Riguardare. Gli oggetti di Michele Provinciali

Le spiagge di fine agosto serbano gli oggetti che i molti sbadati avventori hanno lasciato, chi gettato, chi dimenticato, chi nascosto; qualcuno è già stato restituito, un po’ per volta, a fine giornata durante l’intera estate, ma ora le cose celate sotto i cumuli di sabbia, prontamente e febbrilmente occultate dalla polvere o allontanate velocemente dall’acqua verso il mare aperto, dormono nella calma dei giorni invernali (per alcune il sonno dura mesi, per altre anni) prima di essere disseppellite come tesori nascosti. Il tempo di queste sparizioni diventa un tempo infinito in cui gli oggetti, persi sotto le dune, cambiano inevitabilmente, facendosi irriconoscibili, come svuotati o sconvolti da quella loro condizione di perdita e abbandono nell’attesa improbabile della grazia del ritrovamento. “Buttata via senza cattiveria come qualcosa che non serviva più” scriveva Anna Maria Ortese, riportando all’umano e ai suoi distacchi sempre sofferenti quel sentimento carico invece di una muta inevitabilità, di un destino senza voce e involontario che, riconosciuto, sembra appartenere solo alle cose. Quel sentimento o stato o condizione che per gli oggetti corrisponde alla fine, alla chiusura del tempo prodigo e premuroso del loro servire che poi è un tempo qualche volta già inscritto nei corpi: tempo lento o velocissimo, che si assopisce nel silenzio o si spegne nel propagarsi di un suono (il colpo dell’obliteratrice, il frusciare inquieto di uno spacchettamento, il dilaniante e festoso botto dello champagne: fanno di involucri, biglietti e tappi vere farfalle di questo regno oggettuale). Comunque un tempo ripiegato nelle ragioni precise di uno scopo.

 

 

Stupisce sempre vedere stampate sulla carta le immagini di oggetti che Michele Provinciali raccoglieva, collezionava e ridisponeva amorevolmente sul foglio per farne i protagonisti parlanti di un mondo pubblicitario, pure così vicino all’abitare umano. Poi cominciano, nella sua produzione, gli oggetti grafici, singolari composizioni di scarti e resti che presto, nella veste di art director, potrà ripensare e riprodurre sulle pagine sperimentali della “rivista” Imago. Stampati dai formati eterogenei e dai molteplici supporti ospitano quegli oggetti ritrovati e cari che, come davanti a uno specchio – ma del tutto trasparente – cominciano a parlare di se stessi e della grafica che li contiene.

 

Dentro al foglio, in una scatola, nel rettangolo di una cornice – si direbbero, per Provinciali, spazi intercambiabili – ciascun oggetto mostra la propria spoglia come una soglia ultima in cui la vita si è trovata a collassare, ma che ancora irretisce magicamente lo sguardo: si vede la fragilità fanciullesca dei gessetti colorati della scuola che hanno consumato i loro lembi nella disciplina soldatesca – ma ridente – del sogno presuntuoso, rettilineo e senza testa di un segno senza fine; si vedono giacere su un piano, come mattonelle sfuggenti, i corpi levigati delle saponette di cui si legge l’esausto assottigliarsi per carezze e rigiri: schiene e pance di pasta colorata che la cavità della mano ha sciolto a propria immagine e somiglianza fino a ridurle a scarni ossi di seppia, un poco pallidi, di cui non si può più servire (custodire al massimo o trattenere, come un uccellino, nel vuoto delle mani). Due consunzioni della forma dal sapore opposto: la retta come vanto o ragione del segno che si disfa nella traccia sulla pietra nera di lavagna; e il tondo votato ad assottigliarsi per lindare, pulire e smemorare di ogni segno (“un sapone per lady Macbeth” ironizzava qualche anno fa un’illustrazione per ragazzi).

 

Le cose si disfano, si sfanno, ma fino a un certo punto.

Ciò che resta, perché sparire è solo un’illusione, è ciò che fa pensare: trattenuto nella forma di un contorno (dentro qui, nel piatto tracciato che la sagoma chiude sul foglio, nel limite che ammicca sempre al bianco attiguo sembra esserci il mistero inavvicinabile delle cose); nascosto, coperto, da quella parvenza che è il colore (e dentro, e sotto a questo giallo? in quel turchese?); incluso nelle lacerazioni inflitte alle pelli dal lavorio del tempo.

 

 

Sul lungo pieghevole del 1960 con cui Imago inaugurava le sue uscite, Provinciali disponeva gli oggetti rinvenuti sulla spiaggia; gambe senza bambole, scopini, bottiglie, lacerti che ripuliti e disinfettati sono sistemati senza enfasi, con cura: tra loro si apre un discorso minimo di ripetizioni vibranti, moltiplicazioni falsate, repliche ambigue (tanto è distante ora il discorso della serie che irretisce la mente con la sua promessa di intercambiabilità); forme, anche gemelle, che dissomigliano più che assomigliare, coperte di infinite variazioni inframinces che scuotono con delicatezza i corpi mostrandoli per singolari identità. Succhiati, denudati dall’opera cieca e non umana dell’attesa, gli oggetti si son fatti scarni, come asciugati in forme scevre dei belletti e delle vesti che la materia grafica sa elargire a dismisura: raccolti, invece, nei confini gravi di un’essenza che, abbandonata la funzione, si è fatta materica e formale, sempre più simile alla pietra, al ciottolo.

 

Gli oggetti, in questa grafica, sono qualcosa che viene rimessa sotto gli occhi, qualcosa da riguardare: simulacri sottovetro che cicatrizzano lo sguardo. Come chiedere alla fotografia di ripensare una sua primitiva, elementare verità, prossima alla sua prima presa nella luce: la magia dell’apparire, il dovere di mostrare, l’obbligo di deporre – al pari di un uovo dorato – la presenza bidimensionale sulla carta, ma che qui si ribalta in un gesto negativo che promette, fatalmente, quanto si auspicava già perduto, messo al margine o soppresso (così si annullano, nei mesi operosi dell’inverno, intere spiagge). Quasi specchiante riflesso di una negazione o di una fine già avvenuta.

 

 

Dei reperti non si può fare a meno di intuire il silenzio raccolto e l’esposta solitudine. Non più dolorosa, ma necessaria a chi guarda: una solitudine che è parte di uno sguardo sospeso, già sfrondato dal suo daffare ingombrante, dal suo metrico agire, ordinare, capire. Come venisse messo in scena un tempo già dato che si è chiuso e che permane, ora, senza misura: il tempo che, come un titolo di coda, è sopravvissuto ben dopo la fine, attaccato allo scheletro dilavato di una bottiglia a cui non si può chiedere più nulla. Quel tempo, passato in un volo orizzontale di quattro metri e quindici sul depliant estensibile, ha le stesse dimensioni dello sguardo.

 

Eppure se dalla loro distanza questi oggetti ci parlano è perché ancora ci appartengono: non dispersi nelle pieghe smemorate della storia, fatte di pratiche incomprensibili e lontane: permeano invece un tessuto sempre vivo di usi quotidiani (l’infra-ordinaire di un presente appena prossimo), calati in un’idea di vacanza che fa ancora del birillo in plastica, del calzare da bagno, del pallone, i compagni indiscussi di una festa. Riafferrate dal grafico, con un ultimo estremo gesto della mano, le vestigia di una società si rimettono docilmente allo sguardo, tese nel sorriso severo di qualcosa che sa di irrilevante e di appassito e che pure trova nel fantasticare delle forme e nei loro accoppiamenti una leggerezza discreta, un’impronta affettuosa. Anche un saluto, mandato da una coppia di flaconcini aggraziati che giacciono sull’attenti al pari di delicate bambole bambine, statuine occasionali.

 

 

“Mettere la vita al passato per poterne parlare”: riordino così le parole di Provinciali che, sciorinando sulla cartella di lavoro gli oggetti delle spiagge, tentava di definire i termini di questa sua Pop Arch o archeologia del presente. Ma il punto è che la grafica in quel suo gioco divertito di intrattenimenti e visibilità, in quel suo mondo di messa in pagina e riproduzione, risveglia qui la delicatezza di un tempo sospeso, sottile, levigato che è il tempo necessario alla nascita di ogni racconto.

Raccontare e immaginare vivono di una distanza, un allontanamento, un abbandono, da quel fare informe e sfuggente, da quell’inconsapevole parvenza affaccendata che noi chiamiamo vita. Tempo e dimenticanza tessono ora una veste, ora una forma, ora un contorno che, come insegnano gli scarti, è familiare e distante al tempo stesso, prossimo e lontano, sempre in bilico sulla soglia vibratile di un riconoscimento che ha perso il proprio oggetto e che nella lacerazione del misconoscimento – immaginando – passa ad altro.

C’è in queste tavole, leggera, la stessa malinconia e la stessa messa in scena della vita: un punto di vista non troppo dentro e non troppo fuori, ribaltato, rivolto con tutto il suo spazio verso il nostro sguardo.

 

“Ciascuno ha dimenticato qualcosa” sembrano dirci, come se la grafica fosse qui un mondo di collezioni già vissute, vestigia continuamente ridisposte secondo una logica visiva di forme e di colori (falsa scienza del grafico che immagina la vita!) che chiama il passato e che passando si imprime, come il paesaggio, sui finestrini dei treni che dalla Riviera riportano in Pianura. Viareggio, La Spezia, Chiavari, Rapallo, Genova: la ferrovia sopraelevata mostra ai suoi lati casoni squadrati e palazzi massicci, dove balconi e finestre spalancate dal caldo sono teatrini veloci in risposta allo sguardo liquido imbrigliato nei vetri. E poi, a tratti: il profilo del mare, la spiaggia a sera, ancora pochi ombrelloni e gli ultimi bagnanti. In questo sonno apparente, in questo tramonto di un’estate, in un viaggio di ritorno, il gioco del finestrino si raddoppia e le cose ci guardano.

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