Joan Didion: Do you remember Revolution?

1 Luglio 2023

Siamo in California. L’anno è il 1967. A San Francisco, il 14 gennaio, il neonato movimento hippie tiene il suo primo raduno – il cosiddetto Human Be-In, una sorta di riunione delle “tribù umane” (un pow-wow alla maniera dei nativi americani) che si sposava con la protesta pacifica del sit-in – per contestare la legge, entrata in vigore tre mesi prima, che aveva messo al bando l’uso di qualsiasi tipo di sostanza psicotropa, in modo particolare l’LSD, una fra le più potenti sostanze psichedeliche conosciute.

A riversarsi alla manifestazione saranno circa diecimila teenager (forse anche ventimila, forse trentamila: nessuno si era preso la briga di contarli), ragazzi e ragazze il cui massimo atto di anticonformismo era stato, fino ad allora, quello di riunirsi nei fine settimana sulla spiaggia, organizzando tutt’al più galeotti party notturni alla luce dei falò, ma che avevano, da qualche tempo, cominciato ad avvicinarsi al neo-nato movimento beat-hippie e a mostrare decisi segni di ribellione, ben diversi, comunque, da quelli riscontrabili nel modello urbano “alla James Dean”, di moda fra la generazione precedente. E niente sarà più come prima. 

Ecco, dunque, che quel “denso arazzo di corpi umani”, come scriverà il giornalista Charles Perry, capeggiati dallo psicologo, scrittore e docente di Harvard, Timothy Leary, noto come “il guru dell’LSD” (al quale si era ispirato il disegnatore Garry Trudeau per la sua celebre striscia Doonesbury, e per il quale John Lennon aveva scritto la canzone Come Together), affiancato dal santone della Beat Generation Allen Ginsberg, e da altri teorici della controcultura come Lawrence Ferlinghetti, Jerry Rubin e Alan Watts, si ritrovarono al Golden Gate Park di San Francisco ad ascoltare il rock psichedelico dei Grateful Dead, dei Jefferson Airplane, dell’inquieta Janis Joplin e di altre band, mentre il “chimico underground” Owsley Stanley provvedeva alla massiccia distribuzione di LSD White Lightning, prodotto per l’occasione per esaltare “la coscienza trascendentale, la bellezza dell’universo, la bellezza dell’essere”. 

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L’evento sarà ricordato negli annali della controcultura come il preludio, di lì a qualche mese, della breve, ma intensa, Estate dell’Amore, seguito dalla tre giorni del Festival pop di Monterey con i soliti Greatful Dead, Jefferson Airplane, e poi The Who, i Buffalo Springfield, The Byrds, Simon and Garfunkel e tanti altri, ma soprattutto con Jimi Hendrix che appiccherà il fuoco alla chitarra dando fiato (e fiamme) alla propria leggenda. 

Le due manifestazioni faranno da apripista al movimento e alle comuni hippie che si installeranno nel quartiere di Haight-Ashbury a San Francisco, il laboratorio dove si sperimenteranno modelli di vita alternativi: dalle relazioni sessuali alla spiritualità, dall’abbigliamento all’alimentazione, il tutto insaporito da dosi massicce di droghe per “aprire la mente”. Sarà anche accompagnato dalla colonna sonora del singolo San Francisco, divenuto l’inno improvvisato della generazione hippie, con cui il cantante Scott McKensey invitava chi si fosse recato in città a indossare fiori nei capelli perché in tutta la nazione si avvertivano strane vibrazioni (Good Vibrations le definirà, in musica, Brian Wilson dei Beach Boys) e lì avrebbero incontrato persone gentili “con altrettanti fiori nei capelli”.

«Ero andata a San Francisco perché non riuscivo a lavorare da mesi, paralizzata dalla convinzione che scrivere fosse un atto irrilevante, che il mondo che conoscevo non esistesse più. Se mai avessi lavorato di nuovo, sarebbe stato necessario per me venire a patti col disordine». Così annoterà la giornalista, scrittrice, saggista Joan Didion (1934-2021) – Poetessa del Grande Vuoto Californiano, la definirà Martin Amis – alla quale l’allora quindicinale Saturday Evening Post aveva chiesto di andare a curiosare proprio tra quelle “persone gentili con i fiori nei capelli”, e di cercare di raccontare le strane vibrazioni ondifughe emanate da quella ribollente città del nord, epicentro di una «emorragia sociale che si stava spandendo a macchia d’olio in tutto il Paese».

Le conclusioni dell’inchiesta i lettori del Post le leggeranno, nel numero del 23 settembre 1967, annunciate dall’ esoterico” titolo Slouching Towards Bethlehem (letteralmente: “Tendente Verso Betlemme”), che altro non è che l’ultimo verso della poesia The Second Coming di William Butler Yeats, scritta nel 1919, metafora dell’atmosfera disastrata dell’Europa del primo dopoguerra, a cui si era accodata, come se non bastasse, la devastante pandemia di influenza spagnola. 

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Verso che Joan Didion usa, a sua volta, come allegoria per raccontare la venuta di una nuova generazione che avrebbe cambiato per sempre il mondo. Slouching Towards Bethlehem consacrerà Joan Didion “Grande Firma del New Journalism”, quel ristretto Olimpo letterario abitato da gente come Norman Mailer, Tom Wolfe o Truman Capote ed entrerà, poi, a far parte della sua prima antologia di saggi – “la raccolta di scritti più influente degli ultimi sessant’anni” la definirà il New Yorker – pubblicata in Italia, come tutte le sue altre opere, da il Saggiatore con il titolo Verso Betlemme. Scritti 1961-1968 (traduzione di Delfina Vezzoli).

«Le cose vanno in pezzi; il centro non regge / La mera anarchia si scatena sul mondo / Sicuramente una rivelazione è vicina / Sicuramente la Seconda Venuta è vicina». Così scriveva W.B. Yeats, al quale faceva eco Joan Didion in questa sua inchiesta il cui linguaggio riverbera di chiari accenti hemingwayani. È lei stessa a raccontare che da ragazza si allenava a ribattere a macchina interi capitoli di romanzi di Ernest Hemingway per capire il segreto di quel tipo di scrittura rarefatta, essenziale.

Annota Didion: «Il centro non reggeva più. Era un paese di avvisi di fallimento e annunci di aste pubbliche, di rapporti ordinari su omicidi involontari, di bambini nel posto sbagliato e famiglie abbandonate, di vandali che non sapevano nemmeno scrivere correttamente le parolacce con cui imbrattavano i muri (…) Gli adolescenti vagavano da una città straziata all’altra, liberandosi di passato e futuro come i serpenti si disfano della pelle, ragazzi cui non erano mai stati insegnati, e ormai non avrebbero mai imparato, i giochi che avevano tenuto insieme la società (…) Non era un paese in aperta rivoluzione. Non era un paese sotto assedio nemico. Erano gli Stati Uniti d’America nella fredda primavera del 1967 (…) L’unica cosa che sembrava chiara era che avevamo distrutto noi stessi, e poiché niente sembrava altrettanto importante, decisi di andare a San Francisco dove l’emorragia sociale si stava spandendo a macchia d’olio, dove i figli scomparsi si radunavano e si chiamavano hippie».

Moltitudini di giovani che, all’improvviso, si erano messi “alla ricerca di qualcosa che non trovano” (come faceva eco da noi, in quello stesso 1967, Francesco Guccini nel brano Dio è morto, dall’album Per quando noi non ci saremo), che finiranno col riconoscersi nel cosiddetto “Movimento del potenziale umano”, e che – alla faccia degli allevatori di carne bovina – arriveranno persino ad abbandonare l’amato junk food: hamburger, hot dog e barbecue, diventando ovo-vegetariani, latto-vegetariani, vegani, fruttariani, crudisti, macrobiotici, persino respiriani. Giovani che teorizzavano già allora la nozione di sostenibilità ambientale, parlando per primi della necessità del riciclo creativo dei rifiuti, e rendendo popolare persino lo yogurt. Chi l’avrebbe mai detto. 

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È dunque in una San Francisco dove i giovani erano alla “ricerca programmatica della creatività vitale”, dove una pasticca, o una capsula di LSD-25 costava dai tre ai cinque dollari, a seconda del venditore e del quartiere, che Joan Didion si muove, prende appunti e parla. Parla con Deadeye che a Los Angeles era un Hell’s Angel, ma che ora ha come obiettivo di mettere insieme un gruppo religioso, il Teenage Evangelism, l’evangelismo adolescenziale; parla con Don e Max che vogliono andare a cena fuori, ma non sanno dove, perché Don mangia solo macrobiotico; parla con Debbie e Jeff scappati di casa con cento dollari in due, lei ha quindici anni, lui ne ha sedici; parla con Gerry, una poetessa a cui hanno rubato la chitarra; parla con tre adolescenti di cui omette il nome, sono carine, ancora connotate di grasso infantile, sono delle groupie, come si chiamano quelle ragazzine, spesso (soprattutto) minorenni, che perdono la testa per una qualche rockstar a cui dedicano anima, e soprattutto corpo, e con cui finiscono col condividere vite spericolate, letto, droghe e rock ’n roll, «ragazze che si nutrono della celebrità, del potere e del sesso che emana una band quando suona».

Didion annota che l’erba andava a dieci dollari l’oncia, che l’hashish era considerato un articolo di lusso, e che nel giro di poco tempo giravano sempre più anfetamine, fenomeno che alcuni attribuivano alla presenza di un cartello della droga, altri a un rapido deterioramento della scena, all’arrivo di hippie dilettanti, “di plastica” li chiamano. 

E questo disturba i Diggers, teatranti di strada, libertari anarchico-rivoluzionari che si muovono nel quartiere di Haight-Ashbury, sempre più infastiditi da quest’invasione nel loro territorio, e soprattutto dall’attenzione vieppiù ossessiva dei mass media. In effetti i Diggers avevano afferrato da un pezzo la realtà che continuava a sfuggire alla stampa, interessata solo a raccontare il colore, l’esteriorità di quel fenomeno. Così, nell’ottobre di quello stesso anno, dopo una stagione di allegria, musica e caos, organizzeranno un funerale pantomima per sancire la fine di quell’Estate dell’Amore e del movimento hippie appena nato e, secondo loro, già utopico e velleitario. Dice Mary Ellen Kasper, l’organizzatrice del falso servizio funebre: «Volevamo segnalare che questa era la fine, che la gente portasse la rivoluzione a casa propria, non qui da noi». 

«Stavamo assistendo al disperato tentativo di un manipolo di ragazzi pateticamente impreparati a creare una comunità in un vuoto sociale», scrive Didion. «Una volta che avevamo visto questi ragazzi, non potevamo più fingere che l’atomizzazione della società potesse essere fermata. Questa non era la classica ribellione generazionale. A un certo punto, tra il 1945 e il 1967, chissà come, avevamo trascurato di spiegare a questi ragazzi le regole del gioco che ci trovavamo a giocare. Forse avevamo noi stessi smesso di credere alle regole».

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Ma quei ragazzi protestavano veramente, si chiede Joan Didion, o erano solo una cassa di risonanza di ciò che veniva loro propinato? «L’unico vocabolario che conoscono bene è quello delle frasi fatte. Hanno sedici, quindici, quattordici anni, sono sempre più giovani, un esercito di bambini che aspetta di ricevere le parole».

E, ironia, se a San Francisco la festa appena cominciata era già finita e folle di turisti e di curiosi, ma soprattutto di giornalisti venivano invitati a farsi la rivoluzione a casa propria, a New York, in contemporanea, andava in scena, off-Broadway, il musical Hair che proclamava la santificazione del movimento hippie, e annunciava “l’alba dell’era dell’Acquario, un’era di armonia e comprensione, simpatia e fiducia, niente più falsità o derisioni, e la vera liberazione della mente”. Ormai il vaso di pandora era stato aperto e niente e nessuno avrebbe fermato l’onda lunga del cambiamento. Che i Diggers si mettessero l’animo in pace.

Controcultura: metamorfosi di un fenomeno 

Certo è che la stagione del “Movimento del potenziale umano”, da allora, ha messo radici ovunque, si è infiltrata nel quotidiano cambiando in modo significativo lo stile di vita di milioni di persone e i cui effetti sono arrivati fino a noi, oggi. La trasformazione innovatrice e libertaria della società da parte dei movimenti giovanili è stata riconosciuta persino da un baluardo del sistema costituito, non certo tenero con la controcultura, come il Financial Times che, in occasione di una mostra “rivoluzionaria” tenutasi nel 2016 al Victoria and Albert Museum di Londra (You Say You Want a Revolution? Records and Rebels 1966-70) in cui si esplorava il significato e l’impatto che la seconda metà degli anni sessanta avevano avuto in ogni aspetto della cultura e della società, si domandava «Were the hippies right?» (Gli hippie avevano forse ragione?). 

In effetti, gli esempi di “ricaduta sociale” dei cambiamenti portati da quella stagione si sprecano, e ciò che era considerato oltraggioso oltre mezzo secolo fa, oggi non è più vissuto come un’offesa alla morale pubblica, alla religione, alla spiritualità, alla politica. Come la cannabis con cui si curano malattie degenerative. Come la meditazione buddhista che si pratica negli ospedali e si insegna nelle università. Come la scoperta dei benefici di una dieta vegetariana, o di pratiche come il tai-chi e lo yoga. 

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Anche per la stessa Didion, nonostante l’apparente asettico distacco del suo reportage Verso Betlemme, nonostante un teatrante di strada l’accusi di “avvelenamento mediatico” e la ritenga – chissà poi perché – personalmente responsabile del modo in cui Life aveva titolato la foto di Henri Cartier-Bresson su Cuba, si percepisce che quell’Estate dell’amore fu, come per il resto dell’America, una stagione d’ansia, il presentimento che niente più sarebbe stato come prima, Cosa diavolo aveva a che fare la macrobiotica con i valori americani? E il disprezzo del denaro, e l’hashish, e gli Hare Krishna, e lo zen? Per non parlare di che “vita americana” sarà quella Susan, una bambina di cinque anni che, ormai da un anno, sua madre nutriva a peyote e acido.

E ad attizzare il fuoco delle polemiche ci pensavano, poi, documentari impietosi come The Hippie Temptation, trasmesso dal canale CBS proprio in quell’agosto del 1967, nonostante il chitarrista dei Grateful Dead, Jerry Garcia, intervistato nel filmato, esponesse, con apparente ragionevolezza, le aspirazioni del movimento: vivere in un pianeta pacifico, avere una buona vita, una vita ordinata, semplice, «pensare di far fare un passo avanti all’intera razza umana». 

Ma chi si fidava di quell’omaccione dai capelli incolti che si era anche fatto crescere una sospetta barba cespugliosa molto marxiana, visto che uno degli slogan più educati che giravano in quell’anno in cui si contestava ormai apertamente il trinomio dio-patria-famiglia e si paventava la distruzione dell’establishment, era: “Mai fidarsi di un hippie”.

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