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Arte

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Kamel Daoud: uno scrittore algerino / Il Pittore che divora le Donne

Essere, avere un corpo sembra a volte tutto ciò che sappiamo di noi e della vita; forse addirittura l'unica cosa che possiamo esibire come prova inoppugnabile della nostra esistenza. Questo dato incontrovertibile ce lo trasciniamo dalla nascita alla morte nei ruoli interscambiabili di protagonista, personaggio secondario o comparsa trascurabile; ma per quanto risulti l’unico oggetto certo del nostro mondo, ci pare talvolta comunque di non capirlo, o di immaginarlo soltanto. Abitarlo non evita l’urgenza di decifrarlo, interrogarlo, tradurne idee e parole che diano significato al fatto stesso della carne. Nella medesima forma gli altri ci oppongono la sicurezza tangibile della loro presenza, che pur nell’evidenza ci sfugge come il senso stesso del nostro corpo.  Conoscere un corpo, il proprio e quello altrui, diviene un atto di costante ricerca chirurgica dal successo altalenante.     Un uomo cammina, di notte, dentro le sale di un museo parigino. È uno scrittore algerino, Kamel Daoud, ed osserva le opere di Pablo Picasso, in particolare i ritratti di una sua amante francese, Marie Therese Walter, 17 anni lei e 45 lui all’epoca del loro primo incontro. Marie Therese...

Fotografia Europea / Hoda Afshar. Il dio vento

In fotografia è venuto man mano affermandosi sempre più chiaramente il ragionamento secondo cui esiste ciò che si vede. Declinando questo principio, per alcune branche di questa disciplina la conclusione estrema è che esiste solo quello che si vede (idea della propaganda) o, al contrario, il rifugio ultimo diventa sapere che almeno quanto si vede realmente esiste. Per questo sono nati lavori come quello di Joan Fontcuberta, basato proprio sullo scardinamento di questi principi, evidenziando quanto il falso e l’irreale possano essere interpretati come del tutto verosimili se racchiusi sotto l’etichetta di fotografia. Altre volte ancora, alla fotografia è stato delegato il compito di far emergere ciò che esiste ma che l’occhio comune non vede, come nei reportage più famosi, rimanendo però sempre nell’immanenza delle vite terrene.    Poche volte, invece, è stata affidata alla tecnica fotografica la missione di suggerire e raccontare una fede, per di più riposta nelle mani di elementi tanto tangibili quanto invisibili come i venti.  Quello che fa Hoda Afshar, fotografa iraniana (1983) e residente in Australia, è per l’appunto un’evocazione: con la missione sempre...

Dal rinascimento alla cancel culture / Immagini contese

Di quale storia abbiamo bisogno? Ne parlavo qualche tempo fa con un amico, illustre medievista attento ai nodi teorici e ai bisogni politici della cultura contemporanea. Quali storie, al plurale, rilanciava lui, convinto che fare storia (d’Italia, che era il tema della conversazione) non si possa più, perché la narrazione progressiva e orientata al presente che abbiamo ereditato dai maestri novecenteschi suona oggi sgangherata, se non ridicola, vista la conclamata fine della storia, l’apertura effettiva dell’orizzonte globale, la prevalenza del racconto sulla verifica e la compresenza di prospettive diverse. La discussione di allora mi riecheggia nella testa mentre leggo il libro di Germano Maifreda sul modo con cui le immagini svelano la storia, da poco uscito per le “Storie” di Feltrinelli (Immagini contese. Storia politica delle figure dal Rinascimento alla cancel culture). È un libro sull’importanza delle immagini nella formazione del giudizio storico, sulla triangolazione tra cancellazione, conservazione e manipolazione, sui processi di trasformazione, costruzione della memoria e anelito all’oblio, e soprattutto sul bisogno della parola a commento dell’immagine. Ma è anche un...

Milano, Lia Rumma / La carezza dell’arte di Ettore Spalletti

Ogni opera di Ettore Spalletti è una carezza verso l’osservatore, delicata, quasi impalpabile, sensuale come la stessa ‘polvere’ di colore che connota la produzione dell’artista. O meglio, è come una mano messa a coppetta nel duplice gesto del dare e del prendere, dell’accogliere e dell’essere accolto. È un abbraccio che, nella sua estrema tattilità, mantiene intatto il contatto con i sensi e dunque con il corpo stesso di chi la sta osservando.   Spalletti nasce nel 1940 a Cappelle sul Tavo, in provincia di Pescara. Pur essendo coetaneo agli artisti dell’Arte povera, del Minimalismo e dell’Arte concettuale, non si avvicina a nessuna di queste ricerche: la sua è, e rimarrà sempre, un’indagine in solitaria, tesa a superare l’azzeramento e lo strappo assoluto rispetto alla tradizione e alle valenze spirituali dell’arte avvenuti negli anni Sessanta, per invece reintegrare corpo e spirito, dimensione emotiva e oggetto, attraverso bellezza, tradizione e materiali sublimi come l’oro.   Libreria (particolare) 2018 ph. Matteo Ciavattella Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano | Napoli e Studio Ettore Spalletti. Nel corso della sua vita, terminata l’11 ottobre 2019, ha tenuto...

Visita guidata / Biennale 2022: il latte dei sogni

Se la prima apparizione di un personaggio, al cinema o nella narrativa, rivela allo spettatore un carattere, un segno decisivo o un destino, così Il latte dei sogni si apre all’Arsenale con un’opera che riassume in sé molti dei temi che costituiscono le direttive dell’ambizioso progetto di Cecilia Alemani per la Biennale 2022. Brick House (2019), scultura monumentale in bronzo di Simone Leigh – protagonista anche del Padiglione USA e prima donna afroamericana a rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale –, un gigantesco busto di donna posto al centro della prima sala, evoca il femminile, le culture originarie, non-occidentali, non-bianche, non-binarie, il corpo, il mito, il superamento del limite, la trasformazione, il colonialismo. Delle intenzioni di Alemani, l’opera di Leigh suggerisce anche un certo imperativo, che è al tempo stesso punto di forza e tallone d’Achille di una mostra pensata e costruita durante la pandemia, e che con le conseguenti restrizioni ha dovuto fare i conti. Alemani ha avuto a disposizione un surplus di tempo per la preparazione, dato che per la terza volta nella sua storia la Biennale ha subito uno slittamento, cosa accaduta soltanto in prossimità...

Un libro e una mostra / Art Spiegelman a Bologna

Una pubblicazione firmata Art Spiegelman è già di per sé una notizia. Il cartoonist americano autore di Maus, uno dei fumetti più importanti e influenti mai comparsi, ormai da anni centellina le sue produzioni. Ed è un editore italiano – Sigaretten – a pubblicare in prima edizione mondiale il nuovo lavoro di Spiegelman: si tratta di Street Cop Uncovered!, un volume che raccoglie i bozzetti e le prove realizzate da Spiegelman per illustrare la novella Street Cop, scritta da Robert Coover e uscita nel 2021 negli Usa.    La copertina di Street Cop Uncovered! Il racconto di Coover è stato pubblicato nel 2021 da Isolarii, un minuscolo progetto editoriale con base in Inghilterra. Letteralmente minuscolo, dato che il formato dei volumi é più piccolo di uno smartphone (esiste anche una versione in francese pubblicata da Flammarion). Coover è uno scrittore poco tradotto in Italia (ma ultimamente NNE editore sta pubblicando i suoi libri) ed è considerato uno dei padri della letteratura postmoderna americana (ha appena compiuto 90 anni!). In effetti il suo “poliziotto di quartiere” si muove in una città futuristica, popolata da robocop, zombie e astronavi, dove il tempo e...

Carte d'amore / Dialogo sull'amore con Antonio Prete

“Tutti li miei penser” – scrive Dante Alighieri nella Vita Nuova – “parlan d’Amore”.  Ma come si scrive di amore? Non c’è forse un certo pudore nell’avvicinarsi a questo “paese che non ha confini”, nel cercare di circoscriverlo, raccontarlo al di là di nomi, corpi, ricordi, al di là del “tu” cui ogni amore si rivolge? E ancora: che cosa è questo “tu”? Già Fedro nel Simposio ricordava quanto nessun uomo avesse mai osato celebrare degnamente Eros. Eppure l’amore è esperienza comune.  Carte d’Amore prosegue il cammino di Antonio Prete attorno ai modi del sentire: nostalgia, lontananza, compassione, interiorità. Un cammino che qui si fa figure dell’amore – apparizione, seduzione, tenerezza, e ancora ombra, lettera, gelosia – e paesaggi dell’amore – giardino, mare, strada, corpo. A separare questi due momenti un intermezzo: il Simposio. Sappiamo del banchetto in onore di Eros, sappiamo di Pausania, di Aristofane, sappiamo di Agatone e di Diotima. Antonio Prete in questo nuovo libro procede per indugi e divagazioni: l’amore, sembra raccontare la forma di questo saggio che saggio non è, si può solo provare a dire, nominare qualcosa della sua lingua, affacciarsi, lasciare che “...

The human comedy / Ai Weiwei: morte alle terme

Uno dei momenti in cui si pensa alla morte è immersi nelle tiepide acque di una spa. Ai bordi di una enorme piscina di un complesso termale. In fondo ci si reca per rigenerarsi, vale a dire colla preoccupazione che la morte sta strappando via via alla vita pezzi – alle volte anche fisici, epidermici, cellulari – e noi dobbiamo correre ai ripari, fare qualcosa, non rimanere fermi di fronte allo scorrere del tempo. E se è vero che non ci si bagna due volte nelle medesime acque di un fiume, conoscere se stessi è, ugualmente, porsi di fronte al limite dello scorrere, di certo al limite della morte per primo. È per questo che nel complesso termale più grande dell’antichità, le Terme di Diocleziano di Roma, il “gnoti seautòn” è impresso in un mosaico in cui è raffigurato un divertito scheletro che ci guarda sdraiato sul fianco sinistro. Non era peraltro raro trovare raffigurazioni della morte e della caducità della vita anche in occasioni che sembrano lontanissime, stridenti: nel Satyricon di Petronio viene narrato il momento in cui uno schiavo, durante uno dei ben noti pasti di Trimalcione con ospiti e fasti d’ogni sorta, porta in scena un “larva convivialis”, uno scheletro d’argento “...

Teatro Valdoca / Pinocchio, cosa insegnarti se non l’amore?

La platea è coperta da un telo macchiato di rosso. Il palco, misterioso, mostra bene luci, fari che saranno imbracciati per evidenziare gli attori e certi dettagli. Un telo circolare in terra con sbaffi rossi, come pista per i cavalli. Una scaletta per acrobati. Il circo, racchiuso nel buio del fondo di quella caverna che genera immaginazioni. Pezzi di legno su una lettiga: intorno, in piena luce, ramaglie potate, bruciate: Pinocchio non c’è, il burattino di legno non c’è, è il resto di un falò. Pinocchio è un mistero. Enigma si intitola l’ultimo spettacolo del Teatro Valdoca, prodotto con Ert, rappresentato al Bonci di Cesena, a India a Roma, all’Alighieri di Ravenna, all’Arena del Sole di Bologna, in pochi luoghi, in un sistema teatrale che non ama l’arte profonda, gli enigmi appunto, come questo Requiem per Pinocchio; un sistema dello spettacolo che vuole tutto spiegato, tutto prosastico, che non capisce i canti disperati e lievi, pieni di aria, magmatici.    La Fatina appare, prima di Pinocchio, come un essere misterioso, piccola grandissima donna, voce profonda, presenza magnetica, depositata sotto un velo, come un dono, da un gigantesco danzatore, un Mangiafoco che...

Una mostra a Firenze / Amos Gitai: l’arte tra due abissi

In Italia, nonostante una presenza ricorrente nei festival, il lavoro di Amos Gitai non ha sempre circolato nei circuiti commerciali. Se questo gli è valso un cult following, per un pubblico generale è stato difficile seguirne il lungo itinerario artistico. Un plauso alle istituzioni fiorentine (Comune e Teatro della Pergola) che hanno allestito in contemporanea una video istallazione Promised Lands nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, e lo spettacolo Exiles Interieurs, una produzione Théâtre de la Ville e Agav Films. Le due cose insieme, quasi un dittico, offrono un’introduzione e una panoramica retrospettiva dell’opera del cineasta israeliano.   Nell’anno del centenario di Pasolini, è forse proprio PPP che può aiutarci a entrare nel particolare uso del cinema sviluppato da Gitai. Come Pasolini, infrangendo regole e convenzioni, arrivò alla regia dalla poesia, Gitai arriva al cinema dall’architettura, e da un “vissuto” sempre in primo piano. Figlio di Munio Weinraub, architetto polacco formatosi alla Bauhaus (la cui estetica e principi trasferì in Palestina), e di Efratia Margalit, insegnante e intellettuale, figlia di emigrati russi, cresciuta in stretto contatto con gli...

Nucleare / Non toccate i gatti radioattivi!

Gatti verdi e viola. Verdi e viola perché radioattivi. Schivati come la peste dagli umani. Solo così questi umani riusciranno a sopravvivere. La sinossi monca di un romanzo apocalittico o di un film di fantascienza? Acqua. Facciamo un salto indietro.   Semiotica nucleare   Nel 1981 il Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti e la società edilizia e ingegneristica Bechtel Corporation costituiscono lo Human Interference Task Force (HITF), un gruppo eterogeneo di ricercatori composto da scienziati, linguisti, ingegneri, antropologi, fisici nucleari e scienziati comportamentali. Da loro dipende la sopravvivenza del genere umano, come si sentirebbe dire con enfasi in un trailer: sono infatti invitati a riflettere su come tenere gli umani del futuro alla larga dai depositi di scorie nucleari altamente radioattive per almeno i prossimi 10.000 anni. All’epoca si annuncia come imminente l’apertura dello Yucca Mountain Nuclear Waste Repository in Nevada, un progetto controverso e alla fine fallimentare (come ben ricostruito John D’Agata in About a Mountain, 2010).   Il problema è immenso perché, come sanno bene gli studiosi, bastano mille anni per rendere un testo...

Passioni di carta / Una Bibbia per i poveri

Strana Pasqua quella di questo anno 2022, che vede una guerra atroce, distruttrice, disumana violentare quella fragile pace che gli ultimi settant’anni sembravano avere acquisito. Una guerra che nasce nel cuore delle due Europe (quella d’Oriente e quella d’Occidente), ma sta mostrando un crescendo di implicazioni mondiali con prospettive terrificanti. Strana Pasqua, perché mentre dovrebbe, come tutte le Pasque, celebrare il memoriale di un uomo ingiustamente ucciso dalla crudeltà del mondo, e dunque spingere il cuore almeno dei cristiani a una conversione verso la fratellanza, la giustizia, la speranza, li vede in gran parte – almeno quelli più legati alle Chiese locali, soprattutto quelle d’Oriente, da sempre fortemente identitarie – su fronti contrapposti, pronti a odiarsi e a uccidersi l’un l’altro, pronti a rivendicare non un Dio di tutti, ma un Dio fortemente partigiano, il “Dio con noi” di famigerata memoria, che ciascuno può a suo piacere fare proprio. Sì, lo sappiamo che gli esseri umani sono straordinariamente inventivi nel male come nel bene. Ma è inevitabile chiedersi: che cosa non è andato nella trasmissione della fede? Che cosa ha funzionato tanto male da produrre una...

Un monumento musicale della cristianità / La Passione secondo Bach

Cantare il racconto evangelico della Passione di Gesù durante le celebrazioni del Venerdì Santo era un’antica tradizione musicale della Riforma luterana. In origine lo si era fatto in modo responsoriale, poi si era affermato lo stile corale polifonico ed erano emerse in ruoli sempre più importanti le voci soliste. Alla fine del Seicento, l’impetuosa affermazione, anche nelle città tedesche, del gusto melodrammatico di origine italiana aveva avuto l’effetto di aggiornare forma e stile della musica con la quale nelle chiese si narrava la morte del Cristo. Nasceva quella che poi gli storici avrebbero chiamato Passione-Oratorio. Si trattava di una formula di compromesso, in equilibrio fra la severità teologica del genere sacro e la ricchezza degli “affetti” tipica dell’Aria, cuore dell’opera italiana. Dal punto di vista strutturale, questo tipo di composizione era basato sull’interpolazione fra il testo evangelico (non necessariamente nell’originale, talvolta sottoposto ad ampie elaborazioni) e una serie di “Arie spirituali” di commento e meditazione, contrizione e pentimento, affiancate a loro volta da un certo numero di cori polifonici; il tutto, con accompagnamento strumentale...

Un libro di Clément e un film di Annaud / Nostra Signora delle Piante

Vegetalizzare il sacro   Quando Notre-Dame bruciò, quel 15 aprile 2019, piovvero dall’estero tanti soldi in una gara pubblica di solidarietà internazionale, una pioggia paragonabile solo all’acqua cosparsa dai pompieri sulla cattedrale per nove ore. Il film di Jean-Jacques Annaud Notre-Dame brucia (2022), distribuito ora nelle sale francesi, racconta bene quei momenti di tensione e coraggio, in una Parigi incredula e paralizzata dal traffico. Quella gara di beneficienza mirava a ripristinare il simbolo della cristianità francese e dell’arte gotica, restituendolo al suo stato precedente l’incendio, in modo che l’unica luce interna tornasse a essere quella filtrata dalle vetrate o quella elettrica. Che altre strade fossero percorribili?   Giugno 2019, Potager du Roi di Versailles. In occasione della prima Biennale d’architettura e del paesaggio d’Ile-de-France si tiene un incontro col giardiniere-paesaggista Gilles Clément. Incalzandolo sull’attualità, qualcuno dal pubblico gli chiede cosa pensa del cantiere di ricostruzione della cattedrale. La risposta è inattesa, ancor più nel cuore dell’ancien régime: “Dal momento che la luce è finalmente entrata in questo luogo, non...

Artpod / Julian Schnabel “Man of Sorrow (The King)” 1983

Una perenne tensione conoscitiva sul mondo che tuttavia sempre si ostina a negarsi; se ne colgono dei brani, se ne sentono degli odori, ma mai se ne afferra il noumeno. Questa è la condizione umana, che un autore come Julian Schnabel sembra recepire e fare sua in assoluto. La sua è una ricerca di evidente stampo filosofico, e lo stesso oscillare tra pittura e cinema lo verifica. D’istinto mi viene da pensare a Paul Valéry, un autore anch’egli con una sensibilità che, con altri strumenti, ha lavorato costantemente esposta sul fronte del confine (tra i linguaggi, le discipline, le strutture cognitive).   Schnabel come Valéry coglie il moto ondoso dell’umano, recepisce il “Tout va sous terre et rentre dans le jeu!” di Il cimitero marino. Man of Sorrow è un’emersione/immersione da/in un qualche buio di una figura che manifesta tutta la sua fragilità in perfetta contraddizione con la sua entità simbolica: il potente – The King doveva infatti essere il titolo originario dell’opera –, che al debole riparo di un sipario sembra abbandonarsi e cedere sotto un carico di dolore che immediatamente lo identifica al Vir Dolorum biblico, al Cristo sofferente per l’umanità (dove per esprime...

Pasolini 100 anni / Pier Paolo Pasolini: folgorazioni figurative

La discesa sotto il piano stradale apre le vie di un altro mondo. Nel sottopassaggio di via Rizzoli a Bologna un tempo c’erano negozi di scarpe, di abiti, di valigie, di indumenti intimi, un pavimento di brutta plastica e la bottega meravigliosa di un vecchio burattinaio, Demetrio “Nino” Presini. Residuo degli anni sessanta, era stato abbandonato e riutilizzato qualche anno fa dalla Cineteca per una bella mostra sulle memorie fotografiche di Bologna. Ora scendi quelle scale ed entri in un mondo Pasolini. Tra voci di film e suoni trovi pareti scure, corridoi torti o diritti, slarghi, spiazzi di forma rotonda, nicchie e due muri che si aprono sui lastricati di antiche strade romane. Un labirinto, un assalto di sensazioni, stimoli, filmati. Sui muri foto di scena di film in bianco e nero o a colori e particolari di quadri antichi o novecenteschi a colori.    Certi scatti dai set di Pasolini si specchiano in dipinti, di Masaccio, di Giotto, di El Greco, di Pontormo e Rosso Fiorentino, di Caravaggio, di Velasquez, fino a Léger, a Carlo Carrà, a Francis Bacon. Vedi subito una natura morta con bottiglie di Giorgio Morandi, e un regazzino in canottiera di Accattone che ha...

Scarabocchi / Graffiti a Roma: da Pompei alla Metro B

Da dove viene la parola graffiti? Il dizionario Treccani la pone come derivato del verbo ‘graffiare.’ Storicamente è associata alle incisioni come quelle conservate sui muri di Pompei. Dunque, prima che comparissero le famose scritte anni ’80 sulla metropolitana di New York, i graffiti erano già apparsi in altre forme in Italia, molti secoli prima. Al giorno d’oggi, la parola graffiti richiama le opere a bomboletta spray, figlie del movimento americano. Ma chiunque abbia visitato New York negli ultimi anni può constatare che di scritte, sulla metropolitana, non ne è rimasta traccia.  A Roma, invece? Roma di graffiti sulla metro ne ha ancora. Vi dirò di più: è una delle uniche città al mondo in cui i graffiti ancora circolano, schizzando dinamici di stazione in stazione come quando il fenomeno era ai suoi albori. Direte: ma allora c’è un movimento anche in Italia. Ebbene sì. Andiamolo a scoprire.   Le origini dei graffiti a Roma   Quando spuntarono i primi nomi a vernice sugli esterni delle subway newyorkesi, la parola ‘hip hop’ echeggiava vuota per le strade di Roma. La città era troppo occupata a riprendersi dal trauma degli Anni di Piombo. Il graffitaro romano Kiv...

Narcisista, borderline, maniaco-depressivo / I tre caratteri di Christopher Bollas

Tre caratteri. Narcisista, borderline, maniaco-depressivo (Raffaello Cortina 2022) di Christopher Bollas, membro della British Psychoanalytical Society e figura di spicco tra i teorici della psicoanalisi contemporanea, è un libro che sceglie la via di esprimere i pensieri clinici in prima persona, facendo buon uso di una tecnica appresa quando l’autore studiava alla scuola di specializzazione in letteratura inglese. Dovendo rispecchiarsi con le multiformi sfaccettature e complessità dei personaggi, scoprì che poteva avvicinarsi ad essi solo mettendosi nei loro panni. Empatizzava con loro nella successione delle azioni che i personaggi mettevano in scena, disvelandone un possibile senso.    Bollas in Tre caratteri rievoca questa sua tecnica attraverso l’incipit del Moby Dick di Melville, che inizia con il discorso di Ismaele: “vado per mare perché se non lo facessi finirei per ammazzare qualcuno” (p. 11). In realtà l’incipit di Ismaele, nella traduzione di Cesare Pavese, è ben più complesso e si conclude in modo diverso: “ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare...

Artpod / Gerhard Richter “Kleiner Liegender Akt“ 1967

Nel dipinto di Gerhard Richter che porta il nome di «Kleine Liegender Akt» c’è una donna sdraiata su un fianco, sopra un sofà, completamente nuda. È appoggiata dolcemente sui gomiti, col busto appena ruotato e inclinato in avanti. Le sue braccia cingono un cuscino scuro. La gamba destra, sollevata, va a incrociare la sinistra, all’altezza del polpaccio. Probabilmente la donna ci guarda. Non lo possiamo stabilire con certezza, perché l’immagine è sfuocata. Una specie di velo opaco si frappone tra noi e il dipinto e ci impedisce una visione distinta degli occhi della donna e dei dettagli della stanza in cui si trova. Dietro il suo corpo nudo si staglia una superficie rettangolare, decorata a losanghe (una grata?), che a uno sguardo frettoloso potrebbe anche sembrare un arazzo (o un tappeto volante).   Più probabilmente, però, è un mobile, accostato alla parete, ce lo dicono i due oggetti appoggiati sopra: un quadro e un vaso di fiori. Ma sarà davvero questa la realtà? Sembra che l’artista abbia voluto sottrarre leggibilità alla sua immagine, che a noi pare quasi una fotografia dipinta. In un certo senso è proprio così, perché Richter, fin dal principio della sua ricerca, adotta...

Un'antologia a cura di Riccardo Venturi / Mark Rothko: vivere l'arte

Esistono dei colori dall’apparenza spettrale detti “della lontananza” perché localizzati a distanze imprecisabili. Nella pittura di Mark Rothko questi colori si manifestano, occupando progressivamente l’intero campo visivo, in corrispondenza a una svolta stilistica (signature style) avvenuta dopo un periodo d’inattività. Per un anno intero l’artista americano di origini lituane Mark Rothko smise di dipingere dedicandosi esclusivamente alla scrittura, in seguito o in coincidenza con la morte della madre. Questo periodo di inattività sembra aver influito sulla svolta che lo porterà ad elaborare il suo stile distintivo.   Scrutando dentro se stesso attraverso la scrittura, Rothko avrà scoperto un legame tra la sua “preoccupazione manifesta per la morte” e quella del colore che si dilata fluttuando sulla superficie della tela? L'idea che uno scambio tra pittura e scrittura porti al cuore dell’esperienza umana è dichiarata in un’intervista rilasciata a William Seitz il 22 gennaio 1952: “Il tipo di scrittura di cui abbiamo bisogno oggi è quella in cui le persone trascrivono le loro reazioni davanti alla pittura, scrutare dentro loro stesse per essere in grado di verbalizzare...

Un saggio di Vincenzo Trione / Artivismo: arte & politica

Tre altalene rosa infilate tra le sbarre della palizzata metallica che costituisce il muro tra il Texas e il Messico, coi bambini che, da una parte e dall'altra, vanno su e giù per venti minuti nel luglio 2019. Un archivio che raccoglie le “impronte acustiche” dei primordi dell'evoluzione, cioè i suoni delle grandi foreste primarie, i luoghi ecologicamente più ricchi, incontaminati e minacciati del mondo. Un gabinetto a secco, fatto con materiali di recupero, che usa acqua piovana, raccoglie i rifiuti e li trasforma in concime, ideata per essere costruita dagli abitanti di un'enorme baraccopoli di Caracas del tutto priva di servizi e fognature. Un attacco hacker al sito del Whitney Museum che, per qualche minuto ogni giorno, annerisce lo sfondo e sostituisce le immagini delle opere con assi di legno, per protesta contro le violenze razziali. Un centro temporaneo di socializzazione nel Bronx, fatto con piattaforme rudimentali, camminamenti e baracche di legno piene di citazioni (in inglese) di Gramsci. Una nave della finanza francese acquistata e dipinta da un famoso street artist, che viene impiegata per operazioni di soccorso nel Mediterraneo.   Un quadrato inciso nel...

Index / Maurizio Cattelan intervistatore

C’è tutto un periodo di Maurizio Cattelan che è ancora da ricostruire, anzi due. Lui li espunge dai suoi cataloghi e non ne parla, pare che rinneghi anche alcune delle opere del primissimo, che invece è così significativo e – certo, le speculazioni, ma, insomma, ora che è oggetto di studio, non dovrebbe temerle – peraltro interessante. Dell’altro, diciamo dal 1989 fin dentro la prima metà degli anni ’90, lui fa una selezione mirata, lasciando fuori tutta una serie di operazioni, ancor più che opere, di cui alcuni testimoni hanno raccontato qualche episodio, ma molti restano da riscoprire. Qualche amico dell’epoca, tra Bologna e Milano, ne ricorda qualcuno, come quelli ricordati da Gianluca Codeghini sul volume dedicato a Cattelan della collana “Riga” (a cura del sottoscritto insieme a Bianca Trevisan, Quodlibet 2019).   Cattelan, insieme ad altri artisti, Codeghini appunto e Maurizio Mercuri e Mirko Zandonà, si scambiavano di identità, improvvisavano interventi e intere mostre, con niente, non avendo mezzi a disposizione, ma anche per quell’atteggiamento di iper-understatement che li caratterizzava – un artista amico, Dario Bellini, li ha definiti “gli anni del cazzeggio”....

Omar Calabrese: forme informi

Il tempo scorre a gran velocità, spazzando con sé uomini e cose, significati e valori, desideri d’una vita e piccole tattiche del quotidiano. Quel che ieri era qui oggi manco ce lo ricordiamo, al punto che guardare al passato è come pensare al futuro, aprirsi alla novità di quel che è stato. Ogni tanto sembra che il ritmo rallenti, che il flusso si blocchi in un fermo-immagine che desta meraviglia e sospetto: che sarà mai? Ma prima ancora di trovare una risposta ecco che la vita riprende a scorrere rapidissima, senza direzioni prestabilite, senza senso. Quel che manca, allora, è proprio il sentimento stesso del tempo, la percezione delle sue scansioni, i nessi che legano le forme del mondo alle strutture del pensiero, i significanti ai significati.   Riprendere in mano un libro di Omar Calabrese, a distanza di dieci anni dalla sua prematura scomparsa, fa riemergere questo tipo di sensazioni, scatena questo senso di impotenza generalizzata, questa indeterminatezza cognitiva che sfocia in un tripudio di passioni tristi in perenne disordine. Innanzitutto perché questi dieci anni sembrano cento. È accaduto di tutto, nel frattempo, nella vita come nell’arte, nella scienza e nella...

Artpod / Barry x Ball “Matthew Barney” 2000-2003

Fa una certa impressione vederla sospesa là, nella Collezione Maramotti, la testa di Matthew Barney segnata di rosso, come se fosse sanguinante, con due lunghe appendici come un collo svuotato della carne che lo lega al corpo. Una faccia immobilizzata nel freddo di una preziosa scultura, levitante al soffitto con un perno placcato in oro, il volto di un amico ritratto dallo scultore nel prezioso onice messicano, e trasformato in una specie di San Sebastiano trafitto al capo da un solo dardo. Il cranio è una calotta sovrapposta al volto, fissato in un’espressione intenta ma mobile allo stesso tempo. Sembra un reperto antropologico, una testa conservata da una tribù di imbalsamatori della parte più nobile dei nemici o dei parenti, antenati protettori. La mobilità dell’autore di Cremaster, viaggio nei miti della società americana, video magici di trasformazioni, è recuperata pienamente dal gioco di luci, che moltiplicano il riflesso della scultura su vari punti del pavimento.   Algido orrore autoptico e potenza di metamorfosi. Questa scultura, frutto di uno sguardo ammirato alla cultura italiana classica, come le altre delle serie Ritratti e Capolavori, è un misto di...