L’eros dell’iris

Il giardino di maggio è un’alcova a cielo aperto: chi si lascia frugare nell’intimo senza rossori, e chi si concede con ritrosia reclinando la corolla. Esploratori alati spariscono in cavità vischiose, vibrano elitre, zampette titillano stami e pistilli, proboscidi penetrano in imbuti profondi e segreti. Tutto è fremito, tensione, ebbrezza, mobile energia, vitalità e impulso.

L’iris non è fiore pudico. Anzi, è tra i più scostumati. Erge le glauche spade fogliari e capisci che quando il fiore verrà non sarà da meno quanto a improntitudine. 

Ted Hughes nella sua fenomenale osservazione della natura ha fermato la sua lente da anatomista botanico anche sull’iris. Con sguardo attento che nulla consente a sdilinquimenti o romanticherie di genere, l’ha mostrato in tutto il suo erotico appeal. È uno sguardo che giunge fin là dove arrivano gli insetti impollinatori, come quelli guidato dall’architettura orientale e dalla strategia seduttiva del fiore. Dalla sua raccolta del 1986, per l’appunto intitolata Fiori e insetti, ecco il suo studio sull’iris nella traduzione di Nicola Gardini:

 

 

Abbozzo di dea

 

Abbiamo un Iris. Un’Alabarda

di complicazioni floreali. Due bocci sono in fiore,

mollemente aperti, o piuttosto disfatti. Sorelle

gemelle del Serraglio Reale, che si contendono

l’occhio del Sultano. Anche qui

una è superiore.

La rivalità ha devastato

tutto di loro tranne

la tentazione e l’offerta del grembo.

 

Quella è andata. Ma questa è nel pieno della giovinezza.

Si mette

vistosamente in vista. Una capitolazione

di stracce membrane di muco, venate e violette,

una trasparenza di organi interni

in un brivido di voluttà,

dilaniati,

il centro corrotto,

tutto ciondolante inermità

e appendici avvolgenti –

 

lei si trattiene delicatamente

come se ogni bordo si rannicchiasse intorno a un nervo.

 

In verità

Fa penzolare tutta la lingua,

inarca l’uvula,

rovescia l’utero –

 

un’ape sopraffatta affonda la faccia

nella barba delle sue ovaie.

 

Diventa sorda

in un orribile grido del ventre – che orecchio d’uomo non coglie.

 

 

Ebbene, dopo questa sublime ékphrasis poetica da cui – come quell’ape – si esce sopraffatti, torniamo rasoterra alla nostra prosa ordinaria. Per dire delle iris, e delle loro numerose specie (circa duecento), si dovrebbe stendere un trattato in più tomi. Ci contentiamo di vagabondare qua e là tra le più note, che variano per forma biologica (bulbi o rizomi), per dimensioni (da misure lillipuziane al metro e più), per fogge e colori, ma tutte dai fiori in geometrica triade composti e di facile coltivazione. 

Quelle ritratte da Van Gogh, impetuose e selvagge, sono Iris germanica (o Iris barbate). Dai rizomi che viaggiano in orizzontale si sviluppano i ventagli degli “spadoni”, le glauche foglie basali, lisce e spesse, alte circa mezzo metro, minori le altre cauline che avvolgono l’alto, robusto fusto su cui si innestano anche le tre-quattro propaggini florali dai peduncoli inguainati in spate cartacee. I fiori s’aprono con sei tepali, tre esterni e riversi, dal margine ondulato con al centro una lingua di gialla morbida peluria (la “barba”), alternati ai tre interni alzati e chiusi a cappuccio portanti i tre stili petaloidi, ricurvi e bilobati che, a loro volta, proteggono tre bianchi stami. Quanto alla livrea, è più varia che mai e tiene fede all’etimo del nome. Propense all’ibridazione, oltre alle comuni azzurro-blu inselvatichite in tutta la penisola, si ammirano iris barbate gialle (dal limone allo zolfo), con tepali bicolori o con orli più o meno crespati e a contrasto, iris venate o tigrate, porpora o malva e in tutte le ammalianti sfumature del cielo all’occaso. 

 

 

Nelle Iris germanica è stata poi inserita anche la candida varietà fiorentina, il giglio emblema della città, ma che giglio non è. Dante, nella chiusa del XVI canto del Paradiso, fa dire all’avo Cacciaguida che con le genti antiche – le famiglie gentili dei suoi tempi – Firenze era in pace: «con queste genti vid’io glorïoso / e giusto popol suo, tanto che ’l giglio/ non era ad asta mai posto a ritroso, / né per divisïon fatto vermiglio». Accadde infatti che i Guelfi, dopo la cacciata dei Ghibellini nel 1251, invertirono i colori originari dell’insegna cittadina e l’iris bianca in campo rosso divenne un’iris rossa in campo bianco, come ancor oggi sventola sul gonfalone di Firenze. Per un analogo errore anche l’iris simbolo della monarchia francese divenne giglio. Leggenda vuole che, dopo una battaglia di lunga e incerta durata, Luigi VII vide ai margini del campo delle iris in fiore e le scelse come segno beneaugurante per il suo trono, così la “fleur de Louis” divenne una “fleur de lys”.

 

 

Giaggioli li chiama il volgo – forse da quel “ghiacciolo” usato dai toscani per quell’iris color del ghiaccio spontaneo nelle plaghe lambite dall’Arno. Comunque sia, il nome chioccio ben s’addice loro: se ne scuoti lo scapo, le membrane danno un suono che par di sonaglio. 

Tra le rizomatose le prime a fiorire sono le elegantissime Iris japonica: sfarfalleggiano con lacinie azzurro-lavanda spruzzate di giallo sui flessibili gambi. Peccato che le foglie tendano a seccare in punta, difetto che si può mitigare mescolandole, per esempio, alle felci; hanno, inoltre, una propensione a spadroneggiare, è quindi bene lasciar loro un’ampia zona da colonizzare, magari una di quelle balze difficili da gestire. Nipponiche sono pure le Iris kaempferis dai meravigliosi fiori grandi e piatti in una variazione di tinte e screziature da far girar la testa, anch’esse amanti di terreni umidi. L’Iris sibirica si può invece trovare spontanea anche all’ombra dei nostri boschi, rustica eppure raffinata, ha foglie sottili quanto gli steli su cui sbocciano i bei fiori violetti. Anche l’Iris pseudacorus è aggraziata nel suo fogliame longilineo su cui spiccano attraenti corolle gialle, la si incontra naturalizzata sulle sponde di stagni e fossati ma è a suo agio anche negli angoli freschi del giardino dove ben s’accompagna alle Iris laevigata dalla seducente livrea blu.

 

 

Quanto alle bulbose, in climi temperati sono assai consigliabili le iris di Tangeri (Iris tingitana), da lasciar libere a frotte sotto alberi d’alto fusto. Non meno belle sono le Iris reticulata, originarie del Caucaso, ogni stelo un fiore blu macchiato di giallo. L’ibrido più coltivato e popolare è però l’Iris Xiphium nella varietà precoce, si propaga con una certa generosità e fiorisce dapprima nelle varietà a fiore bianco poi in quelle a fiore blu. Meno vistosa delle iris barbate per via dei tre tepali interni più modesti, punta tutto sulla geometria più immediata e pulita dei tepali esterni su cui si addossano gli stili. Divertente aprirli – con garbo – per sentire il suono della chiusura a scatto.

Da ultimo va pur detto che alcune di loro, come l’Iris germanica, sono contraddistinte anche da un profumo dolce, che sa di violetta, caratteristica che pertiene al fiore ma ancor più al rizoma, cosicché vengono coltivate per essenze di profumeria. Singolare che Ted Hughes non abbia colto l’odore quale componente dell’eros dell’iris.

L’iris è uno di quei fiori «erti e orgogliosi» di cui parla Giuliano Scabia nel finale della Commedia Olimpica. Nell’ultima sua commovente conversazione con Massimo Marino, Giuliano legge e commenta questo passo e dice: «sono dei falli i fiori, il fiore fallico è il cuore della poesia».

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO