Lamezia Terme, 5 aprile 2011

Arrivo a Lamezia, e mi rendo conto che la città è sottosopra per una furiosa polemica attorno al campo rom dell’area di Scordovillo. Un’ordinanza della Procura, il campo va sgomberato entro 30 giorni. Motivazione: sono tutti delinquenti. Il campo è uno dei più grandi d’Italia, circa 520 persone, più o meno 104 famiglie, esiste dal 1981. È il campo dove vivono i ragazzi rom che partecipano a Capusutta, Pamela e Immacolata e tutti gli altri. Domani pomeriggio dovrò parlare ai capusuttini del testo sul quale lavoreremo, Donne a Parlamento di Aristofane, ma prima incontro Rosy de Sensi e Graziella Perri, operatrici dell’Associazione La Strada, che da 25 anni svolge un lavoro prezioso nel campo, portando i bambini a scuola e facendo tante altre attività. Chiedo loro se possono accompagnarmi al campo, vorrei vedere dove vivono i capusuttini rom.

 

Arriviamo verso le 11 di mattina. La prima immagine che mi colpisce è quella di un muro alto tre metri: il campo, fin dalla sua nascita, è statodelimitato da quel muro, un recinto materiale e simbolico che impedisce la vista dalla strada, e confina con l’Ospedale civile di Lamezia. Rosy mi racconta che nel 2003, quando il Comune di Lamezia era commissariato per infiltrazioni mafiose, si pensò ad una soluzione per i rom e si cercò di ovviare al problema sostituendo i prefabbricati con i containers per garantire loro una condizione abitativa "migliore" rispetto alla precedente. Avete presente i containers? Potete, possiamo immaginare cosa significa vivere dentro a un container? Penso di no. Come si fa a mettere la gente dentro ai containers? Metallo rovente d’estate, celle frigorifere d’inverno. Mi rammento di un proverbio lametino che mi ha riferito Pierpaolo Bonaccurso del Teatrop, gruppo storico di Lamezia: “chi ni vo bidiri i piadi du’nfiarnu, furgiaru d’estati e pignataru i viernu”. Traduzione: “chi vuole vedere i piedi dell’inferno, forgiaro (ovvero fabbro) d’estate e pignataro (ovvero ceramista, le mani nell’acqua tutto il giorno) d’inverno”. Come si fa a mettere la gente nei containers?

 

Da allora, anno dopo anno, la popolazione del campo edifica attorno ai containers delle rudimentali casette fatte di cemento e altri materiali. Con poveri mezzi si arrangia a fare quello che ognuno di noi farebbe se si trovasse in quella condizione. Cerca di migliorare. Di creare vivibilità. Giriamo per le stradine del villaggio, a suo modo paradossalmente ordinato, con noi ci sono anche Pamela e Immacolata e gli altri capusuttini, tutti ci salutano cordialmente, chiedono se sono un giornalista o un politico. No, fa teatro con Pamela e Immacolata, rispondono le mie guide. Ah, teatro… cinema vuoi dire? Mi presentano a tutti, un viaggio simile l’ho fatto a Diol Kadd, nel cuore del Senegal, il villaggio natale di Mandiaye, attore senegalese delle Albe, dove tutti erano suoi parenti e parenti dei parenti, dove ogni capanna era una fermata, e saluti, e sorrisi, e un bicchierino di tè alla menta ogni capanna. Qui il tè alla menta non c’è, ma lo sciamare di bambini sorridenti è lo stesso.

 

Le donne sono tutte intente a lavare panni, lavano e lavano, li stendono al sole. Una di queste, Reginella, un’autorità nel campo, un’anziana dagli occhi neri e grandi e profondi, una treccia a corona sulla testa, mi dice sorridendo: “Non siamo cani. Noi nelle tende non ci andiamo. Se ci mettono nelle tende…”, prende un rametto e ridendo, con quel rametto piccolino in mano, “gli diamo addosso!”. Reginella e il suo rametto.

 

I rom di Lamezia sono originari della Romania, cristiani, devoti a San Cosma e San Damiano, ma sono qui da un secolo, non sono più nomadi ma stanziali, e hanno ormai tutti nomi italiani. La Calabria si è dimostrata più accogliente di altre regioni italiane, per questo motivo si sono fermati. In realtà, mi dice Rosy, le case le vorrebbero. Molti di loro sognano case che non frantumino la comunità, quindi non appartamenti separati, ma luoghi bassi, a contatto con la terra, in cui mantenere la relazione con l’aperto, con il fuori, uno stile di vita comunitario. Altri invece vorrebbero vivere negli appartamenti solo con i "civili", con gli "italiani".Un’altra donna ci ferma: “ Ci portano nelle tende?”. Ma chi ve l’ha detto, chiede Rosy, non è vero. "L’ha detto Reginella!". La voce si è sparsa ovunque, Reginella è davvero una regina. Un’autorità. Reginella e il suo rametto.

 

Le motivazioni dello sgombero: delinquenza e abusivismo. Certo che ci sono i delinquenti, mi dice Graziella, ma sono il dieci per cento. Una percentuale, aggiungo io, sicuramente inferiore alla percentuale di ladri e corrotti e corruttori che siede a Roma in parlamento. Perché non sgomberare Montecitorio, allora? E la questione dell’abusivismo? La colpa dei rom è quella di non essersi accontentati del container e aver tentato di farne qualcosa di abitabile. Proviamo ad allargare lo sguardo, cosa vediamo? Secondo un’inchiesta della stessa Regione Calabria, sulle spiagge del territorio c’è un abuso edilizio ogni 135 metri. Record italiano. Sgomberiamo tutte le spiagge calabresi?

 

 

Nel suo bel libro appena uscito da Feltrinelli, Qui ho conosciuto inferno purgatorio e paradiso, un dialogo intenso e approfondito con Goffredo Fofi, Don Giacomo Panizza evoca alcune azioni concrete fatte dalla sua Comunità Progetto Sud, come per esempio aiutare i rom di Lamezia a costituire una cooperativa, Ciarapanì. Cito dal libro: “Ciarapanì, ovvero in lingua romanì, ciara è la pioggia battente, la bufera di vento e acqua, e panì è la tenda che ti ripara dalla ciara. Alcuni rom ne costituiscono la base sociale, essendo nata come controproposta alla loro occupazione di raccolta e rivendita del ferro. Tra le attività economiche che procurano buste paga provvidenziali ai capifamiglia rom – ma non solo – primeggia la raccolta differenziata poi la manutenzione e la gestione del parcheggio dell’ospedale, dove i rom ne vedono di tutti i colori. Taluni professionisti, nonostante riscuotano stipendi consistenti, tentano di evitare di pagare il parcheggio. Anche noti mafiosi pensano di parcheggiare senza pagare – sai che i mafiosi vogliono le cose gratis non tanto per risparmiare ma per sancire chi è che comanda.” Più che prenderli come facile capro espiatorio, e il discorso riguarda Lamezia come tutta l’Italia, dovremmo tutti impegnarci a trovare soluzioni articolate e serie ai problemi complessi e drammatici che attraversano il nostro vivere civile, non ultimo quello della convivenza con i rom, “il popolo degli uomini”.  

 

Non sono un politico né un giornalista né un sociologo, e sono qui per fare teatro, quindi non ho la presunzione di fornire la benché minima risposta a problematiche tanto complesse, e men che meno qui a Lamezia dove vengo da pochi mesi come un pellegrino del teatro e dovrei limitarmi a scrivere di Aristofane. Ma poi cosa significa far teatro? Cosa significa fare bene e fino in fondo il proprio mestiere di "tecnico di Dioniso"? Stamane sono venuto a vedere dove vive un gruppo dei miei adolescenti-attori: ho fatto teatro. Stamane sono venuto a vedere Reginella che con il suo rametto e il suo “gli diamo addosso!” sembrava una baccante ridente e scatenata di una commedia antica di Aristofane, e la sua immagine non mi abbandonerà più: ho fatto teatro. Stamane ho guardato il mondo riflesso da una prospettiva particolare, nell’acqua delle pozzanghere di Scordovillo: ho fatto teatro. Aristofane può aspettare la prossima puntata di questo diario. Aristofane, io lo so, ne sono certo, è ben contento di aspettare.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO