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Arte

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L'ultimo futurista / Joe Colombo: una matita felice

Joe Colombo (1930-1971) sapeva disegnare. La sua ‘matita felice’ non aveva esitazioni mentre tracciava i contorni degli oggetti che progettava, dando così forma visibile a tutto quanto esisteva già nella sua fervida mente. Il tratto nitido, chiaro, privo di esitazioni dei suoi schizzi di progetto è rivelatore di un pensiero altrettanto nitido e chiaro. Non per nulla egli è stato uno dei designer più prolifici del secolo breve e, sicuramente, fra i molti, il più ingegnoso, tanto da essersi meritato il titolo, e con buona ragione, di 'leggendario' (Matteo Kries, 2005). Ha infatti all'attivo centinaia e centinaia di progetti, concepiti in meno di un decennio di attività, che oggi, a cinquant'anni dalla sua troppo prematura scomparsa, sono stati tutti censiti e schedati nel ponderoso volume curato da Ignazia Favata (con un contributo di Domitilla Dardi), Joe Colombo. Catalogo ragionato. 1962 - 2020, (Silvana Editoriale, pp. 300, € 85.00). Vi si annoverano gli oggetti ancora in produzione, i molti realizzati ma oggi non più prodotti, così come quelli che attendono di vedere la luce, insieme ad alcuni che la luce l'hanno vista soltanto di recente.   Sebbene Joe (Cesare all'anagrafe...

Scuola di drammaturgia / Lucia Calamaro: “Scritture” senza dogmi

“Il problema della formazione in Italia è molto serio”, appuntava Luca Ronconi a margine della sua nomina a direttore del Teatro Stabile di Torino (Prove di autobiografia, Feltrinelli 2019, p. 184). E aggiungeva: “non voglio un insegnamento unilaterale. Penso sia utile studiare psicologia: senza questa profondità, l’espressione artistica sarà necessariamente anchilosata”.  Guidata dallo stesso desiderio di ampliare gli orizzonti culturali, prima che tecnici, Lucia Calamaro comincia l’avventura di Scritture, una nuova scuola di drammaturgia progettata con Riccione Teatro, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro della Toscana, Teatro Bellini di Napoli e Sardegna Teatro (bando aperto fino al 15 aprile 2021). Una scuola itinerante, strutturata per settimane immersive, che prevede la concentrazione di giorni consecutivi di lavoro, e lunghe pause di rielaborazione personale. Il plurale scelto nel titolo parla chiaro: niente canoni, niente dogmi, ma il desiderio di unire la qualità di ricerca di un laboratorio intensivo con la continuità didattica garantita dai grandi centri di formazione.  Abbiamo colto l’occasione per parlare con Lucia Calamaro di formazione, di nuove generazioni,...

Artpod / The Farewell Painting | David Salle

La scena ospita un dramma minuto. Una voce sussurra e noi rimaniamo in ascolto, in attesa di una rivelazione che non arriverà. Lo spazio è ripartito in un trittico, forma che dall’altare attraversa i secoli e arriva qui nuda, dissanguata, senza più traccia del sacro: due danzatori colti in un gesto coreografico, la riproduzione di un dipinto di Thomas Jones, A Wall in Naples,  del 1782 – dettaglio prelevato dalla carne pittorica di un paesaggista gallese inebriato dalla luce del Grand Tour –, i corpi degli stessi ballerini quasi solarizzati; piccole, piccolissime, come note a piè di pagina, le donne di una tribù africana, un appunto fotografico repentino che dice del corpo e di altro.    Farewell, arrivederci. La pittura di David Salle è priva di malinconia, ma in questa tela, più che in altri capitoli della sua vicenda pittorica, s’insinua una corrente appena intiepidita da un afflato emotivo. La rêverie si dispiega: una porzione di superficie senape inquadra i due danzatori, infilzati da una lama di giallo che s’incunea nel fianco delle figure – l’uno tocca l’altra, le mani di lui le coprono le orecchie con un gesto che anticipa un’intera enciclopedia di...

Artpod / Nero con Punti Rossi | Alberto Burri

Da secoli, la parola “tela” è sinonimo di “quadro”, tanto è radicato nella storia dell’arte il suo uso come supporto di dipinti di formato vario, di diversa destinazione. Accade insomma che quello che non si vede – la base materiale – serva a dare un nome anche all’immagine che la ricopre.  In Nero con punti rossi di Alberto Burri (1956), invece, la tela è il davanti e il dietro, il sopra e il sotto. Verso la fine del Seicento, il pittore fiammingo Cornelis Gysbrechts riprodusse alla perfezione proprio la parte posteriore di un quadro, in un’illusoria inversione. Ma qui, in Nero con punti rossi, le due tele – quella che vediamo e quella che solo intuiamo – sono reali.  Da alcuni anni Burri aveva inserito nelle sue opere frammenti ricavati da sacchi di juta, senza nasconderne il logorìo, le macchie, le sfrangiature. Non era la prima volta che materiali della vita quotidiana venivano applicati direttamente a un quadro (lo aveva fatto Picasso, ad esempio, con un’impagliatura di sedia). Lo spazio della vita e lo spazio dell’arte sperimentavano così – attraverso quella che solo in apparenza era una trovata tecnica – uno scambio imprevisto: un crossing-over che innerva gran...

Artpod / Caspar David Friedrich | Claudio Parmiggiani

L’opera di Parmiggiani ci permette di distinguere due forme del sentimento religioso. La prima forma definisce il sentimento religioso come una fuga dal mondo, aspirazione a un mondo al di là del mondo, a un mondo trascendente il mondo, più vero del mondo in cui noi viviamo, a un “mondo dietro al mondo”, come direbbe Nietzsche. Esiste, cioè, una forma del sentimento religioso che ha come suo presupposto la miseria di questo mondo, la povertà di mondo di questo mondo e che manifesterebbe l’aspirazione a un mondo non corrotto dal tempo, eterno, beato, a un mondo, paradossalmente, libero dal mondo; un mondo che non conosce più la morte, il tempo, la vita, il divenire; un mondo, dunque, al di là di questo mondo. In questo senso la prima forma del sentimento religioso concepisce la spiritualità come un rifugio trascendente rispetto all’atrocità dell’immanenza del mondo. Da questa prima forma del sentimento religioso deriva un certo modo di intendere la spiritualità nell’arte. Si pensi, per esempio alla stagione storica dell’astrattismo come viene codificata teoricamente in Lo spirituale nell’arte di Kandinsky: l’opera d’arte si realizza come emancipazione dalle strettoie della materia...

Artpod / Più vicino agli dei | Enzo Cucchi

Questo ex voto qualcuno lo ha fatto, una mano di uomo lo ha tracciato, ed è arrivato fino a noi, a porci le sue domande. È arrivato su una tavola di grandi dimensioni, olio su tela, ha attraversato più di tre decenni, è arrivato tutto blu emerso dal nero, trafitto e gocciolante di fiammelle e argentei bagliori. Malgrado la nostra incredulità, si sente chiaro il boato che lo ha germinato, assumendo la forma di mandorla di luce spiccata dal cuore. Cosa ci mostra? Una “selva oscura”, una notte in cui ardono decine di fiammelle disposte a corona, e al centro, sospesa su un monte, una fortezza dalle mura orlate di cuspidi. Oppure è l’ombra di una città, con le sue case e le sue torri svettanti, ora dormiente, o abbandonata, o stregata. La selva però potrebbe anche essere un cielo, e quelle onde bianche nuvole che segnano il manto notturno, e le vampate stelle vorticanti. Un tuono ha fatto scaturire dal suo fragore questa mandorla, sospesa chissà dove, e ha guidato la mano del pittore.   Si impone e si sottrae alla vista, e per questo ci seduce, ci trascina all’inseguimento del senso sepolto, ci chiede il perché di quel risuonare così intenso dentro di noi. Il titolo dell’opera,...

Scritti inediti / Piera Oppezzo, Esercizi di addio

Quando ero bambina mia madre mi diceva spesso, come gioco, “due rette parallele non si incontrano mai nel tempo e nello spazio”, io le chiedevo cosa fossero due cose parallele, e lei mi rispondeva che erano come i binari su cui corre il treno. Le rare volte in cui aspettavamo un treno io guardavo le rotaie e tutto mi era chiaro, poi il treno partiva con noi sopra e dal finestrino vedevo l’intersecarsi di un gran numero di rotaie e rimettevo in discussione tutto. Quando lavoro sulla letteratura femminile, su alcune autrici, mi viene talvolta in mente mia madre e le rotaie: l’opera di alcune di loro sembrerebbe destinata a non incrociare mai il grande pubblico, a stare sempre parallelamente nel tempo e nello spazio alla letteratura conosciuta e acclamata. Sembrerebbe. Poi il treno parte, in un poi imprevedibile, e una gran quantità di binari si incrociano, si snodano, si raccordano. Penso a, tra le altre, Goliarda Sapienza, Fausta Cialente, Alba De Céspedes, Dolores Prato.   Per anni leggendo Piera Oppezzo, i cui libri trovavo nei vari mercatini in giro per il Paese, mi pareva di stare in quella meravigliosa linea ferroviaria che da Napoli giunge a Piedimonte Matese: per un...

A un anno dalla scomparsa / John Prine, songwriter's songwriter

“He never was anything but humble and gracious”  Ted Kooser, US Poet Laureate   L’autore degli autori   Nei giorni immediatamente successivi alla morte, avvenuta il 7 aprile 2020 a causa del Covid-19, una delle espressioni più utilizzate, nei necrologi e negli articoli, per definire John Prine è stata “writer’s writer” o “songwriter’s songwriter”. Pitchfork ha addirittura intitolato il lungo editoriale di commiato Remebering John Prine, The Ultimate Songwriter’s Songwriter. Questa espressione, nel mondo anglofono, si riferisce a cantautori poco noti al grande pubblico ma molto apprezzati dagli altri cantautori. Nel caso di John Prine, tuttavia, risulta certo stringente ma alquanto riduttiva se limitata al mondo della canzone. Il suo impatto sulla cultura americana può essere compreso solo entro un perimetro più vasto. La platea di persone che riconoscono nella poetica di John Prine un punto di riferimento fondamentale della loro formazione è composta da scrittori, attori, registi teatrali e cinematografici, autori e presentatori televisivi, pittori e scultori. Prine è stato “writer’s writer” nel senso letterale del termine, un “autore degli autori” che ha...

A cinquant’anni dalla morte / Stravinskij, un’eredità che resta

I tempi non sono propizi agli anniversari musicali come occasioni di ascolto. In molti casi non è difficile farsene una ragione, perché troppe volte il ricorso alle date di nascita, di morte o di eventi più o meno speciali appare come una scorciatoia (e una stampella) per programmazioni a corto di visione o semplicemente di creatività. Ci sono però anniversari che offrono l’opportunità di riflettere, di fare il punto su di un autore, di rivedere giudizi o di ampliare le prospettive storiche e musicali. E perderli è un peccato. Una di queste occasioni era il cinquantenario della morte di Igor’ Stravinskij, avvenuta a New York il 6 aprile 1971. Se idee e proposte esecutive erano in cantiere, purtroppo l’effetto virus le ha ridotte notevolmente: finora qualche concerto, piccole rappresentazioni sparse non impegnative, con Venezia in primo piano, per consolidati legami storici. Inevitabilmente, poco o nulla di annunciato per i prossimi mesi.   Del resto, a ben vedere non è che il compositore russo abbia goduto negli ultimi anni di una particolare attenzione, almeno in Italia: in fondo, solo le tre grandi pagine orchestrali nate come balletti all’inizio del Novecento (L’uccello di...

‘Fuori’, La Quadriennale d’arte di Roma / L’iper hype contemporaneo

Tra i privilegi di condividere una piccola casa con altri coinquilini per destreggiarsi economicamente nell’archeologia stratificata della vita romana, c’è quello di condividere spazi con persone più giovani. «Cosa significa hype?», chiedo al mio coinquilino venticinquenne. «Non so come spiegarlo bene, è come quando esce un nuovo videogioco o una nuova canzone e tutti wow, anche se magari è una merda e dopo due giorni non se la caga più nessuno». Hype è andare su di giri, perlopiù per droghe, ma è anche una montatura, un processo di marketing per lanciare fortemente un prodotto, qualunque sia il contenuto. Uno dei privilegi di convivere con persone più giovani è quello di scoprire mondi che altrimenti sarebbero restati sepolti: quello che ti fa Roma ogni giorno. «Siamo giovani affamati, siamo schiavi dell’hype», canta Willie Peyote a Sanremo, perculando Sanremo, le sue logiche, le nostre illogiche. Il brano festivaliero di Peyote l’ho ascoltato per la prima volta grazie al mio giovane coinquilino: «non so se mi spiego, dipende dal prezzo / lo chiami futuro ma è solo progresso / sembra il Medioevo più smart e più fashion /se è vero che il fine giustifica il mezzo / non dico il...

Un libro di François Boespflug / La Pasqua nell'arte

Nei quattro Vangeli il giorno di Pasqua, tutto ciò che ruota intorno all’“evento” della Resurrezione, è narrato con il riserbo dovuto a un accadimento inspiegabile, inaudito, indecifrabile anche per gli stessi discepoli e per i seguaci di Gesù di Nazaret, l’uomo ingiustamente crocifisso dai poteri congiunti delle autorità religiose e politiche. Descrivono infatti gli evangelisti, con la libertà della memorialistica e non con l’intento che noi oggi attribuiamo a una operazione storiografica, lo sconcerto dei discepoli e dei seguaci di Gesù intorno a quello che era accaduto a Gerusalemme: il profeta che aveva promesso la salvezza per Israele, il rabbi che aveva annunciato la riedificazione del tempio era stato condannato a una morte vergognosa sulla croce dei reprobi, e per di più il suo corpo non si era più ritrovato dentro il sepolcro custodito dai soldati romani. Ma forse quei racconti contraddittori, quell’incertezza nel disegnare i confini di un evento sperato ma non testimoniato, quei chiaroscuri di parole che lasciano nell’ombra della notte la “verità” dei fatti vogliono soltanto, forse anche consapevolmente, suggerire che non è la realtà fattuale che conta, non la cronologia...

Una mostra a Palazzo Barberini / Il potere delle immagini

Dopo mesi di chiusura e una breve riapertura il museo è di nuovo sbarrato. Zona rossa. Durante la visita a Palazzo Barberini, qualche settimana fa, in una delle rare intermissioni normali in un anno per nulla normale, penso al convalescente, l’uomo della folla di cui parlano Poe e Baudelaire, che torna a uscire dopo la malattia rimanendo abbagliato di fronte allo spettacolo della vita nelle strade. Tutto gli sembra nuovo, tutto lo impressiona. Aggirarsi in un museo, mascherina e “distanziamento”, certo, ma poter insomma finalmente guardare, e insieme ad altri. Guariti. Guariti. Ma poi, una ricaduta. L’ironia è cruda: scrivo de L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano (a cura di Michele Di Monte, Gallerie Nazionali di Arte Antica, fino al 5 aprile), una mostra che appunto interroga lo sguardo dello spettatore come componente insieme interna ed esterna delle immagini dipinte, mentre questo medesimo sguardo è di fatto annullato, ridotto alla misura delle riproduzioni, insomma senza un’esperienza da condividere o con un’esperienza solo vissuta a memoria e suggerita a parole.   Il tema della mostra è dichiarato ne Il Mondo Novo (1765) di Giandomenico Tiepolo, la piccola...

50 anni di teatro / Figli d’arte Cuticchio: innovare la tradizione

È alto e imponente, con i lunghi capelli e la barba bianchi: somiglia a Carlo Magno, a Garibaldi, a Mangiafuoco (forse a Omero). Mimmo Cuticchio ha rinnovato la tradizione dei pupi siciliani con spettacoli insieme epici e moderni, aggiungendo altre storie al repertorio dei Reali di Francia. Ha raccontato per anni le storie di Orlando il prode, il fedele, l’eroe tutto di un pezzo; di Rinaldo il ribelle, il furbo, il donnaiolo; di Astolfo, il cugino inglese strampalato, che arriva fin sulla luna a cavallo dell’Ippogrifo; di Ruggiero, di Bradamante, del giusto imperatore Carlo Magno e di Gano il vile traditore, contro cui era facile che gli spettatori lanciassero improperi o addirittura le scarpe (una volta a Gela uno comprò Gano dal puparo, lo appese a un albero e gli sparò con la lupara). Li ha fatti scontrare, secondo tradizione, con i pagani con la mezzaluna e le vesti ricercate, Ferraù, Marsilio e Agramante, Rodomonte e Gradasso.    Ha introdotto nei suoi spettacoli il cunto, una narrazione di storie ispirate al ciclo di Carlo Magno che si teneva nelle piazzette di Palermo aiutandosi solo con un bastone o con una spada. Della tradizione ha conservato il fascino e la...

Scarabocchi 2021 / Metafisica dello scarabocchio

La chiamiamo paura del foglio bianco.  È quel senso di vertigine e di spaesamento che ci coglie quando dobbiamo iniziare qualcosa. D'altronde, per noi esseri umani iniziare da zero è spesso un momento terribile, dato che dobbiamo dare un senso a un vuoto che ci sembra immenso e di fronte al quale ci sentiamo impacciati perché incapaci di fare qualcosa d'importante. Secondo Gillo Dorfles tracciamo segni perché dobbiamo agire contro il vuoto, terrorizzati come siamo dall'horror vacui, riuscendo in questo modo a sentirci protetti. Scarabocchiare si pone in mezzo al bivio di una malgiudicata insensatezza e di un bisogno ancestrale, psichico, necessario a farci rimanere ben saldi in un mondo troppo complesso che per lo più non comprendiamo. Sempre Dorfles ebbe a dire, rispetto alla sua vasta opera pittorica, apprezzata ed esposta quando ormai aveva superato i 100 anni di età: "scarabocchi inutili, anche questo è stato detto del mio lavoro, e che perdevo il mio tempo".   Questo dare del perditempo a chi scarabocchia è cosa ben radicata nel nostro efficientismo produttivo da homo faber che costruisce, smartella, monta, architetta, progetta, scaffàla, insomma lavora e...

Un'intervista / Marina Ballo Charmet: l’immagine latente

Le fotografie di Marina Ballo Charmet registrano il vedere qualcosa per la prima volta. Danno spazio alla possibilità dello sguardo piuttosto che all’oggettivazione dello stesso. Sono pensiero laterale. Nelle immagini c’è il rifiuto di una visione definitiva. Lo sguardo è piuttosto partecipe della visione stessa e rende imprevisto il “sempre visto”, lasciando emergere “il rumore di fondo della nostra mente”. Le fotografie sono seducenti ma senza effetti. Quasi corporali più che neutrali. Si presentano così come è lo sguardo che le ha determinate: sperimentale e periferico. Mentre l’artista attraversa spazi quotidiani, accompagnata dalla sua macchina fotografica, registra esperienze incerte, lasciando fuori la retorica a cui ci hanno abituati i resoconti di percorsi che raramente sono stati derive.   Rumore di fondo, #24, 1999. Le presentazioni visive, muovendosi al confine tra sensazione e immaginazione, sono antieroiche se confrontate con la fotografia di informazione e quella di rappresentazione. Esse rendono superflua la didascalia e il commento all’immagine. Leggiamo il metodo sperimentale di Marina Ballo Charmet sulla scia della sperimentazione fotografica italiana...

Ristampa di Davanti al dolore degli altri / Il cadavere di Susan Sontag

Se cercate una foto di Susan Sontag su internet, ne troverete molte nella sua classica versione iconica, che corrisponde alla fase più alta della sua celebrità. Con una striscia bianca di capelli, la cosiddetta frezza, che sembra starle sulla testa leonina come un cartello segnaletico: attenzione, ecco uno dei migliori cervelli del secolo. Ma se continuate a guardare, troverete anche sue fotografie da bambina e poi da giovane, spavalda americana che si mangiava impudentemente il mondo negli anni Sessanta. E se ancora proseguite, a un certo punto incapperete in qualcosa di molto diverso: le immagini di un corpo gonfio, irriconoscibile, martoriato dalla malattia. Finché non vi troverete nientemeno che al cospetto del cadavere di Susan Sontag.    Visione enorme e terrificante che dobbiamo alla compagna fotografa di Sontag. Altro mito del Novecento: Annie Leibovitz. Quella, per intendersi, della foto di John Lennon nudo, abbracciato in posizione fetale a Yoko Ono. Oppure di Whoopi Goldberg immersa in una vasca di latte. E molte altre. Nel libro A Photographer’s Life 1990-2005, uscito per Random House nel 2006, Leibovitz mescola le sue popolari foto delle più grandi stars,...

L'epopea della Factory / L'opera-mondo di Andy Warhol

Un loft di Manhattan rivestito di carta argentata, un viavai continuo di ragazze e ragazzi squinternati che vivono d'espedienti, che ballano, telefonano, si ubriacano o si fanno di anfetamine, scroccano qualche dollaro o una cena, scrivono poesie, fanno sesso (omo e/o etero), passano da un party all'altro e da un appartamento all'altro, non dormono mai, vanno a sentire gruppi rock alternativi, recitano in film sperimentali, fanno o dicono cose spudorate, scoprono o inventano mode. Sono freak depravati, ragazzi e ragazze bellissime, gay sfrontati in un'epoca ancora omofoba, giovani ereditiere esibizioniste allo sbando, piccoli spacciatori, poeti, ballerini, attori e attrici improvvisati, manager di aspiranti attori e attrici, piccole “superstar” dell'underground e grandi rockstar (i Velvet Underground, ovviamente, ma anche Bob Dylan, i Rolling Stones, Jimi Hendrix, Jim Morrison): tanti nomi di personaggi già famosi o che lo stanno diventando in quegli anni, di sconosciuti destinati a quei “quindici minuti” di fama che sono nati proprio qui e di falene che si bruciano subito alla luce dei riflettori improvvisati o nell'ombra della droga. E di tanto in tanto, in mezzo al fenomenale...

Un libro di Anna D'Elia / L’arte che salva

Portare la bellezza nell’ordinario della vita come condizione essenziale per prendersene cura, questo è quello che traspare in ogni riga e nelle intenzioni di fondo nel libro di Anna D'Elia, Vedere scorrere. L’arte che salva, Meltemi, Milano 2021.  La riscoperta dell'ordinario, una delle più significative tendenze del pensiero contemporaneo, come documentano i contributi di filosofi alla stregua di Stanley Cavell e Cora Diamond, si rivolge in particolare alla ricerca del senso e del significato di abitare la vita. Se si può sostenere che nella vita abituale sia in questione un indebolimento della relazione con il tutto, è altrettanto sostenibile che è proprio nell’ordinarietà del quotidiano che esistono le condizioni per innalzare e rendere sensibile la vita. È così che quanto vi è di più comune e insignificante, cioè la vita abituale, può diventare infinitamente significante. Come sta accadendo in questo tempo di pandemia, uno dei traumi più sconvolgenti, di dimensioni planetarie, il primo in quanto a percezione immediata e pervasiva. Un trauma in nessun modo imprevisto ma derivante dalla normalità indifferente al sistema vivente di cui siamo parte, in cui siamo ciecamente...

Una mostra a Milano / L’ancipite Levi

Inaugurata a inizio dicembre come segno di resistenza culturale, c’è una mostra a Milano che merita d’essere visitata, sperando in una tregua d’apertura di musei e gallerie. Ha al centro lo scrittore italiano che più ha saputo testimoniare l’inferno realizzato della violenza e dell’odio, ma che ci ha anche insegnato a far durare e dare spazio, per dirla con Calvino, a ciò che inferno non è. Stiamo parlando di Primo Levi e della mostra Figure, una selezione delle sculture al filo di rame che lo scrittore ha intrecciato nel corso di tutta sua esistenza. Dei lari inquieti, potremmo definirli, dato che Levi li teneva nel proprio appartamento, abitanti di librerie, mobili o appesi alle pareti di casa.   Tartaruga   Dopo una prima assoluta a Torino, queste enigmatiche figure trovano ora ospitalità negli ambienti impregnati di memoria industriale della Centrale dell'Acqua di Milano, grazie al sapiente allestimento di Giancarlo Cavaglià e la cura di Fabio Levi e Guido Vaglio. Il museo ha anche raccolto un ricco apparato di video, che permettono di approfondire ogni figura esposta con le parole di un commentatore di vaglia – da Marco Belpoliti a Ernesto Ferrero, da Elena...

Fotografie della Sardegna / Lettera a Lisetta Carmi

Cara Lisetta, ci siamo conosciuti nel 1974, quando sono venuto a Genova insieme a Luigi Nono e Marino Zuccheri per registrare dentro l’Italsider i suoni e le voci del cammino dell’acciaio dall’altoforno al tondino, voci, suoni e rumori che poi sarebbero entrati ne La fabbrica illuminata. Quell’anno, in un campo sulla riva del Tevere dove Quartucci aveva il suo anfiteatro di legno e tu documentavi Aspettando Godot mi hai fatto una foto i cui si vede un masso che mi sta cascando in capo. Il filo di ferro che lo regge a un pagliaio non si vede. Come Eschilo, – ho detto – che un’aquila gli ha mollato un pietrone vedendo luccicare al sole la sua zucca pelata, e l’ha fatto secco.      Non mi avevi parlato delle foto in Sardegna, dalla famiglia Piras, là a Orgosolo. Orgosolo che ci era diventato mitico non solo per i sequestri, ma perché era un luogo di lotte e fatica, e c’era il murale di Gramsci, e c’era stato quel film potente di Vittorio de Seta, Banditi a Orgosolo, nel 1961. Lo sai che de Seta pian piano è diventato cieco – e si era ritirato nel paese di sua madre, Sellia Marina, in Calabria, ogni due o tre mesi lo chiamavo e lui era un po’ scoraggiato – ma sempre con...

Tanto per cambiare / Il festival negato di Paolo Fresu

Negli anni Sessanta, durante le prime classi delle elementari, noi ragazzini di Firenze spesso ci divertivamo in uno dei tanti giochi che ci rendevano liberi e vispi: la barauffa. Uno di noi si metteva di fronte agli altri gridando “alla barauuuffaa!” e gettava una manciata di caramelle verso il gruppo che si trasformava immediatamente in una mischia. Alla fine, le caramelle si dividevano, ma rimaneva la soddisfazione, per i “vincenti”, di essere stati più pronti, scaltri e “ganzi” degli altri. Nessuno guardava al fatto che il successo fosse in gran parte frutto del caso, perché dipendeva dalla posizione in cui ti trovavi al momento del lancio. Una volta che avevi il tuo piccolo malloppo, però, gioco forza ti sentivi “più qualcosa” rispetto agli altri. Prima che la partita di calcio tra le squadre delle vie del quartiere, o una impresa in bicicletta, mettessero qualcun altro al centro dell’attenzione.   Questo squarcio di infanzia mi è tornato in mente quando ho saputo del modo in cui la Regione Sardegna ha assegnato i contributi economici ad alcune tra le tante associazioni culturali di quella regione. Modo, pare, non isolato e purtroppo esemplificativo di come una certa...

Intervista a Manlio Brusatin / Colori, ombre e righe

Manlio Brusatin, storico delle arti e architetto, si occupa da sempre del mondo visivo: immagini, colori, linee, esaminati nella pittura, nell’architettura, nel design e nella letteratura. I suoi libri, in particolare Storia dei colori, pubblicato da Einaudi e tradotto in moltissime lingue, offrono una disamina estesa e articolata sul tema del colore, fatta di analisi puntuali, divagazioni curiose e riflessioni personali. L’ultimo suo libro ha un titolo e un argomento curioso: Il cappello di Leonardo, pubblicato lo scorso anno da Marsilio; parto da qui per porgli alcune domande.   Copertina del libro Il cappello di Leonardo. Nel suo ultimo libro Il cappello di Leonardo, una biografia intellettuale e artistica di Leonardo da Vinci, lei parte dal problema del suo volto e dall’autenticità dei suoi ritratti. Quale dunque le sembra più persuasivo? con o senza cappello? Le immagini universalmente riconoscibili di Leonardo sono essenzialmente due: la prima nasce da un dipinto, scoperto all’inizio del Settecento, ancora esposto alle Gallerie degli Uffizi e creduto un autoritratto autentico fino all’inizio del secolo scorso. Si tratta invece di un falso, è però un Leonardo con...

Un verso, la poesia su doppiozero / T.S.Eliot. Il tempo che distrugge è il tempo che conserva

È un verso dei Quattro quartetti (Four Quartet) di Thomas Stearns Eliot (tolto dal terzo dei quartetti, quello intitolato al nome di un gruppo di scogli presenti al largo della costa del Massachussetts, The Dry Salvages). Il verso riprende il tema che trascorre, con le sue variazioni tonali e meditative, retoriche e argomentative, lungo tutto il testo. Dico tema riferendomi al linguaggio musicale: di fatto il componimento di Eliot, nelle sue quattro grandi partizioni e nei singoli interni movimenti, è del tutto conformato alla struttura di una composizione musicale.    Come unire meditazione e forma, teoresi e ritmo, suono del pensiero e immagine, come portare il fuoco della riflessione – con le sue domande ultime sull’intreccio tra il vivere e il morire – nel suono del verso, nei suoi indugi fantastici, nella sua libertà appunto temporale, questa è stata l’interrogazione che ha sostenuto la ricerca poetica di Eliot, da Prufrock, del 1917 e The Waste Land, del 1922, fino alle composizioni degli anni Trenta e oltre. Lo stesso teatro, che occupa molta parte della scrittura di Eliot, fedele anch’esso a un dettato modernista di scomposizione temporale del dire, di contiguità...

Pepe Karmel e la sua storia globale dell'arte / Arte astratta: una storia da riscrivere?

Lo spirito di Vasilij Vasil'evič Kandinskij esala dal suo corpo steso sul letto di morte. Sale in alto ondeggiando come le linee sinuose dell’opera Movimento 1 collocata alle spalle del cadavere.   Vasilij Vasil'evič Kandinskij sul letto di morte. Fotografia scattata da André Rogi il 13 dicembre 1944 / Kandinskij, Movimento 1, 1935, Galleria Tret'jakov, Mosca.   Nella poetica di Kandinskij confluirono il misticismo russo, il suo interesse per la teosofia e l’idea che gli “scienziati di professione [avessero posto] in dubbio l’esistenza della materia” (Lo spirituale nell’arte, De Donato, Bari, 1968, p. 57). Negli anni in cui elaborava il testo, pubblicato nel 1912 con il titolo Ueber das Geistige in der Kunst – Dello spirituale nell’arte, Kandinskij scoprì il dissolversi dell’oggetto dipinto in una composizione astratta: “Si avvicinava l’ora del crepuscolo, e io rientravo con la scatola dei colori dopo uno studio, ancora tutto immerso nel mio sogno, perduto nel ricordo del lavoro compiuto, quando scorsi all’improvviso alla parete un quadro di straordinaria bellezza, che brillava di un raggio interiore. Restai interdetto, poi mi accostai a questo quadro rebus in cui non...