Lamezia Terme, 5 giugno 2011

Ultima puntata del diario lametino, poi ci sarà la necessaria pausa estiva, poi Capusutta ripartirà a settembre per debuttare ad autunno inoltrato - date possibili, ma ancora non certe, dal 18 al 20 novembre - e con le prove riprenderà anche questo diario. 

 

Nel frattempo buone notizie: il contratto tra il Comune e le Albe e Punta Corsara è stato firmato. E la volontà politica è quella di riuscire a costruire una convenzione anche per il prossimo biennio, in modo che si arrivi a un percorso di almeno tre anni, il minimo per seminare, il minimo per creare un tessuto di giovani (scelti non per amicizie e tessere politiche, per buone parentele, ma usciti da un percorso fatto di lavoro, disciplina e passione), un gruppo di persone che possa continuare a praticare teatro e cultura, slancio e amore per la città e vocazione a intrecciare il locale con il nazionale e oltre.

 

Intanto ci si lascia con un’ultima giornata di lavoro, dove assisto a una specie di primo abbozzo di Donne al Parlamento. Sono anche gli ultimi giorni di scuola, quindi il numero dei capusuttini presenti è per forza di cose diminuito, tanti sono impegnati con esami e interrogazioni finali, ma è pur sempre un buon numero. Con me ad assistere ci sono tra gli altri Tano Grasso, Lina Latelli Nucifero, poetessa e critico teatrale di Lamezia, Rosy De Sensi dell’Associazione La Strada, gli artisti Maria Teresa Guzzo, Gianluca Vetromilo e Paola Colletti e alla fine spunta anche il sindaco Speranza: sono tutti qui a “spiare” l’esito provvisorio del lavoro svolto in questi mesi. I “corsari” hanno lavorato molto bene. Adesso la struttura che abbiamo davanti agli occhi è uno schizzo che ci mostra la prima parte dell’opera, la sfida di Praxagora: salvare Atene conquistando il potere e dando alle donne il governo della città.

 

 

Si parte con un prologo in movimento, dove il coro maschile e quello femminile si affrontano. Le ragazze hanno creato una quartina di versi in lametino, non desunta dall’originale aristofanesco ma in stretta relazione. Le donne prima sussurrano, poi a voce sempre più alta ripetono la loro invocazione alla luna, mentre gli uomini, a ogni verso bisbigliato o gridato dalle ragazze, si tengono la pancia e lanciano comiche grida di dolore: la situazione è ispirata ad Aristofane, al personaggio maschile che per primo appare in Donne al Parlamento, ovvero Blepiro. Morale: quando le donne non si sottomettono e vogliono dire la loro, agli uomini viene il mal di pancia.

 

Coro Donne: O luna ca si fimmina cumu a nnua!

 

Coro Uomini: Aaah!

 

Coro Donne: Vianici ad aiutari ca l’avimu i spinnari!

 

Coro Uomini: Aaah!

 

Coro Donne: Sti masculi ca rumpino i cujuna!

 

Coro Uomini: Aaah!!

 

Coro Donne: Averanu i muriri ad una ad una!

 

Coro Uomini: Aaah!

 

Dopo questo prologo incantatorio, entriamo nel vivo della storia. Una ragazza per ora incarna Praxagora, ma i ruoli definitivi li daremo a settembre, può darsi (come spesso avviene nella non-scuola) che non sia un solo adolescente a interpretare il protagonista, ma che saranno in diversi ad alternarsi. È quasi l’alba, lei ha convocato le amiche chiedendo loro di vestirsi con gli abiti sottratti nella notte ai mariti. Le amiche arrivano alla spicciolata, scusandosi per il ritardo. Questa è la struttura che ci dà Aristofane, ma le singole giustificazioni e battute sono create dalle ragazze stesse nel gioco dell’improvvisazione. Per ora i corsari le hanno mantenute tutte, a settembre dovremo invece lavorare di montaggio definitivo, tagliandone alcune, accorpandone altre, intrecciando altre ancora. Il lasciare la possibilità di improvvisazione agli adolescenti non esime le guide da un sapere drammaturgico (drammaturgia: tessitura di azioni), dalla capacità di legare nel modo più efficace l’originale antico e le creazioni dei ragazzi, la responsabilità di tagliare e scegliere. Trascrivo qui solo uno scambio di battute da questa scena iniziale.

 

Donna 1: Ho fatto una faticaccia per venire qui, mio marito dorme con gli occhi aperti e non capivo se era sveglio o stava dormendo.

 

Donna 3: Che è, un vampiro?

 

Donna 2: Io invece stavo vedendo la 356777esima puntata di Beautiful, la scena in cui Rich…

 

Donna 3: Ancora Beautiful, e basta…

 

Donna 4: Che ha fatto Rich, che ha fatto…

 

Praxagora: Ragazze, continuiamo dopo il discorso Beautiful! C’è da salvare la nostra città!

 

Donna 5: Io invece mi sono svegliata, ho fatto la doccia, colazione con i biscotti, mi sono vestita, ho preso il pullman, la metropolitana, ho circumnavigato l’oceano, ho preso l’aereo, sono atterrata, ho chiamato un taxi e sono arrivata.

 

Coro: Ma dove abiti?

 

Donna 5: Al vicolo qua dietro.

 

Coro: Ciota!

 

Alla fine, dopo altre entrate e giustificazioni di vario genere, dai topi che hanno infestato il campo rom al tempo necessario per allattare il figlio, la scena si riempie: Praxagora riesce a prendere la parola e proporre a tutte il suo piano per salvare la città. E in questo caso utilizziamo un frammento dall’originale (dalla recente, ritmica traduzione di Andrea Capra, per Carrocci editore), così scintillante da attraversare i secoli e toccarci. Quando la loro luce è questa, i classici vanno rispettati alla lettera.

 

Praxagora: Atene è il paese che amo! E non meno di voi. / Soffro, e mal sopporto tutti i guai / che affliggono la nostra città. / La vedo infatti che sempre ricorre / a governanti malvagi: e chi per un sol giorno / si mostra onesto, per altri dieci è malvagio. / Allora ci si affida a un altro governo: e farà ancora più danni. / È dura consigliare gente incontentabile: / perché voi temete chi vuol farvi del bene, / e state invece a supplicare chi vi vuol male, ogni volta!

 

Praxagora convince le amiche che la “felicità”, individuale e collettiva, la si raggiungerà solo se si tenterà questa impresa, rischiosa, ma là dove c’è il pericolo là c’è anche la possibilità di salvezza: prendersi la responsabilità del governo della città, e farlo nell’unico modo possibile, ovvero travestite da uomini convincere l’Assemblea (composta esclusivamente da maschi) ad affidare alle donne il potere. Le donne convocate da Praxagora si affidano alla loro ingegnosa amica, il sole sta per uscire sul suo carro e bisogna quindi affrettarsi: prima però occorre completare il travestimento. Si mettono le barbe finte, e fanno le prove per come sembrare uomini, e qui assisto a un gioco molto divertente, in cui le ragazze imitano i compagni in modo grottesco. A tempo di musica, “Rhyhtm of time” dei Bauchklang, un gruppo austriaco di beatboxing,esagerando le movenze, fanno la parodia di certi gesti maschili, come il “grattarsi le palle”, lo “sputazzare”, eccetera. Finite le prove, Praxagora e le sue alleate si sentono pronte e marciano compatte verso il Parlamento. Nel frattempo i mariti che sono stati derubati dei loro abiti dalle mogli, si ritrovano sofferenti (hanno tutti il mal di pancia!), e vestiti con gli abiti delle loro compagne (gli unici che han trovato subito a disposizione, uscendo dal letto in fretta e furia), in uno scambio generalizzato tra maschile e femminile in cui l’abito fa il monaco, ovvero allude al rovesciamento di potere in corso. Mentre sono lì a ragionare sulla stranezza di quella situazione, arriva Cremete e racconta loro quel che è avvenuto in Parlamento. Ecco un altro estratto.

 

Cremete: Stamattina al Parlamento c’era un folla esagerata. E sapete qual’era il tema del giorno? La salvezza dello stato.

 

Coro: E quindi?

 

Cremete: Ha parlato Antonio di Nicastro e nessuno lo ascoltava, Salvatore di San Biase e l’hanno fischiato e Turi di Santa Eufemia e tutti a ridere. A un certo punto è saltato fuori nu personaggio strano…

 

Coro: Ehhh se ne vedono tanti!!

 

(Ognuno dice un nome, per esempio: Antonio Spena, Turuzzo Capuninna, Mariuzzu, Renatu u cantanti, Nichi Nache…)

 

Cremete: No ma chistu era strano davveru, nun sacciu s’era maschiu o era immina…

 

Coro: Ehhh na immina!

 

Cremete: Aveva i capelli puliti, la pelle candida, e si è misa a dire una cosa strana, che bisognava affidare il governo della città alle donne e un gruppo di uomini hanno iniziato pure ad applaudire.Ha cominciato a dire che la donna è accorta e abile a far soldi. Che le donne si prestano tra loro vestiti, gioielli e si restituiscono tutto, non come noi…

 

Coro: Eeeehhhh!

 

Cremete: Non fanno la spia, non intentano processi… hannu dittu che voi siete solo dei corrotti!

 

Coro: Nua?

 

Cremete: Insensibili, ubriaconi, sputazzari!

 

Coro: Nua?

 

Cremete: Che non rispettate le leggi che voi stessi fate, non pagate le tasse, passate sempre con il rosso, vi soffiate il naso senza fazzoletto, pisciate sempre fuori dalla tazza, sparate fieti nel letto, e insomma non siete degni di stare al governo…

 

Coro: Solo noi?

 

Cremete: No, no anche tutta questa gente! (indicando il pubblico)

 

Coro: E pure teneno ragione!

 

Cremete: Insomma, si è deciso di affidare a loro il governo della città.

 

Il lavoro dei ragazzi è più segnato dall’uso del dialetto rispetto alle compagne, porta in sé la grevità comica di certa commedia dell’arte inscritta nel dna dei nostri adolescenti (al sud come al nord, dalle parti di Totò come da quelle di Ruzante). E questo frammento intreccia i meccanismi comici presenti nell’originale, come il riferirsi a personaggi tratti dalla vita ateniese, alle invenzioni dei nostri ragazzi: la drammaturgia che ne risulta rende evidente quanto “tempo presente” si annidi in quei testi del V secolo avanti Cristo, testi che solo certa pedanteria prova a nascondere sotto la muffa del passato, mentre gli studiosi più avvertiti affiancano il teatro vivo con i loro affilati strumenti (oltre a Andrea Capra già citato, penso al prezioso lavoro di Martina Treu e al suo appassionato interrogare Aristofane in relazione al teatro contemporaneo, penso a Maddalena Giovannelli e a tutta la redazione della rivista “Stratagemmi”). Quelli che ho qui appuntato sono comunque solo degli estratti dai materiali fin qui creati. Di tutti questi materiali Tonino “corsaro” tiene memoria nel suo computer, e li riesamineremo a settembre, per arrivare a un montaggio definitivo di questa prima parte e ultimare la “messa in vita”.

 

Aeroporto di Lamezia, il principale scalo della regione: riparto con l’aereo e guardo dall’alto la “caviglia dell’italico stivale’, come la definisce Alberto Savinio, la Calabria, nel suo viaggio del 1948, nella sua “prima e maggiore discesa nel sud”, quando chiede alla sue impressioni di restare “vive, fresche, vere”, di non farsi “spegnere o ingrigire dall’abitudine”. È la preghiera che vale per ogni viaggiatore.

 

Ci ritroviamo a settembre.

 

 

 

Nota: le foto di questa puntata del diario lametino sono di Dario Natale, relative all’ultimo incontro di Capusutta e agli spettacoli delle Albe ospitati a Lamezia nell’ambito del progetto, all’interno e dai balconi esterni di Palazzo Nicotera, ovvero Aria pubblica di Patrizia Cavalli, con Laura Redaelli, e Canzone dei Felici Pochi e degli Infelici Molti di Elsa Morante, con Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Luca Fagioli e Alessandro Renda.

 

 

 

 

 

  

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05 Luglio 2011