I contadini dell’Etna ovvero l’incertezza delle metafore

La Montagna, l’Etna, è un vulcano buono, ma Bernard Berenson non poteva saperlo. Una decina di turisti furono ammazzati da un pezzetto di lava rovente grande come un tramvai articolato (lapillo!). E neppure questo poteva sapere Bernard Berenson, perché lui salì sull’Etna agli inizi del secolo, e i turisti hanno perso la vita alla fine del secolo, sempre il XX.

Bernard Berenson è un filosofo e critico d’arte, di origine ebraica e convertito al cristianesimo, vissuto tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, che scrisse che gli ebrei sono come i contadini dell’Etna che, se sopravvivono, vivono in virtù dello stesso vulcano che li uccide.

Ahimè! Queste cose devo averle narrate in un altro articolo che forse avete già letto, ma debbo pur spiegare come, prima il caso, poi l’insana passione, mi hanno portato sull’Etna più volte nel corso della vita. La Montagna mi attrae per colpa di Berenson e della sua affascinante metafora. Sulle montagne normali me ne sto chiuso in albergo per via dello stress post traumatico dell’inverno 1944-45 in una valle di guerra partigiana: quando vedo i panorami sereni e innevati penso agli stenti di quell’inverno e mi viene il panico… 

 

La prima volta che vidi la Montagna, ero piccino piccino e ancora non capivo che cosa mai potessero significare i panorami. Mi ci condussero certi signori di Catania che me ne decantavano invasati l’incredibile bellezza, mentre i miei occhietti grulli vedevano solo mucchi di carbone. Non avevo ancora lo stress e nulla sapevo della metafora di Berenson.

Poi però ci tornai su da giovanotto alla ricerca delle mie caratteristiche ebraiche, sempre per colpa di Berenson, e scoprii le gole dell’Alcantara, fiume freddo e fertile che può esser risalito solo contro corrente, immersi fino all’inguine nell’acqua gelida, circondati sulle rive da file di fiori di mille colori cangianti, ma sovrastati da orride pareti verticali di lava basaltica: la limpida acqua sgorga, come anche il fuoco, dalle viscere stesse del vulcano ammonitore.

 

 

Un vulcano che ammonisce? E qui, perdonate, è necessaria una nuova ripetizione: nel cuore di Tel Aviv c’è una strana grande fontana: altissimi zampilli di acqua (metafora del fiume Alcantara?) si alternano a getti di metano in fiamme (metafora delle eruzioni dell’Etna?). La gente, seduta ai tavolini dei caffè della centralissima Piazza Dizengoff, assapora sorbetti, rimirando al sicuro (forse non sa quanto poco al sicuro) quant’era temerario il vivere nella Diaspora. Oppure, più in generale, quant’è volubile il mondo nella sua imprevedibilità che oggi misuriamo giorno dopo giorno (allusione a Baruch Spinoza? Che parlava delle imponderabili svolte della storia: cfr. Tractatus theologicus). “Der Judenstaat”, la soluzione ottocentesca del problema ebraico secondo Teodoro Herzl si è trasformata oggi in un normale Stato sovranista? In tal caso anche la fontana di Tel Aviv adatterebbe il suo monito in: “Fate sempre molta attenzione e lasciate perdere i sorbetti”.

 

Il meglio dei miei viaggi, l’ho sempre conquistato aggrappandomi per puro caso a ignote persone di passaggio. Sono andato in cima (quasi) al Monte Sinai saltando su un autobus di iscritti al Sindacato Lattonieri e Stagnini di Israele in pellegrinaggio al luogo fatale dei Dieci Comandamenti: vero o immaginario che sia, quell’erto picco è ammonitorio almeno quanto l’Etna.

E poi, un’altra volta sul mio vulcano maniacale, mi imbrancai a una troupe televisiva che doveva riprendere, con idonei automezzi e apparecchiature, i luoghi e le fasi di una formidabile eruzione degli anni Settanta del secolo scorso.

Dunque, il palcoscenico eruttivo si presenta nel complesso così: le rocce nere della cima, quelle che tanto mi annoiavano da bambino, sono obnubilate dal classico cappello tenebroso da vulcano, da sotto il quale scivolano lunghissime, e relativamente sottili, frane di roccia nera che attraversano, muovendosi pian piano, boschi verdi e campi coltivati. Quando viene la notte, si capisce bene che non sono frane perché, con il favore delle tenebre, le lingue, da nere che erano alla luce del giorno, diventano rossastre. È la roccia fusa che fa sembrare l’Etna un gigante disperato che piange lacrime di fuoco da chissà quanti occhi spalancati sotto il cappello.

 

Ma adesso siamo ancora in pieno giorno e il nostro convoglio sta arrivando in uno dei ridenti paesi minacciati che punteggiano di bianco la strana Montagna: mettete che siamo a Linguaglossa, oppure a Zafferana, fa tutt’uno. Il paese, più che allarmato, sembra preoccupato, un po’ come, durante la Seconda Guerra, quando le sirene d’allarme ci facevano scendere ordinati in cantina.

Niente panico, molti i turisti che poi, poco più in alto, vengono tenuti indietro dai carabinieri. Non noi, noi possiamo andare oltre, fino alle ultime case del paese dirimpetto al fiume lavico che avanza lentissimo. Al di sopra del cappello di fumo e di cenere esce ogni tanto quel minaccioso rumble-rumble, inventato nei fumetti di Walt Disney.

Sul fronte ci si può salire sopra anche se sbruciacchia le suole, ma l’odore che si sente è un profumo molto, ma molto difficile da descrivere, almeno a questo punto dell’indagine sulla metafora di Berenson.

Il fronte che sembra, se volete, il ghiaione di un ghiacciaio estinto, è ripido, non è affatto estinto e bisogna evitare i grossi sassi che rotolano sempre più vicino alle case, quelle sì, terrorizzate che non finiscano in cantina…

Però, una volta giunti sopra, la colata è quasi pianeggiante, chissà perché, e cosparsa qua e là da terriccio: accortamente i contadini portano con sé sacchetti di terra che svuotano sulla colata per salvarsi le scarpe durante il loro turno di guardia della ripetitiva Apocalisse.

Il folclore è in agguato, per l’aspetto che il siciliano riesce a dare di sé probabilmente ispirato dalle foto di Robert Kapa, quelle dello sbarco in Sicilia del 1943: gli americani sembrano alieni appena scesi dagli UFO, i contadini nanetti da giardino in terracotta.

 

I Siciliani sono sempre quelli, pressappoco: il volto oscuro e contratto da una vita di fatica, con l’aggiunta della smorfia che fa l’artigiano quando valuta l’oggetto finito del suo lavoro. La coppola calata sugli occhi socchiusi a fessura, fra i denti per trastullo un lungo filo d’erba, un gilet aperto, i pantaloni gualciti e lo sguardo fisso su qualcosa che sanno solo loro.

Uomini, qualche ragazzo, niente donne, e, forse, qualche vigile del fuoco che si sposta qua e là per cercar di afferrare, dai sussurri sicani, la realtà di quel che succede: parlano sottovoce fra di loro, un po’ per non far cadere lo stecchetto d’erba dai denti, ma anche per non essere uditi dal vulcano che se ne sta attentissimo a spiare…

Quel qualcosa che sanno solo loro sono poi sempre le colate del vulcano serpeggianti verso il basso, ognuna più veloce o più lenta secondo i deliri dell’Etna. Loro sanno che in quel momento l’Etna non minaccia Zafferana, ma forse Linguaglossa, valutano a che punto è l’eruzione, se ha raggiunto o no l’acme, e che cosa può succedere ancora in tanto disastro.

La cinica troupe televisiva, dato che nessuna casa per il momento crollava, decideva di andare più in alto, fin sotto al cappello a ciambella, per vedere da dove e come scivolavano i fiumi di roccia liquida.

Con i mezzi si poteva arrivare al cappello. E poi? Poi a piedi in orizzontale attorno al vulcano per trovare una bella bocca eruttiva.

Ma l’Etna indossa una specie di gonna plissettata da signora, elegante ma immensa e di pietra, e quando si gira in orizzontale, si passa da un plissé all’altro, si sale su, poi si scende giù, poi si sale su, poi di nuovo si scende giù da una valletta boschiva o brulla all’altra, nel buio fuligginoso della notte. 

In vetta all’ultima cresta si vedeva finalmente giù sul fondo, in un verdeggiante bosco di noccioli, il fiume rosso di lava liquidissima che scendeva veloce e placido. Quando un roccione gli sbarrava la strada, il flusso formava un lago di pietra bollente che alla fine traboccava e magari gli faceva cambiare plissé. Oppure il fiume lavico scavava un tunnel sotto l’ostacolo e risbucava dall’altra parte senza neppure dover cambiare valletta. 

 

La lava usciva da una caverna spalancata come la bocca di un drago ed era la lingua incandescente del drago silenziosa senza lapilli, esplosioni e nemmeno scintille. Arrivata alle mandibole del mostro, smetteva di salire dalle sue misteriose viscere e si buttava a scendere veloce in mezzo ai noccioli che si sentivano al sicuro come quei signori della piazza Dizengoff. 

Il fiume non disturbava nessuno e infatti sulla riva c’era un signore, per niente folcloristico, che se ne andava qua e là con un lungo palo di ferro che finiva con un piccolo secchiello. Pescava lava liquida, poi si scostava dal fiume rovente, appoggiava il secchiello a terra, e lentamente premeva il liquido con un pestello. Infine estraeva una moneta forse da dieci lire, la guardava per bene alla luce del fiume per metterla dalla faccia giusta e poi, con un ferro apposito, la rincalcava per benino con mosse professionali. L’oggetto era diventato un posacenere e la moneta, luccicante sul fondo, mostrava la data, cioè l’anno dell’eruzione. Quello dell’eruzione in corso.

Fabbricava portacenere quel signore, eleganti portacenere esagonali di lucida lava che avrebbe poi venduto ai turisti per ricordo.

 

Ho ringraziato il cielo che non aveva fatto andare Bernard Berenson alle bocche eruttive a veder qualche antenato di quell’astuto commerciante: avrebbe forse elucubrato di quanto il cristianesimo che nega il Dio Denaro costituisca un progresso rispetto al Vecchio Testamento. Infatti il commerciante non si limitava a sopravvivere alla meno peggio come i suoi compaesani sulle falde del vulcano, ma profittava della sventura incombente per lucrare lauti guadagni. Pecunia non paret pecuniam?

Subito dopo constatai che il fiume di roccia liquida si copriva sempre di più mentre scendeva verso l’abitato, di una coltre di lava nera intiepidita, un gigantesco thermos che proteggeva la roccia rimasta liquida, spaventoso scudiscio, rosso di fiamma, che si volgeva, una volta verso Zafferana, un’altra verso Linguaglossa, e i contadini guardiani sapevano dello scudiscio nascosto e speravano forse che martoriasse qualche altro paese. Mors tua vita mea

 

La metafora di Bernard Berenson non era indotta dalla realtà, ma dalle sue tendenze filocristiane.

Pago della rivelazione e guarito per sempre dalle maniacali indagini sull’Etna, fui colto da un sonno di morte e mi sdraiai vicino al fiume di pietra quanto bastava per starmene al calduccio per il resto della notte, finalmente! Mentre le morbide dita di Morfeo mi accarezzavano i neuroni, capii anche il profumo misterioso del vulcano in eruzione: era quello dei vecchi laboratori fotografici, quello degli acidi che sviluppano i negativi fotografici. Nel tempo che fu.

Lascio al lettore riflettere se la metafora di Berenson era giusta o sbagliata, oppure un po’ giusta e un po’ sbagliata. L’argomento meriterebbe un dibattito. Oppure no?

 

Roma, 20 gennaio 2019

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