Delhi o della casella vuota

L’ignoranza della propria storia è un prerequisito per il patriottismo

(Raza Rumi, Delhi by Heart)

 

L’occasione è finalmente arrivata, dopo tanto girovagare nel nord del subcontinente indiano ricevo un invito per la casella vuota della mia geografia culturale ed emozionale del sudasia, Delhi.  


La mitica citta di Indra o Indraprastha contiene in se’ più di una decina di capitali Dhili, Mehrauli, Siri, Tughluqabad, Jahanpanah, Ferozabad, Dinpanah, Lodi (l’apice del sultanato), Shahjahanabad, e la Delhi coloniale. In che direzione muovere i miei primi passi incerti? Cerco una guida e la trovo in Raza Rumi, intellettuale, giornalista, coraggioso difensore di un Pakistan secolare e inclusivo, e raffinato culture di poesia Urdu e della tradizione Sufi – come si intuisce dal suo nom de plume,  Rumi,  come il grande poeta persiano. Raza ha da poco pubblicato il suo primo libro “Delhi by heart. Impressions of a Pakistani traveller” che, nonostante quanto possa evocare il titolo, tutto è tranne che una guida turistica o un risentito e noioso diario di viaggio su un paese ‘nemico’. Delhi by heart è in primo luogo un’operazione insieme emotiva e culturale di dire il rimosso, l’indicibile: il comune passato, la comune lingua e cucina, di due stati in conflitto che si autorappresentano nel discorso pubblico come mondi separati.


La ferita della partizione è ancora abbastanza vicina da renderne la narrazione un difficile doppio esercizio di autocontrollo emotivo e di coscienza critica. Rumi vi dedica il terzo capitolo di Delhi by Heart, che si chiude con una lucida analisi del revisionismo storico dilagante in entrambi i paesi. In Pakistan, con la dittatura di Zia Ul Haq (1978-1988) è iniziata una sistematica obliterazione del passato pre-islamico e della storia condivisa con l’India. La genealogia immaginaria del Pakistan inizia allora con la conquista araba del Sindh (la provincia di Karachi), continua con i conquistatori musulmani arrivati dall’Asia centrale e trova giusto coronamento con il padre della patria Muhammad Ali Jinnah, dovutamente trasfigurato nel pio “Quaid-i-Azam” la grande guida, nonostante fosse in realtà il dandy del Congresso – figura complementare al suo ascetico collega Gandhi - intenditore di whisky e amante dei sandwich al prosciutto.


In India i libri di testo hanno conosciuto un’evoluzione simmetrica con un crescente accanimento dagli anni 2000. Un neologismo descrive la tendenza a reclamare il passato Indù come unica e legittima identità di uno degli stati più diversi al mondo – e secondo per popolazione musulmana:  ‘saffronization’, zafferanizzazione, dal colore zafferano tradizionalmente indossato dagli asceti indù. Specularmente a quanto insegnato nelle scuole pakistane, milioni di giovani indiani sono indotti a considerare i sovrani musulmani dell’India alla stregua d’invasori barbarici che avrebbero inaugurato un’età oscura e decadente, responsabile di aver distrutto e frenato gli avanzamenti dei gloriosi imperi indù che l’avevano preceduta. Il fatto stesso che esista una parola per definire il fenomeno, è segno di una maggiore coscienza critica e di una condanna pubblica più largamente condivisa rispetto al Pakistan. Eppure, il successo elettorale di Narendra Modi e del suo BJP getta un’ombra inquietante sul futuro insegnamento della storia (e su molto altro) in India.


Leggendo Rumi mi convinco ad approcciare Delhi dalla città vecchia o ShahJahanabad, dal nome del sovrano Mughal Shah Jahan che decise di muovere la corte da Agra a Delhi nel 1639, iniziando la costruzione di Lal Qila, il forte rosso (per la pietra arenaria) e della cittadella medievale. Vicino al forte si trova anche la moschea principale della citta, Jama Masjid, (opera di Shah Jahan anch’essa) quasi coeva alla moschea principale di Lahore - Badshahi Masjid - costruita dal successore di Shah Jahan, Aurangzeb. L’identità architettonica e percettiva è evidente, sebbene l’imponenza spaziale e la perfezione geometrica della moschea di Lahore siano soltanto accennate qui nel cuore della vecchia Delhi.

 

 

Affamata, raggiungo Karim, situato a pochi passi da Jama Masjid nello slargo di un piccolo vicoletto quasi interamente occupato dalla sua cucina, in vista, e dall’insegna “Karim hotel” scritta sia in alfabeto Urdu che Hindi. Il ristorante è piccolo, raccolto ed essenziale.  Dalle ricette della corte Mughal provengono molti dei piatti familiari di quella “cucina indiana” servita sulle tavole di migliaia di ristoranti in tutto il mondo. I piatti forti nel menu di Karim sono altrettante specialità ‘pakistane’ che ben conosco. Decido di ordinare biryani, nihari e haleem ma mi devo accontentare dei primi due perché l’haleem è terminato. Mi lavo le mani nel piccolo lavabo dietro il mio tavolo affondo la mia mano destra nel riso giallo dello zafferano portato dai mercanti persiani e profumato di uvetta e chiodi di garofano. Il nihari mi riporta ancora a Lahore, dove l’ho mangiato per la prima volta. Ricordo di averlo assaggiato circospetta per quanto mi era stato raccontato. Il nihari è in realtà un rancio, una sbobba nutriente inventata per l’esercito Mughal, a base di manzo o montone cotto nel suo midollo o cervello insieme a coriandolo, peperoncino, cipolla, zenzero, limone e spezie (garam masala) fino a diventare una sorta di crema dalla consistenza speciale e dal sapore screziato.


Lascio Shanjahanabad per perdermi nella dargah di Nizamuddin. La dargah è la tomba- mausoleo dei santi sufi e in questo caso si tratta di Nizamuddin Auliya (1238 - 1325). Tra il Dodicesimo e il Quindicesimo secolo, i sufi migrarono dall’Asia centrale e dalla Persia verso il nord dell’India dove -come nota Rumi -“si sedettero sotto quegli stessi fichi sacri che già risuonavano dei canti delle Cahbdogya Upanishad” inaugurando uno speciale sincretismo che sopravvive ancora oggi. Si capisce come l’inclusione orizzontale predicata dai santi sufi abbia costituito per secoli un’alternativa radicale alle rigide gerarchie sociali e spirituali dell’Induismo.

 

La dargah è ancora oggi aperta a tutti, senza distinzione di casta, credo religione o classe, una sfida aperta all’ortodossia indù e musulmana, secondo Rumi. Anche io sono accolta senza esitazione. Deposito le mie scarpe all’entrata e cammino sul marmo bianco e fresco intorno alla vasca per le abluzioni. Mendicanti, malati, bambini, piccole botteghe e spazi di preghiera si susseguono fino al cuore della dargah – il mausoleo.  Dalla corte Mughal ai Sufi- Da Lahore al Sindh- E qui che mi sento ora nella dargah- nella terra d’elezione dei santi Sufi e del sincretismo indu-musulmano

 

  

 

Mi viene impedito di entrare nella zona del sepolcro- non per la mia religione o la mia nazionalità- ma per il mio genere. Le donne pregano sedute sui tappeti intorno al mausoleo ma gli è proibito accedere. La segregazione dei sessi- o purdah- che nell’immaginario comune contemporaneo è appannaggio dell’islam è in realtà un’altra fra le molte cose condivise da induismo e islam nel subcontinente.


Nizamuddin è anche la culla della lingua urdu. Dal dialetto khariboli di Delhi che incorpora vocabolario persiano, arabo, sanscrito e chagatai (lingua turca estinta) si sono sviluppate due forme standard, l’ hindi e l’urdu, la prima con più portati sanscriti e la seconda più debitrice del persiano. Bolliwood ha poi contribuito a diffondere una lingua franca mista, l’hindustani:  “per decadi Bollywood ha assunto poeti e sceneggiatori che hanno dato forma a un idioma ‘urdeggiante” per il cinema”, scrive Rumi. Le due lingue nell’uso quotidiano sono quasi indistinguibili, ma i veri conoscitori dell’urdu, della sua ricchezza e tradizione poetica sono in declino. Raza Rumi riassume lo stato dell’Urdu riportando i versi del poeta Kurshid Afsar Bisrani (recitati per lui in un salotto di Delhi da Kushwant Singh, scomparso da pochi mesi) “Ab Urdu Kya hai, ek kothey ki tawaif hai/ Mazaa har ek leta hai mohabbat kaun karta hai?” (Cos’e l’Urdu oggi, una prostituta di bordello/ Tutti si divertono con lei, ma chi la ama?)


Concludo la mia visita di Nizamuddin cercando  la tomba di Ghalib, il grande poeta indiano di lingua urdu cui Rumi dedica il bellissimo capitolo “La Delhi di Ghalib”. Fatico a trovare indicazioni, chiedo a diverse persone ma Nizamuddin sembra aver dimenticato il suo più grande poeta. Finalmente un ragazzo sembra illuminarsi e mi accompagna fino alla soglia della tomba, che è in restauro ma accessibile. Un gruppo di giovani uomini e donne siede attorno al sepolcro cosparso di fiori rosa, recitando versi.

 

 

 

In una libreria centrale di Delhi, a pochi passi dai magnificenti Lodi Garden, acquisto due copie di Delhi by Heart. La giovane libraia sembra approvare la mia scelta “uno dei migliori libri su Delhi”, dice.  Contenta e un po’ compiaciuta e regalo una copia alla mia ospite indiana e porto l’altra a una cara amica nepalese con cui partiamo per alcuni giorni di beato ritiro nell’Himalaya. Al mio rientro a Kathmandu apprendo che il giorno prima, il 28 marzo, Raza Rumi, con cui mi trovavo in dialogo virtuale da settimane, era incredibilmente sopravvissuto a un attentato. Raza si trovava nel traffico della sua Lahore, gemella rimossa di Delhi, quando una vettura si accosta alla sua aprendo il fuoco. I proiettili lo hanno risparmiato, ma hanno preso la vita del sua autista venticinquenne, Muhammed Mustafa.

 

Amnesty International ha appena pubblicato un report “A bullet has been chosen for you – Attacks on journalists in Pakistan. Raza Rumi è purtroppo solo un altro nome in una lunga lista. Nel Pakistan di oggi ricordare il passato condiviso con il Nemico per antonomasia, il sincretismo della cultura sufi, denunciare il revisionismo storico (e farlo bene) – significa rischiare la vita (e non solo la propria) tra l’indifferenza di molti.

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