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Arte

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La fotografa degli istanti che se ne vanno / Sarah Moon

A Milano, inaugurate durante la settimana della moda, si possono vedere due mostre dedicate a Sarah Moon. L’una, presso la Fondazione Sozzani, “Sara Moon. Time at Work”, si snoda in un arco temporale che va dal 1995 al 2018. È composta da circa novanta opere, oltre al cortometraggio “Contacts” del 1995 e al documentario “There is something about Lillian”, del 2001, dedicato alla fotografa di moda Lillian Bassman. Contemporaneamente, presso Armani/Silos, sotto il titolo “From one season to another”, vengono esposte 170 opere a colori e in bianco e nero e due cortometraggi. In entrambe le mostre il tema centrale è il tempo: un insieme di istanti che se ne vanno, perdono la loro consistenza, si trasformano. Il vuoto pare essere tanto il punto d’arrivo di ogni istante, quanto lo spazio da colmare perché tutto non vada perduto e dimenticato. Così accade nel video del 2013 che si può vedere alla galleria Carla Sozzani, vera sintesi di tutta la mostra. Si intitola “Ou va le blanc”, la storia del tempo che passa e cancella”, scrive Sarah Moon. Vi appaiono immagini che avrebbero dovuto essere stampate per un libro. La fotografa racconta che sono polaroid in positivo che non ha terminato,...

Due nuove monografie / Vite parallele: Francesco Lo Savio, Piero Manzoni

Dopo essere stata a lungo considerata il gold standard della scrittura critica, la monografia, e la monografia d’artista in particolare, è oggi un genere screditato da decenni di accanita decostruzione del mito dell’artista-demiurgo e soprattutto dalla crisi, o dalla terminale insufficienza, della concezione di soggettività – razionale, umanistica, occidentale – ad esso inevitabilmente associata. E tuttavia, come ha scritto Gabriele Guercio – che alla sua storia ha dedicato un libro importante (Art as Existence. The Artist’s Monograph and Its Project, The MIT Press 2006) –, la monografia resta anche, paradossalmente, un progetto incompiuto, che nel suo abbracciare e interrogare al tempo stesso la missione creativa degli artisti e lo statuto delle opere d’arte ripropone un tema essenziale per la modernità, il dissidio, la tensione essenziale tra vita e volontà, o meglio tra continuità vitale e discontinuità volontaristica, che Nietzsche impose come compito all’arte del secolo a venire. Una questione che resta attuale e sempre bruciante: l’incontro enigmatico, insieme oscuro ed esplosivo, tra arte, destino individuale, realtà storica.   Nel corso della sua vicenda, dalle Vite...

Scrittura che lotta contro l’altrove anonimo / Kim Thúy, camei di vita tra il Vietnam e il Canada

Oggi è stato assegnato The New Academy Prize, riconoscimento teso a colmare il vuoto della sospesa assegnazione del Nobel per la letteratura. Erano 47 gli autori selezionati dai librai svedesi per questo premio alternativo, tra i quattro finalisti anche Kim Thúy, autrice pubblicata in Italia per i tipi di nottetempo e tradotta da Cinzia Poli.   La terza di copertina dell’ultimo libro di Kim Thúy riporta che la scrittrice è nata a Saigon nel 1968, ha abbandonato il Vietnam all’età di dieci anni con la sua famiglia e altri boat people, rifugiata politica in Canada è cresciuta a Montréal, dove ha lavorato come interprete, avvocato, ha aperto un ristorante e si è occupata di critica gastronomica. Oggi si dedica alla scrittura. Kim Thúy amalgama, nei suoi tre romanzi usciti in Italia, questa esperienza di vita con una forte inventiva letteraria fatta di parole, lingua, odori, sapori, persone: Riva, Nidi di rondine e Il mio Vietnam, sono la sua storia rifratta in altre cento, mille, migliaia di storie che sono state sradicate da una vita, la loro vita, da una tradizione, da un Paese, dagli affetti per ricominciare una nuova vita in una nuova tradizione, in un nuovo Paese, con nuovi...

Frammenti di vite / Biografie politiche al Fit di Lugano

Nutrirsi di esistenze altrui. Andare alla ricerca di vite in cui rispecchiarsi e riconoscersi. Dalla letteratura contemporanea alla serie tv, dal cinema al teatro: proliferano biografie, storie vere, testimonianze in prima persona. È ‘reale’ quello che mi stanno raccontando? Quanto viene concesso all’invenzione? Leggiamo interviste, cerchiamo tracce, proviamo ad approfondire. Vogliamo le prove, non importa quanto siamo colti e consapevoli che l’arte è sempre e comunque rielaborazione.  Il genere letterario della non-fiction – che da Emmanuel Carrère a Annie Ernaux sancisce clamorosi successi editoriali – prolifera anche sulla scena contemporanea. Di questa tendenza dà conto il Fit Festival di Lugano (giunto ormai alla ventisettesima edizione) che tenta una ricognizione sul tema, e indaga le sue risonanze politiche. Tra gli italiani, non può mancare la compagnia Deflorian/Tagliarini che in questi anni si è distinta per la capacità di elaborare “partiture di realtà”: drammaturgie per frammenti che danno voce alla vita interiore degli attori sulla scena (su Doppiozero Massimo Marino racconta l’ultimo spettacolo).   Ma il festival svizzero rappresenta sempre una preziosa...

Sul palco di uno stabile in crisi / Deflorian-Tagliarini: “Quasi niente” a Roma

“Ma quanto sarebbe più facile se questo fosse quel teatro con una trama, / una di quelle trame che sostengono la vicenda, / quelle trame dentro cui ti puoi immedesimare” dice a metà di Quasi niente LQ, la quarantenne, guardando il pubblico dritto negli occhi. Nell’ultimo lavoro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini – con cinque strepitosi attori, in scena a Roma all’Argentina per Romaeuropa Festival fino a domenica 14 ottobre – poco prima C, il cinquantenne, aveva raccontato del palazzo dei suoi, supercontrollato contro ladri e aggressori, un vero moderno fortilizio di sicurezza, dove una sera si sente un rumore ripetuto da una casa. “Qualcuno ha chiamato la polizia, che ha sfondato la porta dell'appartamento / da cui provenivano i colpi. / Hanno trovato una donna che da ore sbatteva la testa contro il muro”. Solitudine. Un tarlo interiore che corrode. Una sensazione di non trovarsi mai al proprio posto, un posto che non c’è. Paura degli sguardi degli altri, paradossale perché qui siamo in teatro. LQ, all’inizio, provenendo da uno spazio posteriore del palcoscenico, interiore, chiede agli spettatori di girarsi dall’altra parte. Di non guardare (o forse di guardarsi dentro)....

9 ottobre 1978 - 9 ottobre 2018 / Jacques Brel: il talento del sognatore

Jacques Brel amava ripetere che l’essere umano necessita di un solo talento: avere dei sogni. Il resto, diceva, non è che sudore e disciplina. Con il candore dei visionari, esortava tutti a “sognare un sogno impossibile”, rêver un impossibile rêve, dando voce e corpo alla dismisura dell’animo umano (succedeva nella commedia musicale L’homme de la Mancha, portata in scena nel 1968, dove Brel interpretava Don Chisciotte). Quanto più impossibile quel sogno, sosteneva, tanto più la nostra vita sarà stata degna d’essere vissuta.   Il destino di Jacques Brel, senza quel suo sogno smisurato (in principio, conquistare Parigi con le sue canzoni; più avanti, dedicarsi al cinema, al teatro, diventare pilota d’aereo, solcare i mari del sud), sarebbe stato con ogni probabilità quello di fare di conto nel cartonificio del padre. La grisaille. La grigia e rispettabile vita del borghese (“Les bourgeois”, non dimentichiamo, “c’est comme les cochons: plus ça devient vieux, plus ça devient bête”; i borghesi sono come i maiali: più invecchiano e più istupidiscono). Proprio come Georges Brassens e Leo Ferré, anche Brel arrivava dalla provincia. Brassens sbarcò a Parigi da Sète, nel sud del paese...

Un verso, la poesia su doppiozero / Torquato Tasso. O belle a gli occhi miei tende latine!

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Torquato Tasso. O belle a gli occhi miei tende latine! Il verso appartiene al VI canto della Gerusalemme liberata, ed è l’esclamazione di Erminia giunta in vista dell’accampamento cristiano, dove sorge la tenda di Tancredi ferito. Il verso sopravviene a una descrizione della notte, le...

Hangar Bicocca / The last days in Galliate: Leonor Antunes

Sulla soglia dello Shed, la sezione dell’Hangar Bicocca che precede l’area delle navate, una serie di placche di ottone verniciato delimita l’ingresso dell’installazione site specific di Leonor Antunes. L’opera, ispirata da un rilievo di Mary Martin, si intitola alterated climbing form (I, II, III, 2017, IV, 2018) e come una cortina, invita lo sguardo dello spettatore a filtrare fino al campo di azione dell’intervento installativo. Antunes, pluripremiata scultrice portoghese, scompagina la vocazione industriale dello Shed e trasforma l’organismo architettonico in uno spazio familiare, raccolto, di ariosa eleganza, sfruttando la luce solare proveniente dai lucernari solitamente chiusi e organizzando una partitura di oggetti-opere autosufficiente, germinativa, sottilmente ammaliante.   Leonor Antunes, the last days in Galliate, veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2018. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca. Foto: Nick Ash.   La familiarità delle sculture che modulano l’ambiente non è solo frutto di un’impressione passeggera: The last days in Galliate, l’opera site specific realizzata dall’artista per il polo Pirelli, si sviluppa a partire da...

Il 5 ottobre 1975 i primi episodi di Goldrake / Manga e anime

Caro, vecchio Goldrake fai ancora un figurone. Ieri la critica di sinistra non capiva i cartoon giapponesi e oggi gli anime si prendono la loro rivincita, anche senza la televisione.   Japan Expo, la kermesse delle culture pop giapponesi che si tiene ogni luglio al Parc des Expositions di Parigi, attrae centinaia di migliaia di francesi, la maggior parte dei quali fra i 15 e i 25 anni che si riversano negli immensi padiglioni, che potrebbero contenere un’armata di Gundam a grandezza reale. E hanno un’intenzione di spesa media di 200 euro fra manga, dvd, gadget, accessori e prelibatezze culinarie nipponiche, riferisce Thomas Sirdey, uno dei tre fondatori della fiera.   Nello stendere queste righe comincio con una notazione un po’ dura ed è per questo che dovevo partire dal contesto transalpino: l’Italia e il Giappone stanno perdendo una grande occasione per ravvivare una volta di più quello che negli anni Ottanta e poi nei Novanta si era configurato come il grandissimo exploit dei cartoon e fumetti giapponesi nel nostro paese, molto più penetrante e massiccio che in qualsiasi altro paese europeo, come ho documentato e analizzato nello studio sociologico Il Drago e la...

7 novembre 1922-17 settembre 2018 / Annette Michelson, o dell’Esigenza

“Mi dispiace, ma non posso aprire quegli scatoloni. Sa, quelli del Getty sono già passati...”. Nella primavera del 2014 rendo visita ad Annette Michelson nel suo appartamento a Midtown. Troppo tardi: i documenti che cerco (le bozze di una conferenza pronunciata a Parigi nel 1976), sempre che esistano, non mi sono accessibili. Il Getty Research Institute vi sta mettando mano per portarli dalla parte opposta degli Stati Uniti, a Los Angeles.   “Il Getty vuole anche comprare tutta la mia biblioteca di studi sul cinema, ma a me serve ancora per lavorare!”. Annette Michelson (scomparsa a New York lo scorso 17 settembre) aveva già superato i novant'anni e, sconcertata, mi parlava del trasloco che l'avrebbe impegnata a breve e che le avrebbe permesso di portare con sé, nel nuovo appartamento, solo 4000 libri (a un primo calcolo – se ricordo bene – doveva quindi sbarazzarsi di circa 8000 volumi). Questa frenesia dell’accumulo non dovrebbe stupire: del resto, una delle immagini più curiose della sua personalissima iconografia era la foto di una biblioteca.    Ph. Babette Mangolte. Nel 1976 la fotografa e cineasta Babette Mangolte scatta questo incisivo ritratto indiretto...

Contemporanea 2018 / Danzare al tempo del crollo

Corpi (Matteo Brighenti)   Un corpo ha tutti gli altri corpi dentro di sé. Tutte le forme, le posture, le direzioni. Oggi, ieri, domani. È il primo e l’ultimo passo, il riverbero iniziale e finale della nostra presenza nel mondo. Dobbiamo imparare ad ascoltarlo per capire se, ora come ora, ci stiamo innalzando, stiamo cadendo o rimbalzando tra verità e racconto, realtà e rappresentazione. Sono le stesse prospettive che ha l’uomo illustrato da Andrea De Santis, l’immagine della XVI edizione del festival promosso dal Teatro Metastasio di Prato (24-30 settembre, doppiozero ha partecipato nei giorni 28, 29 e 30), che ne ha inaugurato la stagione: è a mezz’aria, sopra campeggia la scritta Contemporanea 18 Festival – Le Arti della Scena, sotto si affaccia un rombo di cielo squarciato da tre nuvole. Tutto intorno il nero la fa da padrone. D’altra parte, il tema, avviato lo scorso anno, è Vivere al Tempo del Crollo. Etico, politico, sociale, artistico. L’oscurità avanza e la manifestazione diretta da Edoardo Donatini prova a contrastarla dando voce a corpi che, nell’incontro con la luce della scena, disegnano spazi di ricostruzione. Danzando. Il moto è (s)composto in atti e attimi,...

Romanzi, teatro e canzonette / Umberto Simonetta: un paroliere di lusso

Parlando con un amico, faccio il nome di Umberto Simonetta. Dallo sguardo, capisco che non gli dice molto. “Sai chi è, no? Lo scrittore, quello di Tirar mattina, Lo sbarbato, Il giovane normale…”. Niente. “Ma la ballata del Cerutti Gino la conoscerai…” “Eh! Certo! Giorgio Gaber!” “La musica è di Gaber, ma le parole sono di Simonetta. Come anche quelle di Una fetta di limone, Trani a gogò, Porta romana, Le nostre serate, Il Riccardo…”. Le accenno una dopo l’altra. “Belle! Pensavo fossero di Gaber…” “Te l’ho detto: musica di Gaber, testo di Simonetta” “Ah però, bravissimo! Mica male!”.  Oltre che scrittore e autore teatrale di successo, Umberto Simonetta (Milano, 1926-1998) è stato un paroliere tra i più originali e innovativi dell’epoca in cui nasceva in Italia quella che si sarebbe poi chiamata canzone “d’autore”.    Tra gli anni ’50 e i ’60 del secolo scorso diversi poeti e scrittori, da Calvino a Fortini a Pasolini e altri, si misuravano con la canzone (allora canzonetta). L’intento era quello di dar vita a un prodotto popolare “di qualità”, da contrapporre ai prodotti di consumo (o “di evasione”, come si diceva in quegli anni). Nel caso di Calvino e Fortini, la...

Il giardino di Giverny / A casa di Monet

Domenica mattina a Parigi le strade sono deserte nei dintorni della stazione Saint-Lazare. Ad attenderci dentro c’è Monet, che la stazione l’ha dipinta nel 1877 in quattro celebri quadri. Impossibile non pensare subito agli effetti di colore che la sua pittura ha colto quando entriamo. Dalla copertura sopra i binari la luce trapassa con dolcezza andando a toccare la solidità un po’ brutale delle travi in ferro e dei bulloni che la tengono su. Monet è già qui con noi, lui che, facendo della tecnica – non dei passanti o dei viaggiatori – il vero e unico soggetto del quadro, ne ha colto le sembianze più profonde e più dense unicamente in forza della sua visione.      Ed eccola qua la domanda che questa volta non smetterà di imporsi durante tutto il viaggio e durante la visita: la pittura è la riproduzione della realtà, come abitualmente si crede, o non è forse vero che è quella che noi chiamiamo realtà a dipendere dalla pittura e, più ampiamente, dall’arte e dalle forme della sua riproducibilità? Esiste oggi per noi la stazione di Parigi Saint-Lazare senza passare da Monet? Queste domande pongono in dubbio uno dei capisaldi del nostro modo di guardare il mondo: la...

Marco Cavallo / Quando la follia e il teatro divennero una cosa seria

Il teatro sembra essere il luogo in assoluto più attraversato dalla follia, e le istituzioni della psichiatria le più abitate dal teatro. La follia con il teatro diventa estensione e metafora dell’indecifrabile, dell’indicibile, dell’ambiguità della vita, dei sentimenti, delle emozioni, delle passioni; quasi che solo le parole della follia (e del folle) possano dire ogni cosa. Il manicomio dalla sua origine ospita il teatro della follia, della follia che diventa malattia. Il teatro dove si mette in scena sempre la stessa rappresentazione. Tutti costretti a recitare la stessa parte. Dalle origini il teatro si è appropriato della follia per tessere il suo infinito discorso sull’esistenza. La psichiatria all’inizio del XIX secolo tra le rassicuranti mura del nascente manicomio “costruisce” la malattia mentale, spoglia e svuota la follia di vitalità, di corporeità, di storicità. Di senso, in una parola. Tutto nel manicomio diventa finzione. Entrare nel gioco del teatro e della follia (e poi della psichiatria, della malattia mentale, delle istituzioni) e percorrerlo e raccontarlo non è affatto semplice.  Per cominciare non posso che collocarmi nell’ospedale psichiatrico di San...

Fondazione Benetton, Treviso / La mina di Matticchio

Franco Matticchio. La miniera di polvere è il titolo che Giovanna Durì ha scelto per la personale dell’artista che si tiene fino al 14 ottobre presso la Fondazione Benetton di Treviso. La curatrice, che i lettori di Doppiozero conoscono per i suoi disegni al tratto dei passeggeri delle ferrovie del Nord Est, ha utilizzato il termine miniera perché, oltre a rimandare a un racconto di Matticchio, allude sia alla mina, cioè alla grafite della matita, sia allo “sminamento” necessario per far conoscere l’autore a una cerchia più vasta di quella che già lo apprezza in Italia e nel mondo. Matticchio, con quella sua aria da eterno ragazzo, ha più di quarant’anni di lavoro alle spalle: il ‘Corriere della Sera’ dal 1979, il bel ‘Linus’ degli anni Ottanta, ‘Linea d’Ombra’ che, attraverso Goffredo Fofi, fece conoscere una generazione di grandi fumettisti (Mattotti, Giandelli, Toccafondo, Scarabottolo, Negrin), ‘L’Indice’, fino alla copertina del ‘New Yorker’.   Negli ultimi anni i non molti lettori che si soffermano sulle immagini possono trovare le ‘Matticchiate’ ogni domenica sul supplemento culturale del Sole 24 ore, mentre il lavoro più narrativo del fumettista è stato raccolto...

“Il flauto magico” a Bruxelles / Romeo Castellucci: toccare la luce

Non ci volle molto, dopo la sua prima rappresentazione a Vienna nel 1791, perché Il flauto magico divenisse una delle opere più celebri e rappresentate in tutta la tradizione operistica europea, fama che giustamente è continuata ininterrotta fino ai giorni nostri. Tra i suoi estimatori ci fu niente meno che il giovane Hegel, e una traccia di questo suo apprezzamento la si trova ancora nelle più tarde lezioni di Estetica dove viene lodata non solo la straordinaria parte orchestrale mozartiana ma anche il libretto di Schikaneder, che sarebbe da annoverare fra i più notevoli libretti d’opera fino ad allora mai realizzati: “il regno della notte, la regina, il regno del sole, i misteri, le iniziazioni, la saggezza, l’amore, le prove e, insieme a ciò, una moralità media che è eccellente nella sua generalità, tutto questo, insieme alla profondità, alla grazia incantevole e all’anima della musica, allarga e riempie la fantasia, riscalda il cuore”. Mozart e Schikaneder riuscirono in effetti a costruire con Il flauto magico un vero e proprio mito fondativo del progetto illuministico, inedito per l’epoca: la lotta della luce della ragione contro le tenebre della superstizione; la sconfitta...

25 giugno 1925 – 18 settembre 2018 / Robert Venturi, architetto gioioso

Dunque il 2018 si porta via due grandi americani della East Coast, Tom Wolfe e Robert Venturi. Di Richmond, Virginia, il primo, di Filadelfia, Pennsylvania, il secondo, nonostante tutte le loro differenze stilistiche resteranno entrambi legati alla città di Las Vegas scoperta letteralmente da Wolfe in uno dei primi reportage del New Journalism, Las Vegas (What?) Las Vegas (Can’t Hear You! Too Noisy) Las Vegas!!!!, pubblicato su “Esquire” nel febbraio del 1964. «Las Vegas è l’unica città al mondo in cui lo skyline non è costituito da edifici come a New York o da alberi come a Wilbraham, Massachusetts, ma da segnali stradali» è la sintesi del suo paesaggio urbano. In quel periodo Venturi stava preparando il suo primo libro, Complexity and Contradiction in Architecture, pubblicato poi dal MoMA nel 1966 (e in Italia da Dedalo nel 1980), un saggio teorico che impostava similitudini fra architetture antiche e moderne con estrema disinvoltura, pescando anche tra autori più rimossi che proibiti come gli architetti italiani compromessi col fascismo Armando Brasini e Luigi Moretti, detestati da Bruno Zevi e dal direttore di “Casabella Continuità” Ernesto Nathan Rogers. Formalista allora era...

“Il ramo spezzato” di Karen Green / È dura ricordare le cose tenere con tenerezza

Un anno dopo il suicidio di David Foster Wallace, avvenuto il 12 settembre 2008 a Claremont in California, sua moglie Karen Green, scrittrice e artista visuale, realizzò un’opera dal titolo La macchina del perdono. Si trattava di uno strano congegno realizzato con tubi e pezzi di plastica colorata che assomigliava a uno strumento di laboratorio. Gli spettatori della galleria d’arte di Pasadena in cui l’opera venne esposta erano invitati a inserire all’interno della macchina dei biglietti con scritti i nomi delle persone che avrebbero voluto perdonare o da cui avrebbero voluto ricevere il perdono.   L’importanza di quest’opera non risiedeva tanto nelle sue proprietà artistiche, quanto nella funzione che essa svolse nel ritorno alla vita e al lavoro di Karen Green dopo il grave lutto che l’aveva colpita. “Il giorno prima vivi una normale vita di coppia”, disse al «Guardian», “passi il tempo nella tua casetta a guardare per la terza volta il box set della serie tv The Wire, e all’improvviso ti ritrovi a essere la vedova del grande scrittore”. Quel 12 settembre di dieci anni fa fu la stessa Karen, tornando a casa, a scoprire il corpo senza vita di suo marito David. Oggi i lettori...

Scrittrici italiane al cinema / Oriana Fallaci: sul fronte del cinematografo

Figura ingombrante e in molti sensi difficile, Oriana Fallaci ha attraversato da protagonista la seconda metà del Novecento, muovendosi con agio e con piglio sicuro in ambiti fino ad allora impensabili per le donne: basti ricordare la sua tenace presenza come inviata di guerra in numerosi e infuocati fronti, a partire dal Vietnam, e le celebri interviste ai potenti della Terra, condotte con garbo e rigorosa impertinenza. Ma al di là delle immagini, ormai proverbiali, di lei che calza l’elmetto militare o che si scopre spavaldamente il capo al cospetto di Khomeini, ciò che più colpisce della sua intensa vita professionale è l’invenzione di inedite modalità di scrittura, felicemente in bilico fra letteratura e giornalismo, caratterizzate da una cura estrema per lo stile e da un meticolosissimo lavoro di documentazione. Di fronte alla ricchezza, alla originalità e alla vivace intelligenza dei testi che ha lasciato, emerge una sconcertante mancanza di studi, per lo meno in ambito italiano, dedicati a un corpus tanto eccezionale. A tale disinteresse hanno certamente contribuito, da un lato, il carattere ibrido della sua scrittura, che travalica i confini del giornalismo, frequenta...

Vite istantanee / Microracconti, teoria e pratica

Andrés Neuman pubblica con Vite istantanee (Sur 2018) una raccolta di microracconti alla cui coda pone un'ampia riflessione sui fondamenti di questo sotto-genere narrativo, permettendo quindi, grazie a tale abbinamento, una verifica immediata della teoria; e più indicando, tra i numerosi sudamericani, anche qualche autore italiano, induce a un ampliamento del canone nazionale in questo specifico ambito. Il quale, se il racconto è sintesi linguistica e strutturale (con “niente di troppo, nessuna scena, nessuna digressione, nessun particolare”), dovrebbe esserne con ragione la quintessenza. La tentazione prima di circoscrivere il microracconto dentro il racconto sulla base del numero di pagine è ovvia: devono essere meno. Di quanto però resta aleatorio, e lo stesso Neuman, autore peraltro di racconti tradizionali e di romanzi, presenta esempi che vanno dalle dieci pagine alle quattro, otto righe (Sproporzione, L'appuntamento della vita). Il microracconto d'apertura, che dà anche il titolo alla raccolta, è infatti a sua volta fatto da una serie di altri microracconti potenzialmente autonomi. “Signore distinto, non grasso, cerca donna semplice, preferibilmente di classe, laureata,...

Un libro sul guardare / I registi scrivono con gli occhi

Fotografia, cinema, pubblicità, tv, internet, Google Maps, smartphone, Skype, Facebook, navigatori satellitari, realtà virtuale e realtà aumentata, hanno moltiplicato l’attività del nostro sguardo.  Guardiamo troppo e in modo eccessivamente frammentario? Il guardare sta prendendo il posto del pensare? Si domanda Mark Cousins nel suo libro, riccamente illustrato, Storia dello sguardo (Il Saggiatore, pagine: 545, € 35,00). Mark Cousins è un regista e, si sa, i registi scrivono con gli occhi, per di più, egli ha dichiarato che i suoi film, nella maggior parte dei casi, trattano proprio dello sguardo, per questo ha deciso di scrivere un libro su questo tema. Prima di tutto per approfondire la propria visione sul vedere, ma anche per rendere partecipe il lettore, e lo spettatore, delle sue riflessioni. Si è quindi molto documentato, studiando i testi fondamentali che trattano questo argomento, sia dal punto di vista delle neuroscienze, che da quello dell’ottica, come da quello dell’arte figurativa e della Gestalt. Ne è uscito un libro che sembra la sceneggiatura di un film. Un film ad episodi, sebbene siano tutti incentrati sul tema del guardare.    Si parte dall’alba...

Mary Shelley e le sue creature / E la vita non separi più ciò che la morte può unire

Cosa preferisci essere? Una grande poeta o un uomo buono? Una sola vita a disposizione non basta ad essere entrambi. Guardandosi alle spalle, in una prospettiva storica, c’è un punto di non ritorno, in cui occorre gettare nel fuoco ciò che resta. Grandi poeti sono morti giovani, e non hanno probabilmente avuto momenti di riflessione che permettessero loro di scegliere: Byron, Shelley, Rimbaud. Altri costruirono le loro carriere letterarie con lunga maestria, trasformando in materiale di scrittura ciò che resisteva dal dilemma: Petrarca, ad esempio, che costruì la sua celebrità europea sino all’alloro in Campidoglio, nel Secretum in un dialogo immaginario con Agostino, scavò impietosamente la sua accidia, peccato capitale che insieme all’arte di amare lo tenne sempre lontano dalla beatitudine cristiana.   Per lui, nel Trecento, essere un uomo buono sarebbe stato lasciare l’ossessiva riscrittura del Canzoniere per dedicarsi alla preghiera, ma scelse la nevrosi del suo amore sublimato per Laura e un vocabolario limitato di soli 3.000 lemmi per scolpire infinitamente la sua miniatura di marmo perfetto, di alloro, oro, aura. Che uomo fu, Francesco Petrarca nella sua intimità...

Scene d’estate / Crisalide: L’esperienza selvaggia

Quando un vulcano ha le doglie o è scosso da un’attività sismica, non si sa bene che cosa potrà liberare. Potrebbe uscirne dell’innocuo fumo, eruttare una colata lavica, fiottare della cenere distruttrice, o aprirsi una crepa nella terra che rivela una miniera di oro e argento. Nei versi dell’Ars poetica, Orazio usa questa similitudine del vulcano che ha le doglie per riferirsi, in forma ironica, ai risultati modesti di un poeta che promette qualcosa di grande. Egli proclama un’opera magnifica, ma partorisce un topolino: e tutti ridono. Abbandonando l’ironia oraziana, potremmo portare all’estremo l’analogia tra il vulcano e il poeta, supponendo che il secondo è ambiguo come il primo. Quando i poeti hanno le doglie, possono liberare versi e pensieri vacui come il fumo, preziosi come l’oro e l’argento, o devastanti come la lava e la cenere ardente. Se il teatro è una forma di poesia, ci si potrebbe allora forse legittimamente domandare quanto segue. Anche il teatro è come una montagna che ha le doglie? E se sì, che cosa potrebbe liberare? Qualcosa di grande e arricchente e prezioso, o di piccolo e distruttore e miserabile?   Albe/Masque/Menoventi, “Macbetto”, ph. Lorenzo...

Arte e nazismo / La magia dell’arte degenerata

Lilly Abraham aveva solo 11 anni quando il Kindertransport la portava da Berlino a Londra nel marzo del 1939. È per lei e migliaia di bambini come lei, che non poterono vederla, ma ne ricevettero gli esiti, che Noel Norton, Irmgard Burchard, Richard Paul Lohse, Paul Westheim e Herbert Read organizzarono la mostra Twentieth Century German Art alle New Burlington Galleries di Londra nel giugno del 1938: oltre 300 opere di artisti tedeschi, fra cui Max Beckmann, Max Liebermann, Wassily Kandinsky, Paul Klee, Georg Grosz, Otto Dix e Kurt Schwitters, vennero esposte per presentare al pubblico inglese l’arte che la Germania non avrebbe più avuto, ma che, per fortuna, passando per Londra, sarebbe diventata del mondo.     A Hitler, infatti, convinto che l’arte dovesse essere solo figurativa, Kandinsky &C. non piacevano: l’anno prima, il 1937, due mostre a Monaco avevano scavato un solco, fra l’arte come doveva essere (nella visione nazista) e l’arte come avrebbe potuto essere (ma non sarebbe stata). La prima mostra, Große Deutsche Kunstausstellung (Grande arte tedesca), tenuta nella Haus der deutschen Kunst (Casa dell’arte tedesca), ebbe fra gli spettatori anche l’ineffabile...