Lavoretti. Perché la share economy ci rende più poveri

Il sociologo Zygmunt Bauman ha coniato anni fa un’etichetta che è riuscita ad ottenere un notevole successo mediatico e sociale: quella di «modernità liquida». Il successo di tale espressione può essere spiegato con la capacità del concetto di liquidità di rappresentare efficacemente quel processo di disgregazione progressiva che è in corso da tempo nelle società occidentali avanzate, le quali vedono indebolirsi e sciogliersi le strutture e le norme di funzionamento su cui avevano costruito la loro lunga storia. Parlare però di “modernità liquida” comporta di limitarsi semplicemente a descrivere un fenomeno, mentre la situazione attuale dei paesi occidentali impone invece di utilizzare un’etichetta che consenta anche di emettere un giudizio di valore. Si può pertanto parlare di «modernità molle», perché quello che sta attualmente accadendo richiede l’utilizzo di un aggettivo che sia decisamente più intenso rispetto a liquido. La parola «molle» esprime infatti un’idea di sofficità e morbidezza, ma comunica anche che qualcosa è particolarmente debole, perché non è in grado di opporre alcuna resistenza.

 

Si lascia andare e non può perciò adeguatamente svolgere la sua funzione. Non a caso da molle deriva «mollezza», un sostantivo che è stato spesso utilizzato per indicare una condizione di decadenza dei costumi sociali.

È un fatto però che l’organizzazione tradizionale delle società moderne prevedeva la presenza di strutture di separazione e confini interni, ma queste sono state da tempo sostituite da flussi basati sulla costante connessione. Ciò è avvenuto anche perché dagli anni Settanta in poi le società occidentali hanno cominciato a frammentarsi progressivamente sulla scia dello sviluppo della potente tendenza verso la personalizzazione. Tutto diventa sempre più personale, individuale e “su misura”. Con il risultato finale di dare vita a una società sempre più molle e dunque anche sempre più fragile. 

Il mondo contemporaneo dei beni di consumo può essere probabilmente considerato uno dei principali responsabili dell’attuale situazione di “modernità molle” attraversata dall’Occidente anche perché è al suo interno che la tendenza sociale che porta verso la personalizzazione si sta manifestando con maggior forza. Ma anche perché i consumi, con le loro intense gratificazioni, “viziano” le persone e rendono tutti “viziati”, cioè incapaci di reagire con la necessaria efficacia alle diverse situazioni che le difficoltà della vita rendono necessario affrontare. Pertanto, progressivamente in Occidente il livello di benessere è cresciuto, ma si è anche perso il contatto con la realtà culturale e sociale.

 

 

Uno degli ambiti però dove tutto ciò si presenta in maniera particolarmente evidente è quello del lavoro. Il giornalista e studioso Riccardo Staglianò ha mostrato nel suo recente volume Lavoretti. Così la «sharing economy» ci rende tutti più poveri (Einaudi) le molteplici forme che sta assumendo il lavoro durante quel processo di precarizzazione che è attualmente in corso nelle società avanzate. Ha messo in evidenza cioè come oggi vengano progressivamente accettati e istituzionalizzati quelli che chiama “lavoretti”, ovvero dei lavori “da poco”, in quanto scarsamente retribuiti e pochissimo garantiti e tutelati. Il modello economico e produttivo della sharing economy, che oggi viene praticato da aziende come Uber e Airbnb, ha profondamente modificato infatti il mondo del lavoro e portato le persone ad accettare di avere dei lavori flessibili, ma anche sottopagati e precari. Spingendole in seguito ad accettare altri lavori flessibili per poter arrotondare il proprio salario, ma generando così una condizione esistenziale totalmente basata sull’incertezza e sulla precarietà. 

 

È curioso vedere come questo radicale cambiamento della condizione di lavoro sia stato passivamente accettato da parte delle persone. Anzi, spesso le aziende della sharing economy sono state viste nella società come delle benefattrici, cioè come dispensatrici di lavoro, ricchezza e felicità. Riccardo Staglianò mostra invece attraverso numerosi esempi come il modello economico portato avanti da tali aziende stia decisamente impoverendo le popolazioni del mondo occidentale. E sottolinea che addirittura «se i padroni delle piattaforme sono campioni olimpici di elusione fiscale e finiscono per pagare tasse da prefisso telefonico grazie a qualche sapiente triangolazione, il welfare a un certo punto non reggerà» (p. 6). Apparentemente, dal punto di vista del singolo consumatore, la sharing economy è in grado di apportare dei notevoli vantaggi, perché è facilmente utilizzabile e molto conveniente. A lungo andare però la società nel suo complesso ne risentirà e ne riceverà degli enormi danni. Già oggi, d’altronde, ogni generazione che appare sulla scena sociale si presenta come decisamente più povera rispetto a quelle che l’hanno preceduta. 

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