Perché non esistono uomini verdi o blu?

Non ho mai pensato seriamente che i cinesi fossero gialli, cioè: sì, l'ho pensato da sempre, così come noi siamo bianchi. Per i neri non ci sono dubbi: qualcuno di veramente nero l'ho incontrato, lo si usa nei negozi delle firme internazionali; mia figlia è sobbalzata quando si è mosso e abbiamo riso tutti e tre. Di rossi invece non ne ho mai visti, però i pellerossa si dovranno pur chiamare così per un qualche motivo... Qualcuno deve avercelo raccontato; ricordo vagamente una lezione alle elementari.

Lo schema dei quattro colori, bianco, nero, rosso e giallo come caratteristica delle quattro razze che compongono l'umanità non è invero così preciso e definito da sempre, come voleva far credere l'incipit del primo numero della rivista quindicinale "La difesa della razza" del 5 agosto 1938. Sotto la riproduzione di sei personaggi dell'antico Egitto (libico, egiziano, ebreo, etiopico, assiro e sudanese, distinti invero – a parte quest'ultimo – per capigliature, barbe e vestiti diversi) la didascalia afferma che la distinzione in razze risale all'antichità, che qui sono rappresentate le razze minori che vivevano in Egitto, ma che gli egizi «le colorivano secondo una scala di toni che corrispondeva a una vera e propria classificazione di razza: rosso per gli egiziani, giallo per gli asiatici, nero per gli africani e bianco per gli uomini del settentrione» (p. 4). Certo gli egiziani non conoscevano i pellerossa e quindi attribuivano a sé stessi il rosso!

 

"La difesa della razza", n. 1, 5 agosto 1938.


Lo storico dell'Università di Taiwan, Michael Keevak, spiega che questa convinzione, che cioé gli egizi avessero diviso l'umanità in razze, risale all'interpretazione formulata da Champollion dopo la scoperta della tomba del faraone Seti I nel 1817: mentre l'archeologo Giovanni Battista Belzoni aveva individuato, con una certa cautela, nelle figure raffigurate nella tomba, la teoria degli egiziani dipinti di rosso (le donne egiziane erano dipinte di giallo), la processione degli ebrei bianchi con la barba nera, degli etiopi neri con i capelli di colori differenti, e dei persiani bianchi con barba sottile, Jean-François Champollion, poteva concludere con sicurezza: «noi abbiamo qui di fronte a noi l'immagine delle diverse razze di uomini conosciuti dagli egizi», «qui sono raffigurati gli abitanti delle quattro parti del mondo secondo il sistema degli antichi egizi»: egiziani rossi, asiatici tendenti al giallo, africani neri e persiani di colore chiaro. Keevak fa notare che si tratta di una categorizzazione relativamente moderna, che si è affermata tra la seconda metà del Settecento e l'inizio dell'Ottocento nell'ambito della storia naturale e della scienza antropologica e che il decifratore dei geroglifici applica senza scrupolo al mondo antico (Becoming Yellow. A Short History of Racial Thinking, Princeton University Press, Princeton-Oxford 2011, pp. 9ss.).

Gli studiosi di storia della scienza e della nascita dell'antropologia hanno messo in luce come lo schema bianco-nero-giallo-rosso - come lo definisce Renato Mazzolini – non solo non fosse presente nel mondo antico, ma nemmeno nel Medioevo e nel Rinascimento: gli europei, ad esempio, non vennero subito identificati con il colore bianco e i cinesi non furono mai visti come gialli dai viaggiatori europei dal Medioevo fino al Seicento, cioè dai testimoni oculari, ma semplicemente come bianchi; la loro trasformazione in popolo giallo avviene lentamente, per tappe discontinue, e per motivi esclusivamente ideologici (Renato Mazzolini, L’interpretazione simbolica della pigmentazione umana nell’antropologia fisica del primo Ottocento, "Cromohs", 10, 2005: Walter Demel, Come i cinesi divennero gialli. Alle origini delle teorie razziali, Vita e pensiero, Milano 1997).

 

Una delle tappe principali della sistematica settecentesca è, come è noto, la classificazione gerarchica della natura dello scienziato svedese Linneo; il suo Systema naturae ha avuto ben tredici edizioni, tra il 1735 e il 1770; è però la decima la più importante, quella a cui fanno riferimento gli scienziati successivi. In questa edizione l'uomo è definito homo sapiens, animale che conosce se stesso secondo il motto socratico nosce te ipsum, e che comprende due categorie: l'uomo «diurno, che varia con la cultura e con il luogo» e l'uomo notturno, l'orang-utan o homo sylvestris, che – secondo la leggenda riportata da Giulio Barsanti – potrebbe essere in grado di parlare, ma non lo fa per non essere smascherato e quindi essere costretto a lavorare (La storia naturale tra Cinquecento e Ottocento, in Storia delle scienze. Natura e vita. Dall'antichità all'Illuminismo, a cura di Ferdinando Abbri e Renato Mazzolini, Einaudi, Torino 1993). Nella categoria dell'uomo diurno Linneo elenca una serie di uomini selvaggi, il ragazzo-orso, il ragazzo lupo, ecc. – evidentemente individuati a partire da resoconti fantasiosi di viaggiatori – e l'homo monstrosus (tra cui gli ottentotti, supposti monorchidi).

 

Definito in questo modo il posto dell'uomo nella natura, Linneo passa a distinguere le quattro razze umane:

«Americano. a) Rosso, collerico, eretto. Capelli neri, diritti, grassi; narici larghe; faccia lentigginosa; mento glabro. Ostinato, ilare, libero. Si dipinge con linee a ghirigori rossi. Si governa secondo la consuetudine.
Europeo. b) Bianco, sanguigno, muscoloso. Capelli biondeggianti, lunghi; occhi cerulei. Agile, acutissimo, inventore. Si ricopre con vesti chiuse. Si governa secondo riti.
Asiatico. c) giallastro (luridus), melancolico, rigido. Capelli nereggianti; occhi scuri. Severo, superbo, avaro. Si ricopre con indumenti ampi. Si governa secondo le opinioni.
Africano. d) Nero, flemmatico, lasso. Capelli neri, crespi; pelle serica; naso camuso. Labbra tumide. Le donne hanno la piega del pudore (feminis sinus pudoris); mammelle abbondanti durante la lattazione. Astuto, indolente, negligente. Si unge col grasso. Si governa secondo arbitrio.»
(decima edizione del Systema naturae, 1758, pp. 20-22)

 

La piega del pudore, detto di sfuggita, era la forma più estesa delle piccole labbra, diffusa in particolare presso le popolazioni Khoi-san del Sud Africa, chiamate ottentotti, non quindi caratteristica generale delle donne africane, ma evidente elemento di curiosità con qualche tratto morboso: i traduttori hanno spesso reso in italiano con l'espressione «senza pudore», veramente poco giustificata sul piano grammaticale... Un'altra nota riguarda il termine "luridus", evoluzione del "fuscus" delle precedenti edizioni, ma su questo tornerò in un articolo successivo per riprendere la precisa disamina di Keevak.

Per ora limitiamoci alla connessione stabilita da Linneo tra le quattro razze, i quattro colori e i quattro temperamenti che danno poi origine addirittura a diversi caratteri morali e a ordinamenti politici differenti. A sorpresa non vi è la stessa corrispondenza tra colori e umori stabilita dalla tradizione medica che risale alla scuola di Ippocrate: il prevalere della bile gialla caratterizzava il collerico, della bile nera il melanconico, del flegma bianco il flemmatico, del sangue rosso il sanguigno. Con Linneo il colore della pelle sostituisce il colore umorale e scompagina le corrispondenze.

 

Die Temperamentrose, Archivio Schiller, 1799 ca.


Del resto la relazione tra colori e temperamenti ha subito nel corso della storia dell'alchimia e della medicina numerose oscillazioni. Goethe ha addirittura costruito, sul modello della rosa dei venti, una rosa dei temperamenti che unisce colori, temperamenti e dodici tipologie umane che vanno dalla passività all'azione, dallo storiografo al poeta, dal pedante all'avventuriero. Ma Goethe non pretende di estendere il suo modello alle popolazioni, lo fa invece Lorenz Oken, prestigioso esponente della scienza romantica della natura, pressapoco negli stessi anni e con un nuovo criterio di classificazione, ricavato dalle figure mitiche che popolano la natura dell'immaginazione antica.

«1. uomo silvano, nero; pelle nera, capelli neri, crespi, sottili, lanosi, viso rotondo, mascella sporgente, angolo facciale 70°, labbra tumide, fronte piatta, naso molto corto, largo, calotta cranica piccola, non può arrossire . – Africano, australiano?
2. uomo satiresco, rosso; pelle rosso-rame, capelli castano scuro, lunghi, viso lungo, largo, senza barba, naso largo e schiacciato. Americano.
3. uomo faunesco, giallo; pelle giallo-bruna, capelli neri, viso rotondo, guance sporgenti, rughe a raggio attorno agli occhi, naso corto, schiacciato, calotta cranica regolare. Asiatico.
4. Uomo panico, bianco; pelle bianca, capelli lunghi, lisci, di tutti i colori, cranio arcuato, viso ovale, dritto, guance rosse, naso oblungo, dritto, angolo facciale 80°. Europeo.»

(Lehrbuch der Naturgeschichte, 3. Theil. Zoologie ; 2. Abt. Fleischthiere, 1816, p. 1234).

 

Non stupisce quindi la domanda con cui Oken conclude la sua trattazione: perché non esistono uomini verdi o blu? Le teorie razziste successive tenderanno a mettere in secondo piano il criterio del colore della pelle, preferendo misurazioni dal carattere apparentemente più preciso, ma lo schema bianco-nero-giallo-rosso non sarà mai del tutto accantonato. Intanto troviamo una possibile risposta alla domanda del naturalista tedesco in un'opera d'arte contemporanea, Synecdoche di Byron Kim: una grande griglia rettangolare composta di pannelli il cui numero varia con il passare del tempo e il susseguirsi delle esposizioni (nel 2009 sono diventati 429). Ciascun pannello misura 25,4 cm per 20,32 e riproduce il colore delle diverse sfumature della pelle umana, partendo da quella dei familiari dell'artista e aggiungendo via via quella degli sconosciuti incontrati per strada. Sineddoche, la parte per il tutto, non prevede bianco, giallo, rosso e nero: «siamo tutte persone di colore – commenta David Scott Kastan –, ma non siamo poi così variopinti».

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