Diversamente verdi

L'ambientalismo al cinema è spesso simile ai prodotti biologici italiani: sostiene una buona causa ma lo fa con una confezione poco attraente. Si rifà spesso ad “estetiche militanti e l'unica preoccupazione è quella di far arrivare un unico messaggio, il più direttamente e più velocemente possibile allo spettatore – spettatore che di solito ha deciso di sì, che accetterà quel messaggio, perché è già un militante: dopo i delfini massacrati, i pesticidi spruzzati senza ritegno e i polli stipati in gabbie disumane-ops-disanimali (Bananas!, Food Inc.), si gode lo spettacolo bellissimo dei ghiacciai che si sciolgono con gran tonfo, confortato da immagini che confermano le peggiori paure (e un gusto fotografico comune). Una specie di sublime al contrario, poco eccezionale perché confezionato e spedito al reparto “coscienza verde” del cinema documentario.

 

 

Ma dove è il contorno, dove sono la teoria umana e la forma? Dove sono la poesia e insomma, anche un po' di umorismo? Si piange e basta, con questo buco dell'ozono? Sembra quasi che il “cinema ambientalista” sia ancora fermo a un'epoca letteraria che non conosce il romanzo moderno, che non si interessa alla storia degli uomini comuni e si ostina invece a rappresentare i Grandi Eventi Mondiali, per di più con forti intenti morali.



Due controesempi però si devono fare. Sono due ottimi documentari che propongono un modo di fare cinema sull'ambiente affrontando i problemi quasi di sbieco, imbastendo intanto una narrazione che intrattiene e insegna, insieme ad un'etica spesso originale e multisfaccettata. E, finalmente, le immagini non sono esclusivamente funzionali, ma il più delle volte soprattutto molto belle. Forse è proprio questo il segreto di un nuovo cinema documentario sull'ambiente, che è fatto da autori non “militanti”, che hanno alle spalle più che altro una formazione artistica e si sono trovati a filmare i cambiamenti del “pianeta terrestre” più per caso che per scelta.

Il primo è il meno recente, seconda parte di un lavoro amplissimo che parte dall'insegnamento filosofico di Guattari (prima parte è Assemblages, cominciato nel 1992 e finito nel 2010) e presentato per la prima volta alla Biennale di Shanghai del 2011 (poi a profusione, alla mostra Animism dell'HKW di Berlino e alla Berlinale 2013, tra gli altri), opera del duo Angela Melitopoulos e Maurizio Lazzarato.  The life of particles è “un viaggio sulla soggettività nel Giappone dei giorni nostri” e comincia ad Okinawa, attraversando una serie di livelli – letteralmente, poiché il documentario è di solito proiettato su tre pannelli diversi, che scorrono contemporaneamente – che indagano il ruolo della cultura del nucleare in Giappone, dall'epoca imperiale, attraverso la massiccia presenza degli Stati Uniti durante il dopoguerra, fino al disastro di Fukushima.

 

 

La civiltà nipponica ha sempre vissuto una concezione della natura che non si costituisce come elemento separato e distante dall'uomo, ma anzi è informata dallo spesso spirito che anima le cose “umane”. Forse prodotto, forse prerequisito di questa prospettiva olistico-animista è stata l'esperienza del Giappone con forme di governo di estremo controllo, nonché la sua percezione dell'energia atomica come pacifica e “felice”. Il tenero Doraemon diventa l'emblema di questo controverso rapporto con il nucleare: gatto che arriva dal futuro per salvare il presente (cioè il 1969, data di nascita del manga), è alimentato da un nucleo atomico e capace di trasformare in energia tutto ciò che mangia. Il suo fare goffo e l'espressione simpatica erano forse un tentativo di esorcizzare il trauma di Hiroshima e spiegare il nuovo entusiasmo per l'energia nucleare, ri-brandizzata in quegli anni come “forza pacifica” da Eisenhower e rappresentata dalla costruzione massificata di centrali in tutto il paese.

 

Uno dei capitoli del documentario, “Two Maps”, spiega l'angosciante identità dei giapponesi, autoproclamatisi vittime elette dell'energia nucleare. In una lunga intervista, il fotografo Chihiro Minato mostra la mappa pubblicata dai giornali dopo l'incidente di Fukushima che indica in cerchi concentrici la progressiva pericolosità dei raggi nell'ambiente. Minato dimostra che la strategia di rappresentazione della fuga radioattiva di Fukushima era la stessa già impiegata ad Hiroshima e coinvolgeva gli abitanti solo in una prospettiva politica, piuttosto che anche ecologica.

 



Altra prova per un documentario ambientalista “diversamente verde” è quella magnifica, superestetizzante e divertente di Vitaly Mansky . Visto al Dok Leipzig 2013, The Pipeline è forse uno dei migliori film degli ultimi sei mesi – e non per l'ambientazione est europea che di solito mi basta per apprezzare immagini in movimento. Il doc segue il percorso di un gasdotto dalla Siberia fino a Colonia, fermandosi laddove ci sono “sacche di umanità” più interessanti. Inutile dirlo, le soste saranno parecchie. La partenza è spettacolare: un gruppo di pescatori che ancora caccia in abiti tradizionali, pratica un foro nel lago ghiacciato, solo per poi rendersi conto che tutti i pesci sono morti. Sarà mica colpa di quel tubo che scorre sottoterra? La tecnica di Masnky si dichiara infatti fin da subito “in mano allo spettatore”, l'unico a cui è dato di raccogliere un eventuale messaggio ecologista.

 

Ogni “fermata” del doc è inframmezzata da brevi scorci di quelli che si immaginano siano gli interni del gasdotto, un groviglio di tubi e valvole e simil-termostati spesso mostrati con le lancette al massimo e un assordante rumore di “aria in movimento”, che più di una volta interrompono scene di idillio ex-sovietico, facendoci peraltro saltare dalla poltrona. Diversissimi i tipi umani incontrati lungo il cammino: donnine infazzolettate che tessono nastri intorno a pali della cuccagna; un pope che viaggia sull'unico vagone di una singola, desolata coppia di rotaie e predica messa dove ci sono fedeli interessati; in un estivo paesino di provincia si cerca di riaccendere la fiamma di un monumento con una sigaretta ma non ci si riesce, è finito il gas; ginecologi di mucche (una delle scene oh-mio-dio più belle – e gore – che ho visto nel 2014); zingari arrabbiati che vivono in regge tutte coperte di tappeti; matrimoni ubriachissimi celebrati sulla linea di confine tra Russia ed Europa. Già, l'Europa. Dove si ferma il tubo? Precisamente a Colonia, filmata durante il suo storico carnevale. “La Russia è speciale poiché non considera i valori europei valori in alcun senso”, dice il regista.

 

The Pipeline, con la sua assenza di giudizio ma le sue immagini eloquenti – sembra che tra tutti coloro che beneficiano del gasdotto, nessuno vi abiti particolarmente vicino –, sembra far suo questo non-valore europeo e lo rovescia, in un documentario che è un piacere per gli occhi e un interrogativo importante per il nostro vecchio continente.

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