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Arte

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“Vite vere” in scena / Rau, Arias, Blanco: l’innovazione diventa format?

Riaprono i teatri, le capienze aumentano, e anche il mercato internazionale riprende il suo corso.  Tornano sui palchi nostrani i nomi più acclamati della scena europea, quelli che gli operatori inseguono, e che il pubblico più attento alle novità ha ormai imparato a conoscere. Si sta chiudendo un ottobre di appuntamenti importanti: al Fit Festival di Lugano è tornato Sergio Blanco con Divina Invención o la celebración del amor; all’Arena del Sole di Bologna ha debuttato Lola Arias con Lingua Madre; al Piccolo Teatro di Milano è approdato, attesissimo, EveryWoman di Milo Rau. Tre nomi e tre metodi molto diversi, accomunati però dalla straordinaria capacità di accordarsi alle linee più avanzate della scena contemporanea (se non, addirittura, di dettarle). Proviamo a rimetterle, ancora una volta, in fila: impegno a raccontare il presente, per lo più in chiave esplicitamente politica; rinuncia ai tradizionali apparati rappresentativi, in favore di una sovraesposizione dei dispositivi scenici (video, microfoni, mixer, fari); interesse per la dimensione biografica, riportata spesso in forma frammentaria, non rielaborata (o apparentemente non rielaborata).   Lola Arias,...

Fotografia sociale / William T. Vollmann, I poveri

Possiedo un computer (usato), un IPad (regalato), un Kindle di seconda mano, uno smartphone, un abbonamento mensile a Sky e uno con Amazon Prime. Pago l’affitto di una stanza in una casa condivisa, ho qualche soldo sul conto in banca, vado ogni settimana in palestra e dallo psicologo. Mi considero povera. Mi sono sentita precaria tutta la vita: la mia famiglia non ha una casa di proprietà né risparmi da parte, e io stessa ho vissuto negli ultimi dieci anni di contratti a tempo determinato senza ferie né malattie. Ho tirato la cinghia durante la pandemia riducendo le spese al minimo, e innumerevoli volte mi sono trovata a fare la fila al Caf di fiducia per avere aggiornamenti sugli aiuti erogati dallo Stato. Devo pertanto dedurre che gli sporadici selfie che posto sui social possano rappresentare l’immagine della povertà?     La fotografia sociale intende dare voce e volto a vite relegate ai margini, rendendo letteralmente visibile l’invisibile. Ciò sottintende un rapporto di potere fra il fotografo e il soggetto, che esiste per il mondo solo tramite il mirino della macchina fotografica. Non sono i poveri a raccontarsi direttamente; non ne hanno il tempo né la forza,...

Eroi dell’amore. Storie di coppie, seduzioni e follie / Eroi dell’amore. La lezione dell’eccesso

L’amore, in tutte le sue forme, turba ogni progetto di armonia. Il libro di Massimo Fusillo, Eroi dell’amore. Storie di coppie, seduzioni e follie (Il Mulino, 2021) lo mostra, esplorando l’amore in una gamma complessa e frastagliata di sfumature. Da Carmen e Don José a Tristano e Isotta, da Romeo e Giulietta a Heatcliff e Cathérine, da Fedra e Ippolito a Diabolik ed Eva Kant, Fusillo spazia nel teatro di parola, nel teatro musicale, nel fumetto, nel cinema, nella letteratura, cercandovi gli “eroi dell’amore”. Il suo libro percorre, con stile nitido e persuasivo, mai appesantito dall’erudizione, una intrigante enciclopedia di ritratti e di storie d’amore e si divide in tre parti: La coppia contro il mondo, La seduzione come sovversione, La follia autodistruttrice.   Gli “eroi dell’amore” non hanno nulla di “eroico” in senso etimologico: non danno prova di coraggio e di abnegazione in imprese militari; non si sacrificano per qualche ideale superiore; non sono, come nelle civiltà primitive, figure mitiche ed eccezionali a cui sono attribuite gesta leggendarie. Qui l’eroismo non ha nulla di vittorioso e di trionfante ma rappresenta l’oltranza terrena, appassionata, di un...

Da oggi in mostra alla Triennale di Milano / Direttamente dalla mano e dalla bocca di Steinberg

Viene inaugurata oggi alla Triennale di Milano la mostra Saul Steinberg Milano New York a cura di Italo Lupi e Marco Belpoliti con Francesca Pellicciari e realizzata insieme alla casa editrice Electa. È uscito da qualche giorno il volume 43 della collana "Riga" da cui questa intervista è tratta: Saul Steinberg a cura di Marco Belpoliti, Gabriele Gimmelli e Gianluigi Ricuperati, Quodlibet edizioni.    Saul Steinberg è un artista, un filosofo, un commentatore della società e un vignettista il cui lavoro si spinge ben oltre i confini del fumetto, in un mondo popolato di lettere aggressive, gatti a cui piacciono i numeri, linee che conversano e hanno dubbi. I disegni di queste pagine sono tratti dalla sua ultima raccolta, The New World (Harper & Row). Ad accompagnarle, qui, sono le spiegazioni dello stesso Steinberg, riprese da un’intervista di Jean vanden Heuvel.   Il libro si intitola The New World. Un titolo formidabile che non dice niente. Il libro è una raccolta di disegni metafisici che raffigurano situazioni e problemi. Il suo motto è “Cogito ergo Cartesius est” (penso, dunque Descartes esiste): significa che la ragione stessa può risolvere...

Paesaggio con fratello rotto, una trilogia / Mariangela Gualtieri: aprirsi all’inatteso

“Che cosa diremo a quelli che nascono ora? / Che scusa troviamo / per questo disastro umano?”. Dopo una introduzione con l’entrata dei personaggi, in un silenzio carico di attesa accompagnato dall’organo, inizia con questi versi, con questa domanda, Paesaggio con fratello rotto, prima parte di una trilogia del 2004 del Teatro Valdoca. Ora di quel lavoro con la regia di Cesare Ronconi – una saga contemporanea con personaggi dolenti sovraccarichi di colore, un bianco funereo sui corpi seminudi, segnati con tratti neri e sbavature di rosso sangue, maschere animali, ali grandi di uccello, zimarre rituali – Einaudi pubblica i testi (pagine X-78, euro 10), scritti da Mariangela Gualtieri.      Sono sempre di sottili dimensioni le opere di questa poetessa che ci accompagnò nello sconforto del primo lockdown con il delicato ammonimento di Nove marzo duemilaventi: “Questo ti volevo dire / ci dovevamo fermare…”. I versi di Paesaggio con fratello rotto sembrano scavati nei corpi, nella disperazione che vorrebbe diventare la gioia che tutti sentiamo di vivere; sono parole incise con il bulino nello sguardo desolato a quello che riusciamo a distruggere di bello intorno a noi e...

Mettere al mondo il mondo / Stefano Bartezzaghi. Che cosa è la creatività

Che cos’è la creatività? Che domanda: è come il tempo per Agostino, o l’arte per Croce: tutti sappiamo di che si tratta, fino a quando non ci chiedono di definirla. Allora scattano i guai. Credevamo di avere le idee chiare in proposito: creativo che uno che inventa qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c’era; una specie di nume in miniatura: Dio ha creato il mondo, ab origine, e noi, qui e ora, non facciamo che maldestramente imitarlo: nelle arti, nella scienza, nel lavoro, nei media, nella vita quotidiana. Ma siamo certi che sia proprio così? Che cosa significa esattamente “nuovo”? e “inventare”? e poi, anche, cos’è questo “qualcosa”? Come dire che, in effetti, non erano idee quelle che avevamo sulla creatività, semmai predisposizioni affettive, ideologie, esercizio inconsapevole di etiche e di estetiche. Niente di logico, di preciso, di coerente. La creatività esiste, si dà a vedere, si pratica, a condizione di dimenticare, di rimuovere, di tenere fra parentesi la sua costitutiva indeterminatezza, se non contraddittorietà, il suo essere più passione che ragione, simbolo e non cosa. Il creativo, sostanzialmente, è un esperto senza saperlo, uno che sa fare ma non sa come lo fa...

Una mostra alle OGR di Torino / Volevamo tutto, ma adesso ci accontenteremmo anche di poco

Chiedo venia per l’autocitazione, ma non riesco a non partire da un pensiero relativo a La zuppa del demonio, un mio documentario del 2016. Il film era costituito dal montaggio di pezzi di documentari industriali, dal 1910 al 1970, ed era dedicato all’analisi dell’idea di progresso nel Novecento. Ma accanto a quel tema ne venivano fuori molti altri. Il lavoro, per esempio. Intanto, era sorprendente come film finanziati dalle aziende per testimoniare la loro attività fossero anche, se non più di tutto, una celebrazione dei lavoratori. Volti e storie di operai intenti a costruire dighe, stabilimenti, strade andavano a raccontare un’epopea in cui il centro della vita umana era costituito dal proprio mestiere. Dentro il lavoro ci stava tutto: la propria identità personale, quella della comunità, l’orgoglio di appartenere a qualcosa di più grande che costruiva un futuro migliore per tutti. Una dimensione esistenziale da cui derivava quella politica, che si manifestò poi nel durissimo scontro sociale degli anni ’60-’70 e che portò a quel famoso slogan nei cortei: “Vogliamo tutto”. Immortalato dal libro di Nanni Balestrini, proprio a quello slogan fa riferimento la mostra in corso alle...

Un libro di Cristina Grazioli / Sentire e dire luce

Chiarori, abbagli e crepuscoli, lampi e rivelazioni. Il numero 9 della rivista semestrale Sciami – Sentire luce a cura di Cristina Grazioli (Sciami edizioni, Teramo-Roma, 2021) raccoglie una serie di contributi “sentiti”, prima ancora che pensati, sul ruolo svolto dalla luce nell’evento performativo e teatrale. Sentire luce attribuisce alla percezione e alla sensorialità un aspetto imprescindibile dell’evento spettacolare, che ha luogo in uno spazio performativo “sempre pervaso da sostanza luminosa”. A questo riguardo Grazioli cita Pietro Gonzaga, pittore, decoratore e scenografo, che in una lettera del 1807 descrive la luce scenica come una “massa” che invade lo spazio tra scena e sala, miscelandosi con l’aria, i vapori e gli oggetti. I composti pulviscolari e gassosi invadono anche la scena delle arti visive del Novecento, talvolta depurati dagli aspetti sensoriali. Su questa forma gassosa, che dalle Avanguardie Artistiche giunge fino a noi come una nebbia nella quale si perdono i confini tra generi, è necessaria una digressione.    Gaetano Donizetti, Maria Stuarda, regia di Andrea De Rosa, scene di Sergio Tramonti, costumi di Ursula Patzak, luci di Pasquale Mari,...

Milano, Fondazione Pini / Elisabetta Benassi. Lady and gentlemen

La nuova mostra di Elisabetta Benassi a Milano inizia in un vestibolo della bella palazzina ottocentesca che ospita la Fondazione Pini, a cui si giunge per un’ampia scala. La stanzetta è svuotata, c’è solo un leone di marmo nell’angolo, che vigila sui visitatori, un televisore al centro e due poltroncine d’epoca per assistere comodamente a un video. Si tratta di un documentario del 1975 realizzato in occasione della visita di Andy Warhol a Ferrara in occasione della sua storica mostra a Palazzo dei Diamanti. Perché “storica”? Non solo per l’importanza della serie che Warhol vi espose in prima mondiale, ma anche per il significato che l’episodio segna per altri versi. È noto che Benassi lavora fin dall’inizio su figure, materiali e eventi storici. Il modo in cui lo fa è uno dei grandi interessi della sua opera. Ebbene, qui si tratta di un intreccio estremamente significativo: Warhol aveva ricevuto una committenza per un ciclo di opere nuove dal gallerista torinese Luciano Anselmino per una cifra assolutamente rilevante, anzi la più alta che l’artista avesse mai ricevuto fino ad allora, ovvero 900mila dollari dell’epoca. Questo è il primo tema della mostra: il rapporto arte/denaro,...

Fabriano Fabbri: arte e stile / La carta astrale della moda

La moda è un universo di senso complesso, basato su un modello ciclico che oscilla tra espansioni e ritrazioni. Così come nell'universo comunemente inteso, la moda ingloba diverse materie, energie e corpi che percorrono traiettorie differenti, anche se vicine nello spazio e nel tempo. In La moda contemporanea II. Arte e stile dagli anni Sessanta alle ultime tendenze (Einaudi 2021), Fabriano Fabbri sostanzia questa metafora cosmologica asservendola a un metodo di analisi strutturato sullo “strumento della generazione” ideato dal suo maestro Renato Barilli (cfr. Intervista a D.it - la Repubblica).    Per srotolare, spiegare, il tutt’uno della moda contemporanea ‒ attorcigliatasi su sé stessa nel corso dei decenni ‒ Fabbri propone una classificazione kepleriana degli stilisti a partire dalla decade di nascita. L’essere “nati attorno al” equivale al tipo di orbita adottata nel percorso creativo e artistico, vicina al nucleo valoriale e identificativo della generazione (perielio) o distante in termini di “orientamenti espressivi” e “poetiche” caratterizzanti (afelio). Tale prossemica orbitale sembra influire anche sulla velocità delle traiettorie creative: di evoluzione più...

Nuovi documenti e un museo / Risarcire Camille Claudel

Il tempo restituisce cautamente spazio e forma, voce e luce alla figura e alle opere di Camille Claudel. Se penso alle vicende di questa artista, che visse sempre controvento a cavallo tra Ottocento e Novecento, mi viene in mente una clessidra in cui i granelli di sabbia determinano luci e ombre, anche sulla sua scultura. Dalla nascita, nel 1864, e per la durata di poco più della metà della sua vita la clessidra ha portato luce a una donna che diveniva una grande artista, con uno sforzo immane in un contesto socioculturale che la voleva altro e altrove, ma lei indefessa perseguì la sua passione di vita, la sua arte, i suoi amori, il suo modo di stare nel mondo. E il suo modo di stare nel mondo era contro ogni convenzione, sempre più non tollerato dalla madre e dal fratello, così chiacchierato e sul filo dello scandalo da costringerla a un lento e senza sosta ritiro dalla società per stare nel suo studio, sola, con i suoi gatti. Ma anche questa sua richiesta minima di vita, complice la famiglia che la ostacolava, era troppo alta, anche per lei stessa che iniziava un cammino nella sofferenza mentale. Così, alla morte del padre, nel 1913, che fino ad allora la aveva sostenuta, le sue...

In mostra a Roma / Dino Gavina, illuminato e sovversivo

Per uno come lui, che l'amore per le cose dell'arte l’aveva nel sangue, una mostra dei suoi pezzi alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma è quasi un atto dovuto e Dino Gavina (1922 – 2007) vi sta, insieme agli artisti che ne animano le prestigiose sale, da ‘inter pares'. Egli, infatti, non è stato soltanto un industriale illuminato, vulcanico e poliedrico, nell'allora nascente mondo del design, ma è stato anche quanto di più simile si possa paragonare a un mecenate. Sebbene gli piacesse definirsi un sovversivo, la sua sovversione ci appare invece oggi, con la prospettiva che gli conferisce la storia, piuttosto un pionierismo, per quella sua straordinaria capacità, poi emulata da alcuni, di mettere in produzione gli oggetti di design progettati dai maestri, taluni già conclamati, come i bauhausler e i dadaisti, altri, invece, che lo sarebbero diventati nel giro di pochi anni, e che egli si può ben dire promosse con il fiuto del talent scout.   In alto: Dino Gavina (a sinistra), Marcel Breuer (al centro) e Maria Simoncini (a destra) a Bologna (1963). Dino Gavina (a sinistra), Man Ray (al centro) e Juliette Browner (a destra) alla presentazione del Centro...

Che il coito "fan vivace" / Capperi!

Se ne intende di capperi, la mia amica Toni. Lavora all’ortomercato e mi porta in dono quelli “super occhiellino”, i più piccoli e pregiati. Con leggiadra metafora sono chiamati anche “lacrimedde”, e i francesi li catalogano come nonpareilles, senza eguali, insomma. Perché anche i capperi, come le noci o le mele, hanno varie pezzature che ne determinano valore e prezzo. Vanno dal calibro minimo di sei-sette millimetri di diametro – i “super occhiellino”, appunto – ai mezzanelli o mezzani di 13 millimetri. Poi ci sono i cucunci, più grandi (fino a 20 millimetri), conservati con il picciolo e dal sapore meno intenso, che accompagnano i nostri aperitivi, ma questi non sono i boccioli del fiore bensì i frutti. I picciriddi che mi regala Toni vengono da Lipari, isola delle Eolie che, con Pantelleria e Salina, è vocata alla coltivazione della Capparis spinosa, pianta tanto buona quanto bella.     Si mostra con ciò accessoria la moda, lanciata da gourmets e chef stellati, di portare nel piatto fiori di piante più o meno note. Moda, come spesso accade, divenuta nel costume culinario dei comuni mortali così popolare, imitata e abusata, da risultare stucchevole. Inutile con...

Metafotografia. Imagomorfosi e altre ricerche

Il progetto triennale denominato “Metafotografia” è una ricognizione dentro la scena contemporanea italiana – diventata anche una pubblicazione in tre volumi, una trilogia per dare voce a una estensione corale –, che racconta come stia cambiando oggi il modo di fare e pensare le immagini, dentro e oltre i mezzi che le producono. La definizione è un punto di partenza, qualcosa che verrà modificato o sostituito nel corso degli anni a venire, dentro un processo aperto, entro una ricerca iniziata nell’ambito della fotografia italiana a cavallo tra il primo e il secondo decennio del Duemila. Gli approcci metafotografici presi in esame sono articolati e declinati attraverso legami, contingenze o allontanamenti rispetto al medium fotografico. Già vent’anni fa, Rosalind Krauss aveva preso in esame la “condizione post-mediatica” e la necessità di “reinventare la fotografia” ogni volta che si materializza la sua obsolescenza. In ogni epoca si è sempre cercato di reinventare il medium, di spostare ulteriormente nuove questioni, di dare spazio ad altre potenzialità espressive e concettuali, soprattutto dal Novecento in avanti con una velocità sempre più incalzante. In ogni momento...

Scarabocchi / Come è difficile disegnare un albero

Si disegna sul foglio come gli alberi spogli tracciano il cielo lanoso di alcune mattine d’inverno. Ogni volta che dalla finestra osservo le linee dei rami, quelle linee si fanno memoria. Ogni volta che lascio la penna nera scorrere sul foglio, scarabocchiando senza senso, non mi accorgo di ripetere le linee dei rami guardati da molte finestre durante la mia vita.   Nell'inverno del 1961, al MIT di Boston, Edward Lorenz, matematico e studioso di meteorologia, si accorse che una perturbazione impercettibile poteva far evolvere in modo imprevedibile un sistema complesso, creando degli effetti a catena, capaci di cambiare il sistema stesso. Non c’era sistema deterministico che potesse sfuggire a questa legge, creando un alone di indeterminatezza che rendeva ogni previsione incerta.  Quel fenomeno, che confermava la Teoria della Complessità, già ben intuita da Henrì Poincaré, fu battezzato “Butterfly Effect” (effetto farfalla), coniando una delle metafore più potenti e utilizzate degli ultimi cinquant’anni. La forma della farfalla compariva in un diagramma dello studioso statunitense, che mostrava come le traiettorie di due orbite ellittiche vicine potessero deviare a causa...

Come bisogna vivere / Charlotte Perriand e il fotomontaggio

Il supermercato Monoprix si trova appena fuori dal centro di Arles, in una periferia uguale a molte altre. Passando fra scaffali di detersivi e di quaderni (saremo nel posto giusto?), si sale al primo piano. Qui, in un enorme spazio vuoto illuminato da neon industriali, è allestita la mostra dedicata ai fotomontaggi monumentali progettati dall’architetta e designer francese Charlotte Perriand (1903-99).  Fra i visitatori dei Rencontres de la Photographie di Arles non siamo in molti a spingerci fin qui: confortati dalla prossimità delle mostre nelle vie del centro storico, o ipnotizzati dal neonato edificio della Fondation Luma progettato da Frank Gehry, i più si arrendono alla fatica e al caldo. Ma è un peccato: la mostra mette in luce una pagina breve ma folgorante della produzione di Perriand e, in filigrana della riflessione sull’uso politico della fotografia alla vigilia della seconda guerra mondiale. È una mostra bellissima, sia per i materiali esposti che per l’allestimento, sia per la domanda da cui muove che per lo stile con cui cerca le risposte; splendido è anche il catalogo, con contributi brevi e accessibili, ma sempre profondi. I tre fotomontaggi monumentali che...

Oggi a Novara! / Scarabocchi. L’arte dei bambini

A Oslo in Norvegia c’è il Museo internazionale per l’arte dei bambini che raccoglie una ricca collezione di arte di giovanissimi da 180 paesi (Det internasjonale barnekunstmuseet); fu fondato nel 1986 grazie a una coppia di origine sovietica Rafael e Alla Goldin Venne. La scheda del museo, che si può trovare in rete, dice che nell’“Al Lille Frøens vei di Oslo puoi vedere il mondo attraverso gli occhi dei bambini e capire come l’arte dei bambini sia portatrice di valori estetici. Il museo riguarda l’arte dei bambini come parte viva dell’arte popolare e anche come un elemento importante nella nostra cultura nazionale e universale”. Che le opere dei bambini trasmettano valori estetici e siano parte di un patrimonio culturale popolare universale non è sempre stato scontato. Ma oggi, in alcuni musei, si possono ammirare anche i fanciulleschi tentativi di artisti del passato. Al Carnevalet di Parigi, per esempio, Gustave Courbet è rappresentato anche quindicenne da un minuscolo olio su carta incollata su tavola (Portrait de jeune garçon, 1834). In questo caso non si può parlare di “capolavoro”, se non nel senso letterale di “prima opera”.    Al Carnevalet, però, il pubblico...

Altre visioni a Coltano / Animali Celesti per un canto alla follia nei boschi

Prima di tutto il canto dei grilli. Sotto i pini, “nell’utero della notte”. Poi immagini di primavere seccate, di orchi che offrono la pancia al gioco dei bambini, donne violate dal nostro guardare voyeuristico, dal nostro desiderare, e da un’altra parte la luna in ciel del pastore errante di Leopardi, e un cercarsi, dirsi, mangiarsi, ansimarsi degno del Cantico dei cantici, “io capriolo e tu cerbiatta”. E cavalli nella notte, placidi, grandi, come apparizioni, come calmanti delle ansie notturne generate da Pandemia, e cani illuminati da lucine di fiera, sempre sotto i pini, i lecci, tra i cespugli, con canti d’uccelli notturni. Figure immobili, di re regine profeti e profetesse, in trono o spodestate, di martiri, splendenti solitarie misteriose icone, attori e persone decretate “matte” da qualche dolore della vita, rifulgenti come presenze àncora in spettacoli caleidoscopici.   Oracoli in/versi, ph. Michele Lischi. Provo a sintetizzare così due giorni vissuti a Coltano, presso una villa medicea da dove – si dice – Guglielmo Marconi lanciò il primo segnale radio fino in America, ai margini della tenuta presidenziale di San Rossore, Pisa, già immersi nella meravigliosa...

Una mostra a Camera / I paesaggi sovraesposti Walter Niedermayr

Il percorso proposto sui lavori di Walter Niedermayr – in mostra a Camera fino al 17 ottobre  è uno sguardo vastissimo e al tempo stesso chirurgico sul paesaggio, in particolar modo sul paesaggio alpino. Il punto principale della ricerca del fotografo altoatesino classe '52 - che ha partecipato a mostre al MAXXI di Roma come al White Cube di Londra e al Centre Pompidou de Paris - è proprio lo spazio e la sua percezione, sia in ambienti aperti sia chiusi, e il contrasto tra il paesaggio naturale e l’intervento umano su di esso finalizzato al progresso dell’industria del turismo e degli sport alpini. In mostra viene proposto un excursus di gran parte della produzione dell’autore, allestito in modo non cronologico, inclusi due video.    Tutti i progetti dell’artista sono “in progress”, senza una conclusione definitiva, bensì aperti all’evoluzione del percorso di ricerca.  L’operazione sottilissima di Niedermayr, nonché il primo elemento da cui si è attratti guardando i suoi lavori, è la frammentazione della scena rappresentata in due o tre parti, a formare dei dittici o dei trittici. Le sue opere sono per la maggior parte di grande formato e a colori. L’altra...

Scarabocchi / Tito Faraci: raccontare l’invisibile

Negli anni Novanta, Tito Faraci è stato fra quelli che più hanno contribuito a riportare in primo piano la figura dello sceneggiatore in ambito disneyano. Figura poliedrica (è anche musicista, scrittore e autore radiofonico), Faraci annovera nel proprio curriculum sceneggiature per “Diabolik” e per varie testate bonelliane, “Tex” e “Dylan Dog” su tutte. Ma i risultati più riconoscibili e duraturi – tant’è vero che hanno fatto scuola – li ha ottenuti in casa Disney, innervando l’universo di topi e paperi di uno humour demenziale e di insolite atmosfere hard boiled. Chi scrive ha potuto cogliere “in presa diretta”, a cavallo del millennio, la portata innovativa delle sue trovate sulle pagine di “Ridi Topolino”, “Pk- Paperinik New Adventures” e “Mickey Mouse Mystery Magazine” (esperimento bello e sfortunato, di cui Faraci è stato uno degli artefici insieme a Francesco Artibani). Albi che hanno costituito – accanto alla “serie bianca” di “Zio Paperone”, alle “Grandi Parodie” cartonate e ai numeri monografici dei “Maestri Disney” – una vera e propria palestra di lettura.   Il “Faraci Touch” non aveva però fatto breccia soltanto nei lettori giovani o giovanissimi. Giusto per dirne...

San Lorenzo / Tre navi per la Venere di Milo

Quella che da duecento anni esatti è un’icona pop paragonabile solo alla Gioconda ha iniziato la propria carriera ufficiale nel luogo più paludato possibile, l’Académie Royale des Beaux-Arts di Francia. Immaginatevi tanti signori eleganti con un’aria molto dotta, tra loro illustri esperti e rinomati artisti: davanti a essi, il 21 aprile 1821, l’anziano Quatremère de Quincy – un protagonista della vita politica e culturale dalla Rivoluzione in poi – lesse una memoria “sulla statua antica di Venere scoperta nell’isola di Milo nel 1820”. Era passato solo un anno dalla scoperta, e già la statua vantava un illustre riconoscimento da parte del mondo degli studiosi. Eppure l’alone mitico che circonderà la statua fino ai nostri giorni era apparso ben prima della dissertazione di Quatremère de Quincy, a poche settimane dal rinvenimento.  Il mito della Venere di Milo sorge infatti dalla speciale conformazione di quel corpo femminile: l’assenza delle braccia e l’impossibilità di determinarne con certezza il gesto (rompicapo per gli studiosi da due secoli) fa sì che lo sguardo si concentri solo sulla bellezza delle forme, senza che sia necessario chiedersi che cosa stia facendo, e...

Intervista a Narciso Silvestrini / L'ordine dei colori

Narciso Silvestrini è un maestro del colore: è stato docente all’Istituto Statale d’arte di Monza (ora Liceo Artistico Nanni Valentini), una scuola sperimentale nella quale ha insegnato per oltre 20 anni, alla Scuola del Libro all’Umanitaria di Milano, al Politecnico di Milano e alla Scuola Politecnica di Design di Milano. Nel 1986 ha curato per la Biennale di Venezia il tema Colour Order Systems e possiamo trovare le tavole esposte, accanto ad altre che ne ampliano il complesso quadro, nel volume inglese Color Systems in Art and Science (Regenbogen Verlag, Konstanz 1996) oppure nel testo Farbsysteme in Kunst und Wissenschaft (DuMont, Köln 1998), pubblicati in collaborazione con Ernst Peter Fisher. Le tavole originali, raccolte in volume, si trovano al Bauhaus-Archiv di Berlino.   Credo che mettere ordine nel mondo dei colori derivi da una curiosità che tutti abbiamo avuto fin da bambini quando abbiamo dovuto sistemare le matite in un astuccio e non sapevamo dove mettere il rosa e l’arancione. Questa sistemazione lineare non assomiglia ai primi criteri di ordinamento? Si pongono agli estremi il bianco e il nero, dalla giustapposizione dei quali si fanno scaturire tutti...

Tocatì / Arte in gioco

Nelle opere della Storia dell'Arte sono sempre stati raffigurati i giocatori e le giocatrici, mentre il tema del gioco si ritrova in un unico, famosissimo quadro. Tuttavia, se si escludono le sculture che rappresentano atleti, piuttosto ricorrenti nell'arte greca (che avevano un fine religioso, d’altra parte, come ha sostenuto Johan Huizinga in Homo Ludens, il mondo del gioco e quello del sacro appartengono al medesimo universo), e alcune pitture tombali etrusche (di carattere invece più evocativo e celebrativo della vita, a dispetto dei luoghi in cui furono eseguite), le immagini di giocatori e di giocatrici non sono moltissime (a meno che non se ne voglia estendere il concetto  - alla Roger Callois, cfr. I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine - allo sport, al circo, al luna park e ai parchi dei divertimenti in generale, al carnevale, al casinò, alle lotterie, eccetera, eccetera). Del gioco in quanto tale tratta il quadro Giochi di bambini di Pieter Bruegel, firmato e datato 1560, che oggi si conserva al Kunsthistorisches Museum di Vienna, in cui sono 'censiti' addirittura un’ottantina di giochi infantili tra quelli in auge a quel tempo. Molti di essi sono diffusi...

Claudia Losi, Voce a vento / Tessere il canto, tessere i luoghi

Esiste nella pratica artistica delle donne una frequentazione con le pratiche relazionali, con l’immateriale del canto, con gli spazi umili e lungamente non visti del quotidiano e con il recupero di un sapere manuale parzialmente dimenticato, un sapere troppo spesso relegato al folklore e alla sottocategoria dell’artigianato, con tutti i malintesi che la divisione tra arte alta e bassa ha lungamente comportato.  Claudia Losi esplora da sempre questi ambiti e il verbo esplorare descrive con accuratezza il suo andare alla ricerca di ciò che non si conosce – un andare metaforico e fisico, perché il suo lavoro si compone anche di cammini –, la sua relazione profonda con il paesaggio e il suo farsi addentro ai luoghi. Losi declina la geografia attraverso l’arte, la trasforma e ne restituisce il senso lungamente smarrito, frainteso dalla didattica scolastica e dalla frattura che ha pericolosamente separato natura e cultura.  Come un ecosistema, il lavoro dell’artista piacentina si sviluppa seguendo tempi che contraddicono le regole del mercato dell’arte: si dedica a progetti decennali, riprende ciclicamente l’indagine verso nuclei tematici già approcciati, procede seguendo un...