, si può essere pro-life e sparare sui più piccoli.

 

Mentre scrivo, venti giorni dopo l’ordine del giudice Sabraw, meno del 15 per cento dei bambini è stato riunito ai genitori. Altri attendono che le famiglie siano identificate. Il numero dei bambini non corrisponde però a quello dei genitori nelle prigioni per migranti, che potrebbero essere stati deportati, rilasciati o trovarsi in carcere.

Rimettere insieme chi è stato separato sarà un’impresa. Poi ci si potrebbe occupare degli altri diecimila bimbi immigrati nel circuito dell’Health and Human Service, ma per ora di loro non si parla.

Resta da capire cosa accadrà alle famiglie. L’opinione pubblica si è mossa per i bambini, ma non lo farebbe per gli adulti. Sette americani su dieci, secondo un sondaggio del Washington Post, sono contrari a che i bimbi siano detenuti da soli. Sei su dieci preferiscono però che la famiglia resti in un centro di detenzione fino alla soluzione del caso. “Abbiamo barattato i bambini in prigione con le famiglie in prigione”, lanciava l’allarme il New York Times qualche settimana fa. Sembra il finale più probabile. L’alternativa è la deportazione.

 

Per ora l’unica certezza è che per quei bambini niente sarà più come prima. L’Academy American Pediatrics aveva subito messo in guardia il governo. Separare i piccoli dalle famiglie, avevano spiegato i medici, li espone a danni irreparabili. È uno stress che s’incide per la vita nel cervello e nella salute. Ogni giorno leggiamo di bambini che hanno smesso di parlare, ridere, giocare, di notti sequestrate dagli incubi, di attacchi di panico. È un mare opaco di dolore che nessuna medicina potrà mai guarire. Basta ascoltarlo per capire. Non siamo tutti colpevoli, ma alla fine nessuno può dirsi innocente.

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