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Arte

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Pensare per immagini / Umberto Curi, La morte del tempo

Si intitola La morte del tempo ed è un volumetto di Umberto Curi, quello che qui esaminiamo. È uscito per la collana Icone. Pensare per immagini, del Mulino di Bologna, diretta da Massimo Cacciari e nella quale alcuni studiosi, singolarmente o in coppia, commentano un quadro, l’icona di turno, associandolo a concetti, principi, idee, motivi, riflessioni.   Qui l’icona è un angosciante dipinto di Goya, il leggendario pittore e incisore spagnolo, del periodo 1820-23. Essendo Francisco Goya y Lucientes nato nel 1746, all’epoca del dipinto era più che settantenne e già sordo. Sarebbe morto nel 1828 a Bordeaux, in Francia, dove visse gli ultimi anni. Il dipinto è conosciuto come Saturno che divora un figlio, e fa parte della serie delle «pitture nere» della Quinta del sordo, la dimora in cui il pittore soggiornò dal 1819 fino al settembre del 1823 o 24. Con i suoi dipinti – che però potrebbero anche essere del figlio Xavier, mah – Goya decora due sale rettangolari dipingendo con la tecnica dei murales, cioè a olio e direttamente sul muro appena spalmato di solfato di calcio. Dalle pareti i dipinti, in numero di quattordici, vennero successivamente staccati, e ora si possono...

6 settembre 1944 - 14 luglio 2021 / Christian Boltanski: la resistenza all'entropia del tempo

Per tutta la vita Christian Boltanski ha incarnato l'impulso forse più antico e profondo che spinge l'uomo a fare arte: resistere alla morte, all'entropia del tempo, all'indifferenza del caso di fronte al quale siamo tutti unici e tutti uguali. Si è spento il 14 luglio, a 76 anni, ma i suoi atti di resistenza resteranno a lungo, in giro per il mondo, prima di arrendersi all'entropia. Il suo cuore, per esempio, continuerà a battere in una stanza in penombra sull'isola di Teshima in Giappone, pulsando in sincrono con una lampadina che illumina a intermittenza pareti rivestite da pannelli neri specchianti. E batterà finché questa installazione permanente sarà ospitata in quel museo che sembra una bianca astronave aliena affondata sul fianco della collina e aperta verso il cielo e l'oceano. «L’artista per me è come se avesse sulla faccia uno specchio così che ognuno quando lo guarda possa dire: “sono io”», ha detto in questa bella intervista.   Si potrebbe pensare che è un privilegio esclusivo dell'artista, che può lasciare in custodia le sue reliquie in luoghi come questo, adibiti al culto dell'arte. Niente di più lontano da Boltanski. «Il ruolo e lo scopo dell’artista è di...

Echi dall'origine e memoria del futuro / La teoria delle balene

Il fascino che l'arcaico esercita su di noi potrebbe essere collegato all'archeologia della nostra mente, laddove risiedono le condizioni originarie dei nostri processi emozionali. Il canto delle balene è un’esperienza originaria, per molti aspetti inenarrabile nei suoi effetti nelle nostre sensazioni. Forse Claudia Losi nel concepire il suo progetto artistico di lunga durata ha voluto ascoltare l'arcaico che risuona in noi e tradurlo in un progetto durato venti anni. Il suo lavoro, tra le altre originalità, si caratterizza come un’isteresi: ci racconta che nel nostro presente non agiscono solo le cose di oggi, ma sono attive e importanti le cose di sempre, sulla cui accumulazione noi costruiamo, più o meno consapevolmente quello che siamo e facciamo oggi. Come lo definisce lei, quel progetto è un arcipelago che si compone di isole, stretti e continenti in movimento, come le correnti che lo attraversano, dai tempi e dalle voci differenti. È la mia balena, scrive Claudia Losi. Ognuno di noi ha, per certi aspetti, la propria balena, e tutti abbiamo i nostri antenati, come proprio a proposito di delfini e balene ha mostrato Marco Belpoliti con I nostri antenati: delfini e balene. Un...

Visite guidate (2) / Govert Flink, Bambina accanto al seggiolone

Alla Maurithuis di L’Aia c’è un ritratto di Bambina accanto al seggiolone di Govert Flink, del 1640, che senza andare a pescare tra i Bambin Gesù o Giovannini vari, e nemmeno tra i Bronzino e i Velasquez o altri bambini olandesi in quadri di famiglia come quello di Pieter Fransz de Grebber di Lisbona di cui ho già parlato, o anche da soli, come certi Franz Hals o Judith Leyster, mi ha ricordato, oltre al magnifico Ritratto di una bambina della famiglia Redetti (1566-70 ca) di G.B. Moroni dell'Accademia Carrara di Bergamo con un'associazione del tutto personale e non fondata su parentele iconografiche di rilievo, se non per opposizione per quanto può essere bella, e infantile, non signorina né vecchina, una bambina anche in gran tenuta con abitino di broccato, gorgiera e maniche candide di seta o mussola, con i capelli che davanti sembrano lasciar liberi i riccioli mentre dietro un filo di perle si intreccia a una piccola crocchia e si chiude un nastro e una perla più grande, ma delicata, che risponde sia agli orecchini e alla collana di perle che al discreto braccialettino di corallo al polso destro,      mi ha ricordato, dicevo, il Bambino giacente nella culla (...

La mostra all'Hangar Bicocca / Il respiro di Cattelan

Uno studente dell’Accademia Carrara anni fa propose per la mostra di fine anno un’operazione irrealizzabile, rifiutata la quale ripiegò su una t-shirt con la scritta “Prometto che non farò mai più opere provocatorie”. Volevo andare all’inaugurazione della mostra di Maurizio Cattelan all’Hangar Bicocca di Milano con quella t-shirt, ma poi sono troppo posato per ardire a tanto. Vista la mostra, mi rendo conto che forse avrei centrato un punto. In effetti, niente provocazioni, niente scandali, Cattelan gioca seriamente. A meno che… Titolo bellissimo, una triade che prende subito e che ti accompagna per tutta la mostra e segna il tuo stato d’animo: Breath Ghosts Blind. Tre parole, tre opere, in successione ma anche insieme, come indica l’assenza di virgole.     Dunque, prima stazione – negli enormi spazi dell’hangar – una persona e un cane in marmo bianco, illuminati da uno spot nell’oscurità, sdraiati a terra, uno di fronte all’altro. Sono morti o vivi? Dormono? Qual è la differenza tra la vita e la morte? Il sogno? No, il respiro, asserisce il titolo. La persona – confesso che non ho capito se sia un uomo o una donna, la parte superiore pare di maschile, niente seno, il...

Dialogo tra due mostre / The Families of Man al MAR di Aosta

Ci sono mostre che proiettano ombre lunghe davanti a sé, e una di queste è senz’altro The Family of Man, ideata e organizzata nel 1955 da Edward Steichen al MoMa di New York. Una mostra-evento ormai leggendaria che simboleggia un certo modo di concepire la fotografia, e anche la realtà, in una precisa congiuntura storica. The Family of Man vede la luce infatti in un momento particolare: la Seconda Guerra mondiale è finita da poco, e il ricordo dei suoi orrori e delle sue atrocità è ancora ben vivido, accompagnato dalle tensioni dovute alla cosiddetta guerra fredda. Nello stesso tempo, però, negli anni Cinquanta l’Occidente vive una fase di grande progresso e benessere, che genera un sentimento di ottimismo e di fiducia nel futuro. L’intento dell’operazione di Steichen era chiaro, e dichiarato: “Siamo interessati alla coscienza umana di base più che alla coscienza sociale”, si legge in un comunicato stampa dell’epoca; e ancora: “[…] E’ essenziale tenere a mente gli elementi e gli aspetti universali delle relazioni umane e le esperienze comuni a tutto il genere umano […]”.   L’obiettivo era quello di celebrare la dignità umana nel suo complesso e i valori di pace e speranza per...

Non recensiti / Gabriele Basilico, Bambole in bianco e nero

Chissà cosa intendeva esattamente Basilico quando paragonava i suoi non frequenti ritratti alla fotografia industriale, che come è noto gli era più familiare. C’è architettura in una fabbrica, certo, in un insieme di fabbriche, in una strada industriale, in un silos, in un magazzino, ma c’è anche nel corpo di una persona. Si notano strutture comuni – una fabbrica ha un tetto, uno scheletro di travi, gli esseri umani due gambe e due braccia – ma anche la loro unicità irripetibile, data dall’uso, dal tempo, dalle esperienze vissute. Mentre le fabbriche ci raccontano la vita di chi le ha vissute senza che uomini e donne appaiano più, come in un ciclo concluso in cui la fabbrica stessa diventa rifiuto industriale, le foto raccolte in questo prezioso libro che il fotografo aveva intitolato Non recensiti (Humboldt Books, 2021) appaiono creature periferiche, lontane nel tempo, gli anni 70, ma lontane anche da quel che è venuto dopo. Avviene tutto per caso: Basilico, incuriosito da un teatrino di provincia, chiede di fotografare gli artisti anche nei loro camerini, e tutti sorprendentemente accettano. Sono gli ultimi residui del dopoguerra, quel teatrino popolare e sboccacciato che in...

Visite guidate (1) / Tiziano, Apollo scortica Marsia

Una delle opere più potenti e sconvolgenti di Tiziano si trova in un posto un po’ fuori dalle rotte turistiche tradizionali, nel castello del Museo Arcivescovile di Kroměříž, nel sud-est della Repubblica Ceca, vicino al confine con la Slovacchia e non distante da quello con l’Austria. Si tratta della Punizione di Marsia, una delle opere di soggetto mitologico dipinte dal grande artista in tarda età, tra il 1570, quando aveva 80’anni, e il 1576, anno della morte, quando è stata ritrovata, incompleta, nel suo atelier, tanto che hanno dovuto intervenire degli aiutanti per concluderla (in particolare, sembra, Palma il giovane per la figura del suonatore).     È un quadro che ho sempre amato, ma su cui non mi ero mai soffermato, finché l’ho visto pubblicato capovolto, immagino per errore. In questa versione Marsia è rimesso dritto, anche se resta legato con i piedi, in basso, all’albero, ma come se poggiasse, o fosse incatenato, a un suolo boschivo, ricoperto di vegetazione, cespugli o rami caduti, mentre ad essere a testa in giù è Apollo, che però non rinuncia, nemmeno in questa scomoda posizione, a scuoiare, si direbbe con metodica e soddisfatta pazienza, il suo...

Abstract di Silvia Rampelli / Il reale ineludibile di Habillé d’eau

Quando nel lontano 1956 Il settimo sigillo venne presentato al festival di Cannes, François Truffaut scrisse che Bergman e il suo cinema erano “molto al di sopra dei nostri papillons”. Tutti gli spettacoli di Silvia Rampelli, in qualunque spazio avvengano e qualunque pubblico vi assista, vengono accolti da una reazione che ha a che vedere con questo. Con il rispetto. Il che non significa che non coinvolgano lo spettatore (al contrario sono sempre rubricabili nella categoria dell’esperienza) o che lo tengano a distanza, ma che lo invitano ad abitare una distanza. Forse è per via del silenzio che instaurano, del suo rivelarsi via via screziato di rumori – di lontani fischi, di impreviste interferenze sull’orlo della casualità, come il lieve beep che attraversa come un colpo di vento le prime azioni di Abstract. Un’azione concreta – fino a gremirsi di presenze sonore, un po’ come il silenzio creaturale di cui parla Kierkegaard nei suoi Discorsi. Forse è per quel modo di “temporalizzare” lo spazio iscrivendo in esso le figure dei performer e trasformando la scena in un luogo reale (effettivo, per usare il linguaggio della regista-coreografa romana). Forse è per l’evidenza inalienabile...

Una mostra di Alberto Sinigaglia / L’evanescenza del sublime

Che ne è del sublime oggi? La domanda si pone a intervalli pressoché regolari negli ultimi decenni, da quando in particolare l’esperienza risulta sempre più mediata da un’interposta immagine. A monte potremmo addirittura dire da quando il sublime stesso è diventato immagine, iconografia da imitare, ma soprattutto da quando la fotografia, ovvero la riproducibilità tecnica, ha moltiplicato le immagini e esteso la loro diffusione fino a rovesciare il rapporto immagine-realtà. Già Susan Sontag negli anni ’70 segnalava l’usanza adottata in alcuni siti turistici di predisporre per i visitatori dei punti da cui fotografare con la migliore veduta del luogo. Figuriamoci oggi con i cellulari! Nessuno resiste a scattare una foto davanti a una cascata o a un tramonto, tutte foto uguali, come hanno gloriosamente reso famoso Penelope Umbrico o Kurt Caviezel. C’è appunto chi, come loro, ha reagito alla moltiplicazione e omogeneizzazione delle immagini con un lavoro post-fotografico, come ormai viene chiamato, cioè attingendo dai social per mostrare il lato assurdo del comportamento umano, ormai indecidibile tra automatismo indotto e spontaneità sentita. Altri vogliono entrare nel meccanismo...

Graphic novel / “Una zanzara nell’orecchio”, storia felice di un’adozione

“Scusami, papà, ma questa storia della mia adozione la facciamo o non la facciamo?”. Mi colpisce, nella conversazione/intervista che ho appena avuto con Andrea Ferraris, autore del graphic novel Una zanzara nell’orecchio (Einaudi) che si parli di questo fumetto sempre alla prima persona plurale. A parlare qui in realtà è Sarvari, la figlia di Andrea e Daniela: Una zanzara nell’orecchio è la loro storia, è una storia sulla famiglia – sull’idea di famiglia, sulla costruzione di una famiglia a cavallo tra Genova e Mumbai – ma è anche una storia fatta in famiglia. Andrea ai testi e ai disegni, la moglie Daniela Mastrorilli ai colori. Sarvari ha dato il via libera, di più, ha spinto i genitori a raccontare. “Quando siamo partiti per andare a prendere Sarvari in India – racconta Andrea – io non immaginavo neppure di fare i ‘miei’ fumetti: ero un disegnatore Disney, e all’epoca mi bastava. Dopo abbiamo cominciato a pensare che questa esperienza poteva diventare un racconto, però l’abbiamo sempre tenuta nel cassetto perché Sarvari non era d’accordo. Ci diceva sempre di no. Qualche anno fa invece è stata lei a riprendere il filo”.   L’iter per l’adozione è una cosa lunga. Le 128...

Una mostra al MACRO / Nathalie Du Pasquier, l’altra metà di Memphis

Quest'anno ricorre il quarantesimo anniversario dell'evento che ha sancito la nascita pubblica di Memphis, il movimento culturale di ControDesign, fondato a Milano l'11 dicembre 1980 da Ettore Sottsass Jr e presentato al mondo nello showroom Arc '74 di Corso Europa 2, con la mostra inauguratasi, appunto, il 18 settembre 1981 (se ne legga qui).  La prima occasione espositiva che celebra questa ricorrenza è la personale dedicata dal MACRO a Nathalie Du Pasquier, una dei componenti del Memphis Group originario che annoverava, insieme al maestro Ettore Sottsass, Martine Bedin, Andrea Branzi, Aldo Cibic, Michele De Lucchi, Michael Graves, Hans Hollein, Arata Isozaki, Shiro Kuramata, Javier Mariscal, Peter Shire, Goerge Sowden, Matteo Thun, Masanori Umeda, Marco Zanini, oltre alla storica del design Barbara Radice.    Intitolata Campo di Marte, questa romana è anche la prima grande personale che un’istituzione museale italiana riserva all'artista e designer di origine francese, naturalizzata milanese. Allestita nell'ambito della sezione SOLO/MULTI, che il curatore Luca Lo Pinto – dal 2019 direttore artistico del MACRO – rivolge al tema dell’Immaginazione Preventiva, è...

Un libro di Giovanna Silva / Ritratto di Roma deserta

Uno degli effetti collaterali del lockdown è stata l’esasperazione del binomio spazio chiuso/aperto, il primo reso claustrofobico dalla clausura coatta dei suoi abitanti, e il secondo amplificato dalla loro conseguente assenza. Never Walked on Crowded Streets (edito da NERO Editions), ultimo lavoro di Giovanna Silva, parte come sguardo sulla città di Roma che accidentalmente si imbatte nell’evento straordinario di una pandemia. Una prima serie di immagini scattate tra gennaio e i primi di marzo 2020 è seguita – dopo la forzata interruzione del lockdown generale – da una successiva sequenza di fotografie prodotte tra giugno e ottobre dello stesso anno. L’impaginazione del libro è composta secondo una successione di dittici di luoghi e quartieri differenti uniti da una contiguità formale che può di volta in volta svilupparsi secondo le assonanze di linee o di contenuto (oggetti, colori, parole), proponendo un dialogo talmente efficace che talvolta una fotografia sembra continuare in quella della pagina accanto: in due pagine l’Ippodromo delle Capannelle e Via Appia Nuova sono così fusi tra di loro da farne un unico luogo con una sua coerenza interna.        ...

Diario (10) / Dante: dal tramonto all'alba

Sono le 6.12 del mattino di sabato 26 giugno. L’attraversamento della notte di verso Paradiso è appena terminato, dopo essere iniziato ieri sera alle 20.45 nei giardini pubblici di Ravenna. Ho ancora un po’ di sangue nelle vene e di energia nel cervello. Spero di non collassare. Ma devo spedire questo ultimo diario alla redazione di doppiozero, in modo da permetterle di organizzare l’uscita del pezzo per domani. Della giornata di prova del 24 avevo già scritto ieri, diciamo che mi ero fatto avanti, così. “La “generale” è andata. Generale? Si chiama così l’ultima prova prima del debutto, ma quella di oggi è stata in realtà l’unica prova che abbiamo fatto tutti insieme. Tutti e settanta, contando solo le attrici e gli attori impegnati. Quindi una “generale” e un soldato semplice insieme, un comandante e l’esercito intero.   Che bellezza, questo avvicendarsi di volti sul palco, davanti alla facciata della Loggetta Lombardesca! Due mesi fa avevamo chiamato le attrici e gli attori di Ravenna a leggere i 33 canti del Paradiso. Alcuni, come Agata Tomšič e Maurizio Lupinelli, Elena Bucci e Ivano Marescotti, erano già impegnati, e dispiaciuti non avevano potuto dirci di sì. Ma gli...

Fanny & Alexander a Ravenna Festival / Mario Draghi nel regno delle fate

Siete pronti a entrare tra gli incantesimi? Un suono molto basso, un pizzicato, un accordo, un violino, poi un flauto sottile. Sospensione. Tre attori e due attrici prendono possesso con larghi gesti, misteriosi, di uno spazio bianco, lungo e stretto, circondato da oggetti che sembrano strani leggii. Questi si illuminano di cangianti luci nette, blu, verdi, gialle, rosse, come occhi quadrati. Gesti ieratici, sospesi; sospensione della gestualità quotidiana. Gli attori si schierano di fronte al pubblico. Si rimpallano le “regole per riuscire a vedere una fata”: “deve essere un pomeriggio caldissimo… troppo caldo per fare qualsiasi altra cosa… devi avere un po’ di sonno, ma non tanto da non riuscire a tenere gli occhi aperti… e ti devi sentire, come dire?... incantato… eerie dicono gli inglesi… ma soprattutto, l’ultima regola è: i grilli non devono cantare… (Si sente il suono di bosco. Uccellini, ruscelli, fronde… Ci sono anche dei grilli) Niente grilli, ho detto!” (Cessano i grilli.) Benvenuti nel mondo di Sylvie & Bruno, l’ultimo romanzo del reverendo Lewis Caroll, libro vertiginoso pubblicato nel 1889, diversi anni dopo Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo...

Scarabocchi 2021 / Disegni dall’inconscio profondo

Cosa si disegna quando si disegna?  Me lo chiedo da sempre. È difficile credere che si disegni soltanto ciò che si vede, cedendo all’idea di un dominio della vista, dato che è difficile stabilire cosa è che effettivamente ed esattamente vediamo. E tantomeno affermare che il disegno sia uno strumento adatto per rappresentare della realtà, dato che, nella pratica, potrebbe esserlo con impresa sovrumana, soltanto tracciando un oceano di linee e punti, addossando faticosamente migliaia di segni. Possiamo forse pensare al disegno come ad uno strumento di ricerca dell’ossatura della realtà, che agisce per riduzione, per confine, per simbolo, quindi per sostituzione. Credo che chiunque disegni a memoria, ovvero senza voler rappresentare ciò che osserva in quel preciso momento davanti a sé, bensì quello che vede dentro di sé, si ponga il problema di quale materia mentale stia trasformando in disegno. È visione o immagine, memoria o immaginazione, sogno o realtà?    John Berger, in uno dei suoi libri più fortunati, interrogandosi sul perché si disegna, diceva che “l’apparizione della figura conta molto più dell’atto di disegnare. È lei che insiste, non il disegnatore,...

Brueghel: e la nave va

Sulla Caduta di Icaro di Brueghel la parola definitiva l’ha detta W. H. Auden nella poesia Muséé des Beaux-Arts (1938). Io vorrei proporre qui un’aggiunta, spero non superflua. Le parole definitive non chiudono i discorsi; li aprono, piuttosto, come sapeva anche W. C. Williams che infatti ha scritto venti anni dopo (nel 1960) Landscape with the Fall of Icarus. È la meraviglia delle parole, che continuano dopo la fine. Vanno avanti, come navi sull’oceano mare, spinte dai venti della perfezione. O del disastro. È del bellissimo vascello a mezz’altezza a destra, e delle altre navi, che vorrei dire qualcosa. Il quadro è noto: sulla sinistra in primissimo piano un contadino sta arando la terra; accanto sulla tela, ma lontano per la prospettiva, ci sono un gregge e il suo pastore con lo sguardo rivolto in alto, dove non c’è niente, ma potrebbe esserci Dedalo, che compare in un’altra copia del quadro del Musée des Beaux-Arts di Bruxelles che è qui in esame (e che potrebbe essere a sua volta una copia: ma qui non importa);      sotto, di spalle, piccolo, c’è un pescatore accanto a un cespuglio su cui è posata una pernice (simbolo della cupidigia e del guadagno illecito,...

L’opera di Roberto Paci Dalò / HA: un podcast di soundart

HA è un podcast di soundart creato da Roberto Paci Dalò, a partire da una sollecitazione del 2018 dello storico Adriaan Eeckels, e dedicato al pensiero e alla voce di Hannah Arendt. Dalla collaborazione coi centri di ricerca del Joint Research Centre della Commissione europea, e dal confronto con la filosofa Nicole Dewandre, è nata “una foresta sonora creata dalla voce reale di Hannah Arendt intrecciata con suoni strumentali ed elettronici” – secondo le parole dello stesso compositore. Un viaggio nella fonetica della filosofa e storica tedesca, dove le parole hanno la funzione di materiale sonoro, di vettori che costruiscono una sorta di architettura acustica (che è anche ritratto immaginario): la materializzazione di un pensiero come in un campo di battaglia, in cui la voce si confronta con suoni composti e registrati, voci e rumori. Un viaggio dispiegatosi in formati diversi: opera radiofonica prima (prodotta da ORF Kunstradio, Vienna), poi installazione interattiva audio-video (prodotta da Trieste Contemporanea), quindi podcast (ascoltabile qui); infine un’opera che sarà anche performance, libro, CD.    Non stupisce il carattere polimorfo del lavoro, se si pensa al...

Diario (9) / The Sky over Kibera

Nel 2017 sono stato a Kibera, il più grande slum di Nairobi, e forse del Kenia, per mettere in scena la Divina Commedia con 150 bambini e adolescenti, che non solo Dante Alighieri non lo avevano mai sentito nominare, ma dell’Italia stessa non avevano (i più grandicelli) che una vaga conoscenza, legata esclusivamente ad aspetti di carattere calcistico. Football. A invitarmi là erano stati Riccardo Bonacina, direttore della rivista “Vita”, e Sandro Cappello di AVSI, una Ong che lavora in tutto il mondo, dopo aver letto Aristofane a Scampia, il libro pubblicato da Ponte alle Grazie in cui racconto le avventure della non-scuola, da Ravenna a Dakar, da Mons a New York, passando appunto per la periferia napoletana. Immaginatevi Kibera come uno dei tanti slum del mondo: una distesa infinita di baracche di lamiera, mancanza di fogne e acqua potabile, elettricità fuori legge, disoccupazione e aids, e la piaga più disumana, quella degli street children, bambini rapiti e stuprati, statuine di polvere costrette a chiedere l’elemosina nelle strade del centro di Nairobi. Un inferno.   Forse perché stavamo proprio in quei mesi allestendo il “Cantiere Dante” a Ravenna, decisi insieme a...

Nicola Samorí, “Sfregi” | Bologna, Palazzo Fava / Dire le ombre

La prima antologica italiana di Nicola Samorì, artista ravennate dal percorso consolidato – o meglio sarebbe dire coagulato, vista la densità della sua produzione – è ospitata nella cornice rinascimentale di Palazzo Fava a Bologna, custode del ciclo di affreschi dei giovani Carracci e di un patrimonio di opere esigenti, con cui l’artista ha scelto di misurarsi. Tutto il percorso è articolato allo scopo di costruire un fitto dialogo con le opere della collezione, che Samorì ha studiato meticolosamente, fino ad appropriarsene. Il risultato è una regia complessa, a tratti sontuosa, che riesce a sedurre anche lo spettatore che non possiede i codici dell’arte contemporanea grazie al carattere perturbante dei lavori, capaci di medusare chi osserva, offrendo uno spettacolo dove bellezza e orrore ritrovano un’archetipica unità.    Raccogliendo lavori che coprono un arco di diciassette anni, la mostra curata da Alberto Zanchetta e Chiara Stefani segue un criterio non cronologico, rispettando la visione dell’artista che rifiuta qualunque concezione di progresso in relazione alla propria, personale ricerca. “Non ci sono veri miglioramenti ma vicoli ciechi e picchi, acuti e momenti...

Il nuovo volume della collana «Riga» / Conversazione con Max Ernst (1969)

La televisione ha trasmesso recentemente un vecchio documentario, in cui si vede Renoir che, quantunque paralizzato, continua a dipingere davanti al suo cavalletto, mostrando una evidente felicità. Che impressione ti ha fatto questa straordinaria immagine? Ne ho concluso che Renoir viveva in quella felice epoca nella quale nessuna incertezza interveniva a far esitare il pittore, buono o cattivo che fosse, quando al mattino si armava della sua cassetta di colori, partiva alla ricerca di un “motivo”, si accingeva al suo compito e, contento di sé, rientrava la sera. Ciò che distingue Renoir e Bonnard dalla maggior parte degli impressionisti, o postimpressionisti, è il temperamento sensuale, voluttuoso e quella evidente e contagiosa felicità, di cui parli. Non voglio soffermarmi sulla differenza tra talento e genio.   Si tratta piuttosto di una specie di innocenza. Gli impressionisti non sovraccaricavano la loro coscienza di inutili dubbi capaci di intaccare la loro tranquillità o la loro gioia di dipingere. Per contro avevano una convinzione che in loro era certezza: credevano all’infallibilità di quel piccolo schermo chiamato retina, punto d’incontro tra il mondo oggettivo e il...

Latella al Piccolo Teatro / Hamlet, la misura del fallimento

“Di fronte ad Amleto”, annotava Arbasino nel 1965, “mi pare che il problema critico essenziale non sia se lo spettacolo sia riuscito o no, ma se si perde onorevolmente oppure con vergogna”. Antonio Latella, giunto al suo terzo Hamlet, può oggi accostarsi alla questione con la consapevolezza del veterano. Nel libretto di sala – che accompagna il debutto al Piccolo Teatro di Milano dopo il triste walzer di chiusure e riaperture – si legge infatti che per il regista “dirigere Hamlet significa misurarsi con il testo del fallimento”. Dietro questa affermazione, solo apparentemente retorica, si nasconde invero la cifra dello spettacolo: un vero e proprio atto di umiltà registica nei confronti del testo-sirena che ha ammaliato tutti i giganti della storia del teatro. Dopo oltre trent’anni di attività sul campo che ne hanno sancito l’affermazione tra Italia ed estero, Latella arriva oggi al dialogo con Shakespeare come chi non ha più niente da dimostrare, e può permettersi per questo il rischio di un autentico ascolto. Il risultato, va detto subito, è una vera lezione di regia, di quelle che fanno tornare fiducia nelle possibilità del teatro, e alimentano il desiderio di frequentarlo di...

Una mostra ai Tre Oci / John Pawson: Less is more

“In viaggio, come d’altronde nella vita, il meno è quasi sempre il meglio”, dice William Hurt, nel film di Lawrence Kasdan, Turista per caso. Minimo non è meno, non è poco, eppure entrambi hanno a che fare con l’arte del togliere. Togliere è liberare dall’eccedente, eliminare quel che è eccessivo. Di tutto l’umano cercare, forse una delle arti più difficili e sublimi. Un’arte che avvicina all’essenziale, sapendo che apre una direzione e non definisce una meta, in quanto se il minimo essenziale è tale, lo è perché è irraggiungibile. La sua importanza sta nel cercarlo sapendo di non poterlo raggiungere mai. Una sfida alla nostra tensione desiderante, che sceglie la via della ricerca per selezione, verso la leggerezza e la valorizzazione del lavoro della luce che, a ben vedere, fa la parte della grande scultrice nel prender forma delle cose.     Quel che si produce sotto i nostri occhi, instancabilmente, di fronte alle fotografie, come del resto di fronte all’intera opera e al segno inconfondibile di John Pawson, è una trasformazione silenziosa. Gradualmente il movimento, condotto dallo sguardo si abitua a una trasformazione silenziosa, appunto, grazie alla quale l’...

Diario (8) / La bellezza del mondo

“Educa e spera”. L’ho trovato disegnato a lettere ottocentesche sulla facciata a mezzogiorno del palazzo comunale di Pieve di Soligo. Quel palazzo è stato in origine una scuola e tale origine spiega il perché di quel motto sapienziale. È carico di utopia pedagogica: suona affine all’“aspetta e spera”, che – al di là della nascita funesta in Faccetta nera – nel parlare comune è diventato lo sberleffo cinico a una speranza che mai si realizzerà, ma ne è invece il radicale rovesciamento: semina e spera. È sapienza contadina: fatica e spera. È il senso stesso del fare cultura, del far germogliare: coltiva il terreno, le vite dei ragazzini che ti trovi davanti, suda, mettici il tuo tempo e il tuo sforzo, e poi lascia fare al mistero. Al sole, alla pioggia dal cielo. E prega che il mal tempo, il cattivo terreno, le avversità, gli uccellacci che si lanceranno dall’alto per divorare le sementi, prega che tutto questo non ti distrugga il lavoro. Fai la tua parte. Niente di più, ma anche niente di meno. Questo significa svolgere il proprio compito di educatore, o di genitore, questo in fondo è vivere, non scansando in partenza i rischi e i pericoli, che tanto non è possibile: senza...