Cornia: una saga domestica e animalesca

Ugo Cornia. Animali (Feltrinelli)

Gli animali della vita di un uomo. Quanti sono? Quali sono? E perché ci sono? Domande che stanno dentro il romanzo di Ugo Cornia, saga domestica e animalesca (se il titolo è l’asettico Animali, il sottotitolo tra parentesi è il più orientativo “topi gatti cani e mia sorella”). Ma anche percorso –divagatorio, ondivago, tagliato continuamente a metà – che ci racconta cosa può voler dire vivere con un animale.

 

Secondo abitudine, Cornia narra “come non sapendo”, ovvero scegliendo il punto di vista di un distratto uomo qualunque. Toglie i piedistalli, butta da parte le formule, le etichette, i titoli di merito. E poi fa la voce di uno che è “come se stesse chiacchierando con un amico”, producendosi in tutti quegli ammiccamenti, quei sottintesi, quelle omissioni che sono del discorso parlato e sono anche naturali quando si parla tra conoscenti. Una scrittura dal basso che è poi il tratto comune di molti “narratori delle pianure”, da Celati in avanti. Ora, questa angolazione si rivela incredibilmente efficace a contatto con gli animali. Prima di tutto perché riesce a coglierli per quello che sono. Cioè non si ferma a dichiarazioni di generico e stucchevole amore eterno nei loro confronti, ma dice che se l’amicizia tra uomo e cane è possibile e gratificante, come lo è stata quella tra lo scrittore da giovane con il setter cieco Billo, non è perciò universale: ci sono cani di cui anche il “canaro” ha comunque paura, ci sono cani che gli risultano del tutto odiosi. E poi il taglio rasoterra permette di dire l’indicibile secondo le “prospettive onniscienti”, cioè che vivere con un cane non è facile.

 

Il cane è animale spesso pretenzioso, matto, pesante, insopportabile, rumoroso e molte volte ti assale il desiderio di colpirlo o addirittura di sbarazzartene. Ancora più complicato è il legame con i gatti, che con gli umani stabiliscono contatti intermittenti e distanti. Nella relazione con loro, inoltre, gioca un ruolo fondamentale la casualità. Cornia ci racconta di come, in campagna, i piccoli di gatto siano da sempre stati soppressi appena nati. Pratica crudele, a cui si sfuggiva (e si sfugge) appunto per un colpo di dadi. Cito, il primo gatto che entra nella vita del narratore deve la sua salvezza alla necessità dei genitori di spingere il figlio ad accettare la mensa scolastica. Con lui arriva anche Cionci e poi, più tardi, la malinconica Pinzia, nevrotica perché sterilizzata e chiusa in un appartamento dove non esistono prede. Insomma, presenze stralunate, che piombano nella sua vita, e lì poi rimangono per anni, diventano parte della famiglia e si creano affetto, consuetudini comuni.

 

Una caratteristica del narratore di Animali è di non essere più, da adulto, quello che vuole un animale con sé. Questa attitudine è della sorella (che nel sottotitolo sta tra un elenco di animali). È lei a portargli in casa, dove forzatamente i due coabitano, il cane pazzo Tobi; è lei che vorrebbe immediatamente sostituirlo non appena morto; è lei a curare i piccioni col vaiolo. Non è un caso che, rimasto solo, il narratore abbia smesso di avere bestie per casa. Non le vuole, sta bene senza, non avverte vuoti e mancanze.

 

E però con gli animali ci è cresciuto, ad alcuni di loro ha voluto bene, ma ci sono momenti in cui gli animali possono anche stare di fianco a noi ed altri in cui è impossibile. Questo modo di stare con gli animali, casuale, distratto, ora sì ora no, e questo modo di considerare gli animali come presenze che ci fluttuano attorno, diversi da noi e diversi tra loro (visioni del mondo animale che in esergo sono introdotte dalla frase di Ulrich Beck “lo sforzo di determinare questo concetto è simile al tentativo di inchiodare un budino alla parete”) si manifestano soprattutto quando Cornia – nella prima parte del libro – parla dei topi. I topi dell’antica casa di campagna di Guzzano, sull’Appennino bolognese, sono una presenza ingombrante, continua, fastidiosa, disdicevole, fatta di tracce di escrementi e rumori e occhiute interferenze notturne.

 

Con loro Cornia stabilisce cronologie (la grande invasione del 1992), con loro ingaggia confronti mortali. Ma, in definitiva, con loro convive, perché sono i topi i veri padroni della casa, non gli umani. Quei topi per mesi si fanno gli affari loro, occupano gli spazi, mangiano le provviste incautamente dimenticate in giro. Salvo poi sloggiare nei loro rifugi momentanei quando gli uomini decidono di passare di lì. Ecco, aver esteso la “domesticità” ai topi (seppur una domesticità poco amichevole, fatta di fughe reciproche, di disinfestazioni, di ribrezzi) è possibile solo perché la voce narrante di Cornia possiede uno sguardo largo, che tutto include, che non distingue gerarchicamente. C’è differenza, è ovvio, tra l’amico cane Tobi e i ratti o le arvicole o i topi.

 

Però poi c’è la piccola pantegana a cui viene salvata la vita e che viene allevata e che alla fine si mette a seguire gli umani come fanno i cani. Non è forse quello che fa un animale domestico? E che dire allora dello spirito di solidarietà che accomuna i ratti? E delle loro manine umane, che sembrano far intuire antichi legami di specie? Insomma, se gli animali rimangono animali – come voleva la sapienza contadina – se la smettono di essere considerati come noi (se noi smettiamo di considerarli un mezzo per compensare mancanze o per esibire status), gli animali, tutti, possono diventare più vicini. Come capita al padre del narratore, un uomo che gli animali in casa non li vuole forse perché non ha “la minima idea di trasformarli in povere cose deficienti”, ma che poi diventa amico dell’intelligentissimo randagio Brown e “proprio come due amici li vedevi andare in giro insieme, ma sempre senza neanche dirselo”.

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