La vita all’aperto come negli anni ’90

In questi giorni è uscito Waking on a Pretty Daze, il quinto album di Kurt Vile, un tipo buffo con il look lo-fi del Beck looser e le movenze di una liceale al centro commerciale di sabato pomeriggio (vedere per credere).

Con un titolo così, che mette in scena lo stupore confuso del risveglio del mattino, quest’album potrebbe essere la colonna sonora perfetta dell’inizio di qualcosa di nuovo. Quella sensazione che si prova di fronte all’orizzonte, a una casa da riempire o nel momento in cui il tuo aereo sta atterrando nel posto che erano anni che volevi andarci. Insomma davanti a spazi ampi come queste canzoni, fatte di lunghi e ariosi minuti in cui Kurt suona la chitarra come se fossimo tutti sul pulmino delle vacanze, rilassati e un filo emozionati. C’è tutto il tempo di perdersi in queste canzoni, senza andare troppo a fondo delle questioni, restando sospesi su pensieri tiepidi. E il basso profilo del loro stile rende tutto più familiare.

 

Le melodie leggere di Vile potrebbero far pensare che il ragazzo sia cresciuto alla luce della West Coast ma ingannano, perché viene da Philadelphia, esattamente sul versante opposto. Proprio la città della Pennsylvania è il trait d’union che mi fa accennare a due nomi coinvolti nel video di Waking on a Pretty Day, primo singolo dell’album.

Innanzi tutto, quello di Jonathan Demme, che del video è il regista e che nel ‘94 si è portato a casa un bel po’ di nomination per il suo Philadelphia (che ha preso, va detto, un Oscar per la canzone omonima di Springsteen). Certo, personalmente, non posso non pensare a Demme come al regista di uno dei più bei concert movie della storia del genere, Stop Making Sense, dal tour dei Talking Heads dell’83.

Secondo poi Espo, al secolo Steve Powers, che dall’inizio della sua attività intorno alla metà degli anni ‘90 si è dato un gran da fare a graffitare la città di Philadelphia fino a occuparsi ai giorni nostri della grafica dell’album di Vile. I messaggi di Espo sono semplici ed efficaci, qualcosa come Forever begins when you say yes. E magari non è un caso che la scelta sia caduta su un artista “di strada”, come a celebrare ancora le possibilità di uno scenario senza confini.

 

 

Ho l’impressione che quest’album ci parli parecchio di anni ‘90, oltre che di aria aperta. A confermarlo anche un ultimo, ma non ultimo, fattore: tra i musicisti di riferimento di Vile c’è Tom Petty. E per avallare questo accostamento mi sento di chiamare in causa Into The Great Wide Open, album del 1991 di Petty e i suoi Heartbreakers. Fosse anche solo perché il titolo evoca spazi illimitati, ma sarà anche per le atmosfere che rientrano perfettamente nel mood discografia da viaggio. In realtà gli spazi aperti di cui parla Petty sono lontani da quelli di Vile e danno un’interpretazione della parabola discendente del sogno americano che, dal delirio di onnipotenza degli anni ‘80, si infrangeva nelle delusioni dei ‘90.

A proposito, il video della title track ne è una perfetta rappresentazione, oltre a essere una perla in cui è stata arruolata mezza Hollywood, quella che risplendeva, appunto, negli anni ‘90. Protagonista la giovane “rockstar” Johnny Deep.

 

 

 

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24 Aprile 2013