Il cremisi dei sessanta giorni

Quando Linneo era a corto di nomi battezzava le piante con quelli dei loro scopritori o divulgatori. Così a un arbusto d’origine cinese capitò di essere spacciato per indiano e avere il nome (terribile) di chi lo inviò in Europa. A metà Settecento l’allora direttore della Compagnia delle Indie, Magnus von Lagerstroem, spedì all’illustre botanico svedese l’esemplare di un arbusto da fiore perché lo classificasse. Morì prima di sapere che aveva segnalato una nuova essenza, e Linneo per rendergli omaggio gliela dedicò chiamandola Lagerstroemia indica.     

 

 

Per fortuna il nome giapponese della lagerstroemia non ha niente a che fare con le classificazioni della botanica. La trascrizione fonica nel nostro alfabeto è armoniosa e bellissima. Poetica di per sé, prima ancora di finire in un haiku di Mizuhara Shūōshi: sarusuberi.

 

Asagumo no

    Yue naku kanashi

Sarusuberi 

 

Nuvole al mattino:

la tristezza  tace le sue ragioni.

Fiori di lagerstroemia

 

Sostituite a sarusuberi il significato che suona su per giù “il cremisi dei sessanta giorni” e vi renderete conto di quanto, insieme agli ideogrammi, ci abbiamo perso[1]. E se le nuvole al mattino sono le vaporose ruches rosa delle infiorescenze di una lagerstroemia, capirete anche perchè la tristezza possa tacere.

 

 

Con oleandro e hybiscus syriacus, le pannocchie fiorite della lagerstroemia, lunghe finanche venti centimetri e raccolte all’apice dei rami, sono uno dei rari fiori estivi di lunga durata, per questo chiamate a colorare i nostri giardini di rosa violetto e, appunto, rosso cremisi. Più raramente se ne vedono di bianche, ma ne esiste una varietà luminosissima selezionata da un vivaista italiano (“Bianco Grassi” a fiore doppio). Belle anche le foglie obovate, opposte, un poco coriacee, che in autunno mutano in gialli e aranci squillanti.   

 

 

Di solito si scelgono quelle educate ad alberello, dalla chioma regolare e compatta a ramificazione alta. Il tronco è eretto con la scorza che, nel tempo, si sfalda disegnando macchie grigio-brune, sfumate d’ocra. Io le preferisco a cespuglio e in nuances: si perde il piacevole variegato della corteccia, ma anche il portamento troppo rigido del fusto. Amano il sole e i terreni non argillosi, tuttavia si adattano a substrati d’ogni tipo purché fertili e freschi. Insomma, non tenetele in ombra: fioriranno e non si ammaleranno di oidio (mal bianco). E la tristezza continuerà a tacere.

 



[1] Cento Haiku, a cura di Irene Iarocci e perfazione di Andrea Zanzotto, Guanda 1987, p. 96

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03 Settembre 2012