Venezia - Asseggiano, 4 aprile 2012

“Spacco bottiglia e ammazzo famiglia”, avevo promesso che avrei spiegato l’origine di questo motto. È un modo di dire sbruffone, che circola tra tutte le bande e tutte le etnie di Mestre e Marghera. Una battuta, ma anche una scintilla che può accendere un fuoco violento. L’avevo scoperta in un incontro a Asseggiano, me l’avevano fatta conoscere Viko e Aioub. E proprio a un’ora dal debutto al Goldoni, c’è stato un momento di tensione in cui la frase è tornata fuori. A dire il vero la frase l’avevamo anche “fissata” nello spettacolo due giorni prima. Quando Martina, “l’angelo della geometria”, una piccolina della 1 B di Marghera, con la sua coroncina in testa, comincia a far sorridere forzatamente tutti gli scampati dal diluvio e arrivati nel paradiso da lei comandato e li fa saltare saltare saltare 5-6-7-8 a tempo di tip tap, tra le proteste Viko reagisce proprio così: “Io spacco bottiglia e ammazzo famiglia”. Tutti lo redarguiscono: no, in paradiso no. Non si può. “Ah no, non si può?” chiede sorpreso Viko. No. Continua a sorridere, e a saltare. “Devi essere contento, sei in paradiso, la vita è finita”, gli dice perfida e sorridente l’angelo della geometria, con una battuta che lei stessa si è inventata.

 

 

E invece a un’ora dal debutto, quando già il foyer del Goldoni si andava riempiendo di spettatori, una scintilla, un’incomprensione, e pareva che proprio Viko non volesse più fare lo spettacolo. O almeno a me così è parso. Discussione tra tutti, i minuti scorrevano, il foyer scoppiava di gente, noi a discutere, poi come si era accesa la scintilla si è spenta, l’incomprensione si è superata. Abbracci. Poi abbiamo fatto il rito segreto che precede lo spettacolo, un qualcosa tra noi, tra tutti e 60 e più insieme, e siamo andati in scena, ad accendere un altro fuoco.

 

Doppio debutto, e conclusione di ERESIA DELLA FELICITÀ a Venezia. Doppio debutto in due teatri diversi, in due luoghi diversi. Teatri entrambi strapieni, più di 300 spettatori nella sala diretta da Questa Nave, nel cuore della Marghera operaia, più di 700 nel Goldoni in pieno centro storico, nel teatro all’italiana diretto da Alessandro Gassman, Teatro Stabile del Veneto. E in entrambi un popolo, famiglie e professori e tanti spettatori curiosi, italiani e stranieri, e critici che si sono mossi da Roma e da Milano e da Parma, e docenti universitari, e scrittori come Tiziano Scarpa, e tanti tanti ragazzi. Tanti strati sociali, etnici, linguistici, tanti volti, l’uno diverso dall’altro. Un popolo. Che il teatro sa ancora addensare come una nuvola.

 

E in questa ultima puntata veneziana vorrei raccontare, più che il mio, altri punti di vista, di chi era sul palco e di chi era in platea, con estratti da recensioni e temi in classe.

 

 

Su “doppio zero” avete già letto Massimo Marino.

 

Ha scritto Renato Palazzi sul “Sole 24 ore”:

Come sempre, il testo è stato smembrato, rimodellato dai ragazzi, tutti in casacca gialla e stivali come l’autore alla loro età: attraverso i farseschi battibecchi fra i “puri”, i signori, e gli “impuri”, gli altri - per lo più in dialetto - gli interpreti raccontavano se stessi, mettevano in scena la propria realtà quotidiana. A questo scatenamento vitalistico si contrapponeva la seconda parte, con la scansione quasi rituale delle poesie giovanili: e anche stavolta l’effetto risultava trascinante.
Perché questo modo di affrontare Majakovskij continua a suscitare un’irrefrenabile commozione? Per lo struggente contrasto fra le sue accese fantasie verbali e certe vocine acerbe che le pronunciano (ma con quanta forza, con quanta grinta!). Perché le sue parole, dette da un singolo e riprese da tutti gli altri, diventano davvero carne e sangue di un unico organismo collettivo. E perché sono di per sé un emblema della giovinezza, della fame di cambiamento che appartiene naturalmente a ogni nuova generazione protesa al futuro.

 

Ha scritto Lorenzo Croce su facebook:

Voglio ringraziare tutti, dal primo all’ultimo: da Fagio alla Beppa, dalla Fondazione Venezia al Teatro delle Albe, dagli amici che mi hanno lanciato in aria a mia mamma che mi è stata vicino, dai compagni eretici ai produttori delle nostre bluse gialle, insomma, tutti quelli che conosco e non conosco e che, con il loro aiuto anche piccolo, hanno fatto in modo che eresia della felicità sia diventata ciò che è stata, e vi assicuro che è stata tanto. Per me è stata tantissimo. Ma tantissimo è sminuente: è stata il nirvana della mia gioia, il tripudio della mia emozione e so di non essere originale dicendolo ma non c’è definizione migliore, è stata l’eresia della mia felicità!

Mi ha fatto ridere, mi ha fatto sognare, mi ha fatto gridare, mi ha fatto gioire, mi ha fatto cantare, alle volte mi ha fatto incazzare e mi ha fatto perfino piangere.

Ha letteralmente scosso la mia anima, mi ha cambiato, ha cambiato il mio modo di vedere il teatro e di vedere le persone che mi stanno intorno e di vedere la vita.

Ma, sebbene questa esperienza sia riuscita a fare tutto ciò, in fondo non è stata nulla più che un seme di una pianta, o meglio... non è stata nulla più che un virus di una malattia, una malattia di cui ci siamo magnificamente ammalati, una malattia chiamata TEATRO e dalla quale io non voglio più guarire, e anzi, voglio diventarne un contagiatore. Grazie.

 

 

Ha scritto Valeria Ottolenghi su “La Gazzetta di Parma”:

Un’esperienza straordinaria di vero teatro, con la commovente sensazione che siano gli artisti, speciale davvero Marco Martinelli, e i ragazzi, a poterci restituire insieme le emozioni della ricerca contemporanea tra raffinata mediazione e immediato sentire. Indimenticabile.

 

Ha scritto Rita Borga su “Krapp’s Last Post”:

Una nuova “Eresia della felicità”, che evoca il progetto presentato la scorsa estate al festival di Santarcangelo e che anche qui, come allora, emoziona veramente tutti. È la loro bellezza, di adolescenti ribelli dalle vocine stridule ed esuberanti, instabili e febbricitanti che gridano a più non posso i versi di Majakovskij, Baldini e Zanzotto, a regalare un senso di pienezza inaspettato. Tanto da dire: come è vivo il teatro questa sera, o meglio, per dirla con il poeta russo, come è “magnificamente malato”!

 

 

Roberta Martorello, insegnante ad Asseggiano, ha chiesto alcune riflessioni ai suoi studenti.

 

Ha scritto Durak Vayit:

Inizialmente avevo intenzione di partecipare ad un solo incontro, giusto per provare… appena ho saputo che noi stessi eravamo protagonisti, creatori delle battute da recitare sul palcoscenico, ho deciso di frequentare assiduamente il progetto “non scuola”… anche se battute e scene erano decise da noi, c’è sempre stato il “tocco magico” di Marco e dei suoi attori, Laura e Roberto. Il giorno dello spettacolo, il guardare dietro le quinte ti faceva venire ansia, paura, e sentimenti strani che non avevo mai provato. Lo spettacolo è stato splendido. Recitando volevo far vedere agli spettatori chi sono io veramente, mi sono reso conto che fare teatro è divertente e non me lo aspettavo perché le rare volte che avevo assistito a degli spettacoli, mi ero annoiato a morte.

 

Ha scritto Jennifer Bernardini:

Nel gruppo creato non c’era invidia né malignità, si era instaurata prima di tutto una vera amicizia tra noi ragazzi e gli operatori che ci hanno aiutato a creare lo spettacolo… la cosa più bella era il senso di quella rappresentazione: non esistono distinzioni solo per il ceto sociale, perché alla fine siamo tutti fatti allo stesso modo. Noi ne eravamo la prova vivente; da un liceo classico ad una scuola professionale e persino una scuola media, tra noi non c’era nessuna differenza, eravamo tutti ragazzi con la voglia di realizzare un unico grande spettacolo…l’eresia della felicità!

 

Ha scritto Andrei Pasecinic:

Ho apprezzato moltissimo l’esperienza che ci ha regalato Marco, avere il coraggio di salire sul palcoscenico, di regalare emozioni agli spettatori, di diventare protagonisti della propria vita…

 

 

Ha scritto Dan Iachimovski:

Inizialmente non fui interessato e me ne andai dopo mezz’ora di incontro…Più avanti decisi di partecipare in quanto c’erano i miei amici e dentro di me comunque bolliva una forte curiosità; così mentre fuori scendeva una “pioggerellina sottile, sottile” che rendeva la nostra attenzione massima, ero rimasto affascinato da quel modo unico di fare teatro che ho recepito… A poco a poco la distanza che si percepiva con gli studenti del liceo “Marco Polo” diventava sempre più piccola. Ci sentivamo degli “Eretici” con grande rispetto dell’individualità propria e altrui, condividendo nei nostri cuori la fatica di accettare le scelte degli altri. Eravamo tutti uguali nel sentirci non più solo studenti presi e lasciati al suono della campanella, ma considerati dei veri protagonisti esaltati dalla potenza delle nostre battute. La sera del debutto dopo riti propiziatori e canti presi dall’Orlando innamorato Tutte le cose sotto della luna/ L’alta ricchezza e i regni della terra/ Son sottoposti a voglia di fortuna/ Lei la porta apre d’improvviso e serra/ E quando più par bianca divien bruna…, sulle note dell’internazionale in fila come soldati salivamo sul palco fissando il pubblico che catturava la nostra infinita energia. Alla fine dello spettacolo, ognuno di noi aveva un grazie dipinto sul proprio volto. Gli ioni positivi li percepivi nell’aria e portavano felicità, benessere psicologico e armonia. Ho appreso una nuova coscienza di me e degli altri, il rispetto attraverso l’esperienza vissuta, interiorizzata dentro di me. Noi siamo gli “eretici” di un mondo nuovo, libero e cristallino. “C’è forse qualcuno qui che non è contento di gridare: Majakovskij bravo! Majakovskij benissimo!”

 

 

Ha scritto Kevin Saitovski:

Eravamo tutti diversi eppure tutti uguali nell’esserci sentiti non più solo studenti, ma protagonisti. Questo progetto è stato per me non solo una bella esperienza da condividere con gli amici, ma anche una formazione alla convivenza e collaborazione tra molte persone.

 

Ha scritto Jiko Bhuiyan:

Personalmente lo scopo della mia partecipazione al progetto era ottenere crediti formativi. Quando però ho iniziato quest’esperienza, è cambiato tutto: “non era il solito teatro”. Abbiamo deciso di rappresentare il pensiero del giovane Majakovskij che è quello di “cambiare, rinnovare e sentirsi liberi” e noi ci siamo sentiti liberi. Noi, eretici della felicità, lo abbiamo fatto. “Ascoltate! Se si accendono le stelle vuol dire che qualcuno ne ha bisogno, vuol dire che qualcuno vuole che ci siano…”Questa poesia, dello stesso Majakovskij, mi ha trasmesso un’emozione e una tale vitalità che quando ero sul palcoscenico chiudevo gli occhi. Abbiamo chiuso lo spettacolo con il ballo di “San Vito”; lo abbiamo fatto perché l’uomo ha una cosa chiamata “ego”, e io penso che questa sia la malattia più pericolosa che affligge l’uomo e abbiamo tentato di metterlo da parte, facendo capire al pubblico che tutto è possibile. Non credevo di essere in grado di trasmettere emozioni così forti e non riesco ancora a crederci. Il giorno dopo ho realizzato che tutto era finito, mi veniva da piangere, ma “io non voglio darvi l’addio, solo dirvi: arrivederci ragazzi!”.

 

Ecco. Quanto a me, ho lavorato nei giorni del debutto in una condizione esaltata e febbrile, ma febbrile veramente, 38 di febbre, e non scendeva.

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