Marco Antonio Bazzocchi / Cento anni di letteratura italiana

4 Febbraio 2022

Non credo sia esistito un tempo in cui scrivere una storia della letteratura fosse impresa facile. Tuttavia non c’è dubbio che oggigiorno la sfida risulta più ardua che mai, per una somma di problemi che forse non occorre nemmeno elencare: dall’indebolimento generalizzato della coscienza storica all’espansione senza precedenti della produzione libraria, dall’incertezza dei punti di riferimento critici al ruolo problematico della letteratura nel sistema culturale. A maggior ragione è quindi degna di lode l’iniziativa promossa dall’italianista bolognese Marco Antonio Bazzocchi, ideatore e curatore del volume Cento anni di letteratura italiana 1910-2010 (Einaudi, 2021, pp. 494, € 25): una sintesi notevole per impegno e ambizioni, che rappresenta un contributo agli studi letterari di indiscutibile utilità, sia per i suoi pregi, sia per i (quasi inevitabili) limiti. E andrà sottolineato che la sede editoriale – la prestigiosa collana tascabile «Piccola Biblioteca Einaudi» – testimonia di un encomiabile desiderio di rivolgersi a un pubblico colto, oltre la forma (e le formule) dei manuali universitari.

 

Il libro è diviso in cinque parti, con titolazioni che oscillano tra indicazioni storiche e vicende interne alla letteratura: Inizio secolo, Nell’orbita del modernismo, Dalla fine del fascismo agli anni Cinquanta, I due decenni della mutazione, La disseminazione della scrittura: dagli anni Ottanta a 2.0. In sostanza, si tratta di un’articolazione cronologica, per segmenti variabili da uno a tre decenni (rispettivamente, la prima e l’ultima parte), ovviamente con discrete intersezioni, nel duplice senso di meditate e non appariscenti. La ricerca di equilibrio suggerita dal primo sguardo all’indice è confermata dalla scelta di un numero limitato di autori, cinque in tutto: oltre a Bazzocchi, Riccardo Gasperina Geroni, Paolo Giovannetti, Maria Rizzarelli, Emanuele Zinato. Dunque, una via intermedia fra la proposta personale, come Il Novecento di Romano Luperini (datato 1981, quarante ans déjà) e l’opera collettanea a più voci, come i quattro volumi di Il romanzo in Italia 1802-2015 curato da Giancarlo Alfano e Francesco de Cristofaro (Carocci 2018), dove ogni capitolo ha un autore diverso.

 

Nel nostro caso, le cinque parti comprendono sedici capitoli; cinque (quasi un terzo) sono a firma di Bazzocchi, quattro di Giovannetti (a cui è demandato quasi per intero il dominio poetico), tre a Gasperina Geroni, due ciascuno a Rizzarelli e Zinato. In pochi casi, a un autore è attribuito uno specifico paragrafo entro il capitolo scritto da un altro (Rizzarelli su Elsa Morante e Natalia Ginzburg, Bazzocchi su Busi e Siti, Gasperina su Grazia Deledda).

Una tentazione cui è difficile sfuggire è controllare chi c’è e chi non c’è – nonché, in seconda battuta, come sono distribuiti gli spazi fra coloro che ci sono. S’impone, peraltro, un’avvertenza di metodo. Fare storia letteraria significa di necessità scegliere, e non si dà scelta senza rinuncia: non è possibile proporre un canone senza escludere qualcuno (anzi, a rigore, senza escludere i più). Lamentare assenze ha quindi senso solo all’interno di un discorso critico più complesso; e, almeno per quanto mi riguarda, si può fare solo dopo aver espresso sincera ammirazione per chi ha avuto il coraggio, come s’usa dire, di provarci. Inoltre, vale sempre la saggia massima di Oscar Wilde secondo cui solo ai battitori d’asta piacciono tutti i pittori. E Cent’anni di letteratura italiana è tutto ma non un anodino repertorio: quella che prende forma, nelle quasi cinquecento pagine dell’opera, è un’immagine complessiva di un secolo di storia letteraria che presenta alcune chiare e interessanti opzioni di gusto.

 

Ciò premesso, un vuoto non si può ignorare: la mancanza di ogni riferimento a Eduardo De Filippo. Vero è che Eduardo è stato uomo di teatro e basta: ma poiché parlando del Novecento letterario italiano il teatro non si può evitare, quanto meno a proposito di Pirandello, l’assenza stupisce – tanto più che compaiono richiami, sia pur brevi, al Testori drammaturgo, a Dario Fo. Di qui potremmo prendere spunto per una considerazione più generale. L’impianto di quest’opera ha un forte carattere «istituzionale». A ispirarla è – se non m’inganno – un’intatta fiducia nell’istituzione letteraria: che, nel caso sopra citato, provoca l’osservanza (non so quanto intenzionale) di una tradizionale esclusione, sulla quale ovviamente molto ci sarebbe da dire, ma che, più in generale, è conforme alla scelta di non mettere in discussione i confini della letterarietà. Per il vero, qualche apertura si registra: in particolare nei contributi di Giovannetti, che in più occasioni pone il problema del rapporto fra scrittura poetica e canzoni, e della Rizzarelli, che occupandosi degli ultimi decenni non può esimersi da ricognizioni periferiche, metodologicamente interessanti (sarebbe stata opportuna un’applicazione retrospettiva). 

Il punto è che l’assetto complessivo dell’opera non mette a tema le relazioni – insieme intricate e sdrucciolevoli – tra il nucleo forte della letteratura (romanzi, racconti, poesia, in parte anche la saggistica) e la galassia delle forme miste, in cui la parola s’incontra con la musica, le immagini, lo spettacolo; e forse potremmo anche citare il nesso letteratura-storia (un sintomo è la latitanza di Emilio Lussu, e anche di Mario Rigoni Stern).

 

 

Con questo non si vuole rimproverare all’opera di non aver fatto ciò che non aveva intenzione di fare (sarebbe una sciocchezza): bensì sottolineare l’adesione a un’idea «forte» di letteratura, cui personalmente non saprei associarmi senza qualche titubanza, mista di nostalgia. Allo stesso modo – e questo è forse il dato di fondo – non acquista rilievo strutturale un aspetto che a me pare comunque cruciale, cioè la stratificazione del pubblico novecentesco: e questo conta più della semplice esclusione di nomi singoli (o doppi, come Fruttero & Lucentini, citati solo per una recensione alla Ginzburg).   

Sulle valutazioni particolari le opinioni possono poi essere diverse, e anzi è bene che lo siano: sarebbe una noia insopportabile se la pensassimo tutti allo stesso modo. Per quanto mi riguarda, nutro una considerazione maggiore per almeno tre autori qui menzionati appena di sfuggita, cioè – in ordine alfabetico – Vitaliano Brancati, Vincenzo Consolo e Luigi Meneghello. Altri potrà naturalmente giudicare in maniera ancora diversa, e ogni confronto sarà utile e istruttivo.

 

Duole però riscontrare un errore vero e proprio, come l’attribuzione a Meneghello del nome Vincenzo (anche nell’indice analitico); e se una svista può capitare (ah, i correttori di bozze d’antan), devo sforzarmi per considerare veniali altre inesattezze: Libera nos a malo non è affatto «dedicato al mondo contadino italiano» (p. 144), né la Concetta del Gattopardo è «vissuta nel culto del padre» salvo ricredersi a distanza di mezzo secolo (p. 211).

Per altri aspetti – parecchi altri – la sintesi di Cento anni di letteratura italiana risulta efficace e condivisibile: ad esempio la trattazione del primo decennio (1910-1920), le pagine su tanti autori, da Calvino a Sciascia, da Pavese a Montale, da Pasolini a Volponi. A proposito, un altro dato degno di attenzione è la scelta di puntare tendenzialmente su ritratti d’autore: nell’equilibrio tra ricostruzione di un tessuto storico e presentazione dei singoli protagonisti (questione topica in ogni storia letteraria), qui è senz’altro il secondo termine a prevalere, anche a discapito dell’evoluzione dei generi, mai tematizzata entro un quadro sistemico complessivo. Ma poiché talvolta risulta impossibile racchiudere il senso di un’esperienza entro un solo segmento cronologico, in alcuni casi allo stesso autore sono dedicati paragrafi appartenenti a parti diverse. Questa segmentazione si verifica per Gadda, Montale e Moravia (parti seconda e quarta), Calvino e Pasolini (terza e quarta), Morante (terza e quinta). Tanto non basta, forse, per considerarli automaticamente i vertici del secolo in esame; ma si può almeno affermare che, dalla specola del terzo decennio del secolo XXI, questi appaiono gli autori più «profondi», cioè meno uniformabili a un’epoca circoscritta. 

 

Ma quali sono, infine, le maggiori novità che presenta quest’opera? Senza entrare nel dettaglio dei singoli medaglioni, a me pare che le principali siano due. In primo luogo, un’accresciuta attenzione ad alcune voci femminili: non tanto in poesia (specie per quanto riguarda gli ultimi decenni), quanto nella narrativa. Spazio cospicuo e non scontato è riservato infatti a autrici come Sibilla Aleramo, Anna Maria Ortese, Goliarda Sapienza, nonché alla stessa Elena Ferrante (sia pure per forza di «caso»); e che si tratti di scelte precise, di valutazioni estetiche estranee a biechi calcoli di quote, è confermato dalle esclusioni (ad esempio, Anna Banti o Alba de Céspedes). In secondo luogo viene consolidata la presenza nel canone novecentesco di autori noti e in qualche caso anche ben studiati, ma la cui caratura storico-letteraria non era fino ad oggi sufficientemente ben definita, per difetto di contestualizzazione: Luigi Malerba, Goffredo Parise, Giorgio Manganelli, Gianni Celati. Da questo punto di vista, è probabile che Cento anni di letteratura italiana suggelli delle consacrazioni; e, in prospettiva, non si sarà trattato di un contributo trascurabile. Dopodiché, secondo la norma delle storie letterarie, avvicinandosi al presente i nomi si moltiplicano, i giudizi si sfumano, si apre il ventaglio delle possibilità; spiccano tuttavia le chiare indicazioni di valore relative a due autori, Walter Siti e Antonio Moresco. 

 

Ovviamente ogni capitolo potrebbe offrire spunti di discussione, ma questo ci porterebbe lontano. Concludo quindi con un dettaglio. Conforta la presenza di alcune opere che non possiamo non definire «minori», in quanto isolate all’interno della stessa esperienza complessiva dei rispettivi autori, e che perciò sono esposte al rischio della labilità storiografica, ma che non di meno vantano meriti non banali, e duraturi. Mi riferisco a Rubè di Giuseppe Antonio Borgese (1921) e Tempo di uccidere di Ennio Flaiano (1947), che qui hanno il posto che loro compete. Come si è visto, anche i recensori, nel loro piccolo, hanno le proprie predilezioni.    

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