Scille, gli occhi azzurri del sottobosco

Le selvatiche Scilla bifolia sono gli occhi azzurri del sottobosco. S’aprono al primo sole di marzo, gracili, minute, hanno il privilegio di sfoggiare uno dei blu naturali più invidiabili e ammalianti, toccante al punto da far illanguidire. Due, appunto, le foglie: lucide, lunghe e strette che avvolgono il rossiccio gambo florale e, giuntevi al mezzo, opposte, si ricurvano. Leggiadre, le piccole corolle a stella – sei tepali, sei stami con antere altrettanto blu, pistillo capitato sorgente dall’ovario supero – si schiudono una via l’altra sul racemo.

Tra aprile e maggio, invece, danno il cambio ai narcisi le Scilla non-scripta (o Hyacinthoides non-scripta), pur esse spontanee d’origine: indimenticabili, quali specchi lacustri, le distese dei boschi inglesi. 

Sono facili da naturalizzare nel prato di casa, meglio se collocate al piede di alberi e arbusti, ve ne sono anche di rosate e bianche, certo di minor effetto. Si propagano con generosità e ve le ritrovate sparpagliate in giardino in men che non si dica. Più alte e vistose delle S. bifolia, su dritti, carnosi steli recano dapprima boccioli stretti in spiga che poi, in sequenza, rivelano campanelle reclinate con i vezzosi apici dei tepali volti all’insù.

 

 

Molte le specie di questa tribù di perenni bulbose della famiglia delle Liliaceae (ma Asparagaceae secondo un’altra classificazione), tutte belle, tutte alla mano e di poche pretese, perfette per chi non vuol dedicare troppe energie al giardino. Tra queste va ricordata anche la Scilla siberica, originaria dell’Asia minore e introdotta in Europa sul finire del Settecento. 

Anche l’autunno ha le sue scille (Scilla marittima, alias Drimia marittima). Le avrete senz’altro incontrate nelle plaghe aride e sassose del sud, sui litoranei sabbiosi del Mediterraneo: candele alte, persino un paio di metri, di fiori bianchi peduncolati, nascenti da grossi bulbi seminterrati nelle varietà bianca o rossa. Fioriscono tra agosto e settembre e decretano la fine dell’estate, poi spuntano le foglie, spesse, basali radunate in rosetta, che durano fino all’antesi dell’anno successivo.

 

Scilla: un nome che evoca il mitico mostro marino, geograficamente opposto a Cariddi, e pare alluda al nocumento dei bulbi venefici benché, usati con parsimonia, abbiano effetti cardiotonici e diuretici.

A dar voce alle Scilla c’è la ferma prosopopea, lontana da affettati bamboleggiamenti, della poetessa Louise Glück, fresca di premio Nobel. Nella sua silloge del 1992, Iris selvatico (il Saggiatore, Milano 2020, traduzione di Massimo Bacigalupo), molte sono le essenze che prendono la parola e si rivolgono, anche con ironia, alla giardiniera che, a sua volta, instaura un colloquio col «padre irraggiungibile». E ci rimette a posto, al nostro posto di presenze eguali alle altre terrestri presenze.

 

 

Non io, idiota, non il sé, ma noi, noi: onde

di blu-cielo come

una critica del paradiso: perché

fai tesoro della tua voce

quando essere una cosa

è essere pressoché nulla?

Perché guardi in su? Per udire

un’eco come la voce

di dio? Per noi siete tutti uguali,

solitari, alti sopra di noi, programmando

le vostre sciocche vite: andate

dove siete mandati, come ogni cosa,

dove il vento vi pianta,

e l’uno e l’altro di voi guarda

sempre giù e vede qualche immagine

d’acqua, e cosa sente? Onde,

e sopra onde, uccelli che cantano.

 

 

Dipingete il giardino di primavera con onde blu nel verde dell’erba, obnubilante sensazione di respirare tra un mare che par d’acqua e uno d’aria. 

Lasciatevi svegliare dalle squille di queste celestiali campanelle.

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