La biblioteca: centro o periferia?

Nell’epoca digitale la biblioteca è diventata un oggetto esotico. Meno si legge (nel senso tradizionale del termine, cioè meno si accede al sapere attraverso la carta stampata), più il contenitore tradizionale “biblioteca” diventa auratico, come se appartenesse ormai a un mondo lontano. La fotografa tedesca Candida Höfer ha svolto un ruolo significativo in questo contesto, re-auratizzando degli spazi, spesso sublimi, popolati da pochissime persone e caratterizzati da un senso di ordine quasi maniacale. Le immagini della Höfer celebrano delle “oasi del silenzio”, dei “templi della saggezza”, delle “cattedrali dell’intelligenza” in un momento storico in cui la valenza di queste istituzioni è entrata in crisi. Paradossalmente le fotografie gran formato della Höfer attirano l’attenzione e affascinano, mentre i luoghi originali, riguardanti l’esercizio della lettura, languono.

 

La valorizzazione nostalgica delle biblioteche rappresenta un tema letterario ricorrente, a partire dai miti collegati al “bibliotecario” Jorge Luis Borges: dalla storia, anch’essa molto borgesiana, della biblioteca privata dello scrittore Alberto Manguel, fino alle riflessioni recentissime nel felice saggio di Lina Bolzoni, Una meravigliosa solitudine.

Qual è invece la funzione reale delle biblioteche in una società in cui si costruiscono più “media-center” che “templi del libro”? La biblioteca è sempre stata – come ha dimostrato l’architetto “rivoluzionario” Charles-Nicolas Ledoux – uno spazio utopico per eccellenza; in passato il sublime utopico si concretizzava però in edifici concreti, che occupavano i luoghi centrali di un paese inteso anche come rete culturale, cioè una “montagna” di libri. 

 

 

Mi sono posto queste domande non davanti alla Grande Bibliothèque parigina di Dominique Perrault (con il suo ammirevole e provocatorio spazio interno vuoto), ma in seguito a una visita a un edificio spesso bollato con il termine di “archimostro”: la Biblioteca Nazionale del Kosovo, a Pristina. Questa costruzione imponente sorge come un oggetto sorprendente e maestoso all’interno di un perimetro che resta tuttora una specie di grande waste land urbano. Con la sua “prestanza” decisamente geometrica e metallica, la Biblioteca si annuncia da lontano nella sua radicale diversità e alterità. È altro in quanto non banale (come è invece tanta architettura odierna, non soltanto nel Kosovo); altro in quanto energia verticale, che sa creare una relazione forte tra suolo e cielo; altro in quanto risultato di un calcolo nel contempo statico e artistico, architettonico e simbolico; altro anche in quanto oggetto antitetico diverso dagli edifici civili, amministrativi o religiosi. Ideata e realizzata dall’architetto croato Andrija Mutnjakovic, fu inaugurata nel lontano 1982. Conteneva la memoria storica di quella che allora era ancora una regione autonoma della Serbia, all’interno della Jugoslavia. L’immenso palazzo del libro di 16500 m2 avrebbe dovuto ospitare ben due milioni di volumi.

 

 

Ciò che impressiona a tutt’oggi è l’estrema coerenza dell’insieme, pensato come un’opera d’arte totale per celebrare la cultura del libro. Mutnjakovic, che fa parte di quegli architetti che costruiscono durante la loro carriera professionale una sola opera (ma grandiosa, assoluta), concepì il tutto a mo’ di lecorbusiana “promenade architecturale”. Incuriositi da questa fortezza, la cui griglia di ferro conferisce all’edificio un senso ossimorico di leggerezza e di solidità, si penetra nel grande salone d’entrata. Da qui, si può accedere a due sale di letture o a un generoso anfiteatro, oltre che a uffici e depositi. Il leitmotiv formale della Biblioteca, sono le sue novantanove cupole. Esse portano la luce dall’esterno all’interno, una luce dalla “calda” tonalità, che illumina gli spazi con dolcezza. Si è parlato di influssi bizantini o islamici e pure di un accenno al cappello tradizionale della regione, il plis o qeleshe. La cupola declinata con grande virtuosismo sembra però più un archetipo architettonico che un elemento folcloristico. Inscena – variandone il motivo – il miracolo della luce che rende possibile la vista, una metafora adeguata al ruolo di una biblioteca, cioè di un’istituzione che grazie al libro permette di illuminare e dare senso al mondo. Le sottili ingabbiature metalliche, il secondo elemento topico, rimandano alla necessità di proteggere un tale “tesoro”. 

 

 

Le vicissitudini storiche del Kosovo hanno purtroppo mostrato quanto necessaria fosse la protezione e la tutela del mondo del libro. Lo sgretolamento della Jugoslavia portò alla distruzione di ben 100.000 volumi in lingua albanese, ovvero di quella materia preziosa che la Biblioteca voleva salvare a ogni costo. In seguito, il palazzo servì anche da abitazione per i rifugiati della Bosnia. Miracolosamente l’edificio sopravvisse sia nel suo insieme, sia nei suoi preziosi dettagli architettonici. Il suo riconoscimento odierno è legato, per ironia della sorte, a categorie che lo rendono interessante ma per le ragioni sbagliate. C’è chi lo inserisce nei cataloghi del brutalismo architettonico, confondendo maestà costruttiva e pesantezza. In effetti, la Biblioteca sembra quasi così leggera da levitare, un’impressione rafforzata dalla tessitura metallica che si dà come un tessuto che abbraccia l’insieme dell’edificio (una ulteriore allusione all’universo dei testi). Anche l’organizzazione interna, organica, non è mai brutale, bensì rispettosa della dimensione umana. Chi include poi la Biblioteca nel repertorio dell’“architettura socialista” (o di “tipo sovietico”) non ha capito il programma umanistico di un tale progetto. Sbaglia anche chi vede in questa costruzione (cfr. i siti del genere “the ugliest buildings in the world”) un monumento di bruttezza. Semplificando oltremodo il campo dell’estetica (dall’Ottocento in poi le “arti non più belle” fanno pienamente parte dell’estetica), una simile affrettata condanna pecca di conservativismo astorico, perché proprio un’opera come questa dimostra la vera complessità del linguaggio architettonico del Novecento.

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