La volta dell'uomo e del lavoro

Difficile è la rappresentazione dell'uomo al lavoro, soprattutto ora che il lavoro sembra avvenire per la maggior parte di noi davanti a uno schermo. Ma anche se oggi molti di noi vivono la rete e il lavoro come una protesi della propria vita, è forse ancora troppo presto per ricostruirla in un immaginario che faccia contenti tutti: forse sembra ancora troppo poco romantico, troppo poco démodé rappresentarci al lavoro davanti a un computer. Her ci provava solo nella misura in cui lo faceva retroattivamente, appiccicandoci quella forse un po' molesta patina retrò tutta pantaloni a vita alta e interni Mad Men riciclati a touchscreen...


Ma è infatti adesso che acquista nuovo fascino l'immagine dell'uomo al lavoro, dell'uomo che si rimbocca le maniche e mette mano a macchinari pesanti, rumorosi e pure pericolosi.


In questi primi mesi del 2014 sono stata sorpresa di apprezzare tre film proprio dedicati a questo: all'uomo e al suo rapporto con il lavoro, inteso come insieme di oggetti concreti, da produrre o già prodotti, attraverso il lavoro manuale e l'aiuto indispensabile della macchina.

Il primo film che interessa è quello di Denis Côtè, da sempre vicino alla tematica del lavoro ma in versione “poetica” (leggi: moralista) e vincitore l'anno scorso dell'Orso d'Argento con Vic + Flo saw a bear. Il regista canadese ha prodotto quest'anno una specie di documentario teatrale che comincia con un'appassionata dichiarazione d'amore indirizzata alla macchina. L'amore è infatti il sottotesto di questo e degli altri lungometraggi qui considerati, come mette ben in chiaro in questo caso il titolo inglese, Joy Of Man’s Desiring.

 

 

Sono 70 minuti di sentimenti che però ben si sopportano e montano insieme immagini da diverse realtà di fabbrica: dall'industria pesante alla lavanderia di un ospedale, protagonisti sono coinvolti in azioni altamente automatizzate, anche se ci piace interpretare la ripetizione gestuale forse più come abitualità confortevole, che come “annichilamento dell'uomo moderno”. Ecco, qui mi rendo conto quanto sia difficile parlare di lavoro senza prendere in prestito una retorica pesante come l'estetica e la critica che da sempre se ne occupa. Il pregio del film di Denis Côtè è proprio quello di reinventare il linguaggio del lavoro in fabbrica, trasformandolo in una sorta di fantasticheria allucinata, ribadita più dall'interpretazione estremamente coreografata degli attori — alcuni professionisti, altri nel ruolo di se stessi — che, in realtà, da quello che dicono. La dialettica costante tra realtà e finzione si unisce ad una sceneggiatura drammatica che affronta la tematica del lavoro con i toni della lirica amorosa e si pone come alternativa all'impegnativo registro del saggio di economia politica, riuscendo così a collegare immagini che ci sembrano forse ancora troppo attuali, troppo poco “vintage” per farci prendere sul serio ciò che veicolano.

 



È infatti spesso questo il meccanismo — quello del distacco, della distanza emotiva e storica — a farci riconsiderare come importanti attività che in passato erano così quotidiane da diventare banali, irrilevanti. Primo passo è spulciare tra gli archivi statali. È quello che hanno fatto Jarvis Cocker e Martin Wallace per il documentario realizzato insieme per Storyville, uno storico programma della BBC 4 che porta ogni settimana sul piccolo schermo, da anni, documentari di quelli che si definiscono “audaci”. The Big Melt – How Steel Made Us Hard  è infatti assai “osé”, addirittura già dal titolo, anche se lo è in un modo speciale: racconta la storia dell'industria dell'acciaio di Leeds (città natale del cantante dei Pulp) con immagini d'archivio del BFI e musica in parte composta e interamente diretta da Cocker in persona. I due hanno lavorato selezionando il materiale — che risale a un periodo compreso tra il 1900 e il 1973 — in gruppi diversi (tematiche esplicite, associazioni visive e contenuti ricorrenti), cercando allo stesso tempo di giustapporvi la musica adatta, spesso scelta in nome della sua connessione con Leeds. Proveniente dalla città dello Yorkshire è infatti anche l'orchestra che interpreta l'intera colonna sonora, presentata live all'apertura del Doc Fest di Sheffield l'anno scorso, per la celebrazione dei 100 anni dell'industria dell'acciaio.


The Big Melt è un documentario “bold” su molti livelli. Nel pieno mezzo è inserito per intero un cartone animato di vaga ispirazione imperialista, The world without steel, che racconta come potrebbe essere il mondo senza il preziosissima acciaio inglese: a pezzi. Quest'animazione didascalica ma efficace ci spiega perché l'acciaio è alla base della civilizzazione e merito dell'“evoluta” Inghilterra. Poco dopo però, ecco l'acciaio protagonista di un'industria ben più pericolosa: quella bellica. Qui le immagini si spengono nel dramma del bianco e nero e per la prima e unica volta il sonoro si azzera, rivelando la strategia stilistica dei due registi. La musica che accompagna queste immagini è diversissima ma organica nella sua varietà: dalla techno alla musica classica con picchi di sole percussioni, la colonna sonora imprime sulle immagini una doppia azione, seguendone il movimento visivo mentre suggerisce il progredire della narrazione.


Oltre un'ora di montaggio apparentemente casuale, perlopiù senza trama esplicita, poteva essere difficile per lo spettatore, ma The Big Melt viene mantenuto vivo grazie alla selezione del materiale visivo, presentato in associazioni più disparate. L'amore dei due registi per il repertorio visivo è infatti palese, soprattutto quando racconta la vita di fabbrica. Eppure qui la vita di fabbrica è più raramente quella dell'operaio e molto più spesso quello dei processi di produzione, del trattamento esplicito della materia grezza e della sua trasformazione in bene utilizzabile. Insomma, per creare cose bisogna sempre attraversare un momento di grande confusione ma ciò che “ci rende duri” è il senso che gli diamo.

Fin qui abbiamo parlato di come si lavorano gli oggetti, in una rappresentazione nuova dell'antico rapporto tra l'uomo e la macchina. Ora dobbiamo fare un salto verso il futuro e vedere cosa succede con quello che non serve più, con gli scarti e chi ci lavora. Presentato di nuovo alla Berlinale di quest'anno, Scrap Yard è un resoconto delicato (o documentario “fly on the wall”) sul riciclaggio fatto per necessità e non per scelta ecologica. La regista Nadège Trebal lavora anche lei, come Denis Côté, al confine tra finzione e documentario, e il rituale calmo e malinconico di uomini che frugano tra vecchie automobili trova forse in questo ibrido la sua espressione più congeniale (già esplorata, peraltro, da Tanović in An episode in the life of an iron picker e da Véréna Paravel in Foreign parts).

 

La ripresa in digitale, in questo senso, aiuta a mettere a fuoco le conversazioni degli immigrati che si ritrovano in un vecchio parcheggio da qualche parte in Francia e passano la giornata a cercare il vetro giusto per un finestrino o il cacciavite adatto per smontare un cerchione. In una specie di centro commerciale di seconda mano, i protagonisti sembrano affrontare questo lavoro — spontaneo ma non libero, autonomamente disciplinato ma non scelto — come se fosse un mestiere antichissimo. C'è chi ricorda quando è arrivato in Francia per la prima volta, con un visto di tre mesi e cinquanta centesimi in tasca. Un altro racconta dell'orrendo viaggio che l'ha portato in Europa, mentre altrove si rimpiangono le strade del nativo Mali. Il registro dei dialoghi sembra fuori luogo, troppo leggero o soave per il dramma che racconta. Eppure, se la narrazione viene condivisa e “collettivizzata” (sic), appare come il miglior viatico di chi cerca oggetti rifiutati da altri, in un gesto abituale e familiare, forse così quotidiano nella sua stranezza da elevarsi a poesia — o quasi.

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