Traslochi della mente

Parlando del corpo in viaggio, qualche tempo fa Elisa Fontana, artista, mi offriva una suggestiva interpretazione: “viaggiare è come sottrarsi da un fluido nativo per immergersi in un altra sostanza di diversa composizione”. Sottoscrivo e rilancio. Il fluido di provenienza è la sostanza sociale e culturale che ci significa durante la crescita e il nostro edificarci come creature interdipendenti, adulte, fatte di relazioni, prassi, convinzioni, codici di mobilità, eccetera. Un primo incubatore di multiple identità. Nel viaggio, una volta emersi dal “contesto amniotico” che ci sostiene in un senso e ci confina dall’altro, veniamo catapultati all’interno di un’amalgama nella quale, bracciata dopo bracciata, rintracciamo riconoscibili o nuovi punti di riferimento per non sprofondare, rimanere a galla o perfino “surfare” l’onda di un nuovo ritmo di vita. In nuovi paradigmi quotidiani. Tracce per approfondire, potenziare o tacere parti di sé. Si potrebbe azzardare una fabbrica interiore del riciclo e del rinnovamento. Il Mufti (guida civica della comunità islamica)che ho incontrato una sera al falafel di Bilal, dopo la preghiera nella Masjid (moschea) qui vicina, mi ha citato nientemento che il profeta Muhammad per dirmi che “viaggiare rinfresca la mente e apre le strade della conoscenza”. Riguardo a quello che ci propone l’avvenire è stato ovviamente più ambiguo, sentenziando inshallah. Solo Dio sa quel che ti aspetta e dove andrai.

 

Un attimo, ricapitoliamo. Sono qui perché alcuni amici mi hanno coinvolto a dare un contributo alla costruzione del progetto. Ricambio il compenso e la fiducia con abnegazione critica e produttiva, usando tutti gli strumenti progettuali e operativi di cui sono capace. Il conto dovrebbe tornare pari, ma non è così. Lasciamo perdere quindi l’impegno lavorativo o un’affiliazione ideologica alle cause e ripartiamo dall’inizio. Più onestamente. Mi trovo qui perché, grazie a profondi legami, mantenuti e sperimentati negli anni, sono riuscito nell’intento di sottrarmi nuovamente da un fluido pesante nel quale mi sento professionalmente, talvolta culturalmente, privato di senso e di sostegno, per immergermi in un magma di relazioni e contenuti che mi rinnova quotidianamente fiducia chiedendomi (sotto contratto e giusto compenso) di mettere in atto tutte le mie conoscenze specifiche e umane, liberando competenze, fantasia e piacere del condividere. Ecco, ora i conti tornano proprio perché impari, assurdi, iperbolici e asimmetrici. Infatti non mi trovo nel mio ambiente “democratico, sviluppato e pacificato”, bensì nel paradigma illegale di una nazione senza stato, trasformata nel regime carcerario di una guerra continua, in un “villaggio” dove non hanno termine notturne incursioni marziali (l’ultima qualche notte fa) e dove non conosco la lingua.

 

Mantengo i dispacci sulla cifra costruttiva del progetto, ma non posso fare a meno, a due mesi di permanenza, di pensare al detto che “per sfuggire ad una gabbia devi costruirtene un’altra più forte” (forse dal libro del Hagakure), talmente ambiziosa ed attraente da far sembrare l’evasione dalla precedente un gesto naturale. Di chi sono ostaggio ora? Da chi e che cosa voglio essere rapito e da dove, in un certo senso, non voglio uscire? Come sto tentando di convincermi per resistere alla tentazione di perdermi e ritrovarmi, ancora? Di quali contenuti ho bisogno per attivarmi e dove/a chi servono le mie sostanze? Dove e in chi ritengo sia meglio riporre in questo momento le mie conoscenze? Si può scegliere senza scegliere davvero? Quale fluido realmente riconosco fertile alla mia personalità, alle mie sfaccettature, alla mia voglia di ingaggiare sfide appassonianti, rischi “accettabili” e nuove strade da aprire? Da quale incanto mi sono lasciato folgorare? C’è un limite alla razionalizzazione: ad un certo punto non si può far altro che ascoltare domande.

 

Sintonizzato temporaneamente sulle frequenze dei Refugee, percorro una dimensione in cui alcuni giovani, caricati da immaginari epici, si rappresentano come the spartans. Ad ascoltare “l’evoluta informazione occidentale” ce n’è abbastanza per figurarsi menti da formare alle buone pratiche del dialogo, verso la strada dello sviluppo e della pace. Non sono per nulla sorpreso di confrontarmi con il rovescio di questa percezione, riconoscendo alcune persone di altissimo senso critico e messa in gioco, con capacità intellettuali e combattive straordinarie, diventate praticamente inspiratrici nel ripensare il principio di cittadinanza. Sono colpito, piuttosto, nonostante sia il terzo viaggio in Palestina, di guardare alla mia provenienza e rintracciare solo qui e ora punti notevoli di rilevanza e di criticità del mio paese. E scoprirmi sostanzialmente cresciuto e preparato con tutti i mezzi possibili alla fuga dalle gabbie.

 

“Fuori da qui pensano che siamo gente trasandata, incazzata e dinamitarda, estremista e un pò ignorante, abitante di baracche se non di tende. La realtà è diversa… guardaci!” – ancora – “Io detesto il campo e non sopporto le restrizioni religiose o famigliari”. Oppure “… mi piace uscire, ma dopo un po’ fuori dalla mia gente… mi sento perso!”. Muhammad Jabali, arabo di nazionalità israeliana e autore di jaffaproject.org immagina le persone confinate dai disaccordi internazionali come protagonisti di una surreale teoria della relatività: “… è assurdo che in mezz’ora tu possa arrivare dal Dheisheh a Jaffa, mentre alcune persone non ne hanno il permesso. O da Tel Aviv a Damasco, in poche ore di guida. È come parlare della velocità della luce: in un attimo potresti essere su Marte, ma non ne hai i mezzi…”. Sotto quali categorie della conoscenza porre tale condizione biopolitica? Tarek Hammam, nel suo corso su Refugeehood and Citizenship, invita i 16 partecipanti a esercitarsi sulle strade della normativa internazionale, tra protocolli e risoluzioni, mettendo a nudo limiti e leve dei concetti di occupazione, apartheid e crimine contro l’umanità, non solo per farne emergere la fragilità al cospetto degli “osservatori di pace”, ma anche per articolare il pensiero verso forme che riflettano la complessità della situazione e siano da stimolo per possibili “fughe”, andando oltre un discorso radicato sulle restrizioni. Sandi Hilal, per un altro verso, li provoca verso nuove pratiche del Ritorno: “vi immaginate soltanto tra le mura della vostra vecchia casa, forse distrutta, forse a vivere tra gente ostile? Vorrei stimolarvi verso altre opzioni: il Ritorno al Mediterraneo (il mare…) per esempio, alla coltivazione, al libero movimento. Il Diritto Internazionale e il nostro immaginario dev’essere aggiornato a nuove esigenze del futuro, partendo da questo presente”.

 

Esigenze narrative ricoprono i muri delle case di Dheisheh (Camp Experiencing, mercoledì 14 marzo 2012).

 

Che ne sarebbe dei campi, al momento del ritorno? Rimarrebbero un’urbanizzazione “di terza mano”, verrebbero abbandonati o cos’altro? Occorre elaborare un presente ancora cristallizzato sulla mancanza, per quanto possa essere evoluto in alcuni casi verso notevoli forme di reciproco sostegno nell’ambito comune, come nel particolare fluido sociale del Dheisheh Camp. Costruire una nuova immagine in termini di narrazione e rappresentazione significa quindi produrre una rinnovata qualità culturale e urbana partendo dalle potenzialità visibili o non ancora pienamente espresse, nuove premesse all’idea di Ritorno. I Camp Experiencing hanno già rivelato come sia facile pretendere, per gli abitanti stessi, di conoscere già tutto degli altri campi e come sia complesso farsi guida o visitatore all’interno degli stessi: osservare, ascoltare e trasferire sono pratiche da allenare. Lavorare sui differenti punti di vista riguardo a privacy, pubblico, comune e specificità riapre invece il discorso dipingendo un quadro più articolato, ora frammentato dalla convivenza forzata, da una lotta condivisa, da condizioni accomunanti o da separazioni imposte manu-militari. Talvolta carico di pregiudizi all’interno della stessa società palestinese.

 

Un inquilino si distingue dalla terrazza in Al-Fawwar (Camp Experiencing, mercoledì 21 marzo 2012).

 

Confini naturali, costruiti, di proprietà e militari. Landmark, giardini di libero accesso, giardini emergenti, sfondamenti visivi, resti del vecchio campo, organizzazioni, assi principali, piazze e luoghi di ritrovo, colori, scritte sui muri e forme d’espressione visiva, presenze militari mobili. Spazi di distruzione e abbandono, meraviglie, gesti spiazzanti e vitali degli abitanti, differenze formali nell’architettura, situazioni, conversazioni pubbliche. Questi, per esercitare lo sguardo sull’articolazione dello spazio, i punti di osservazione che ho suggerito ai partecipanti e attorno ai quali descrivere il percorso che stiamo compiendo sulla falsa riga di Re:Bus mapping. Utilizzando la tecnologia GPS negli smartphone, con testi e immagini, costruiremo una prima base per delle mappe interattive, preludio per progettare delle guide alla comprensione dei campi e per arrivare, se sarà il caso, ad una forma di antimappa. L’antimappa è la rappresentazione di uno spostamento in cui si riportano annotazioni qualitative delle esperienze e delle percezioni incontrate. Tali esperienze cambiano nel tempo e l’esito della rappresentazione non può essere una mappa tradizionale, bensì un distributore di suggerimenti per l’esplorazione.

 

Le sorgenti d’acqua nella campagna di Al-Arrub (Camp Experiencing, mercoledì 4 aprile 2012).

 

Per il momento, sono prigioniero della teoria del movimento, in vibrazione tra il mio fluido di provenienza e l’alveo esperienziale a cui sono approdato. L’idea di antimappa mi suggerirebbe l’immagine di un filamento elastico e nervoso, teso tra due organismi simbiotici ma dinamici, soggiogato alla dittatura dello spostamento, sedotto dal fascino della trasformazione.

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19 Aprile 2012