“Ad Astra”. Il cuore di tenebra del cosmo

Un altro film di fantascienza, un altro viaggio nello spazio, ancora una volta il cosmo usato come metafora di disfunzionalità affettive, proprio come in Gravity, Interstellar o First Man? Risposta affermativa, Ad Astra si inserisce - benissimo - in questo percorso sempre più affollato, posizionandosi per certi versi più vicino al film di Damien Chazelle che agli altri due. Lo spazio è infatti luogo di conquista, di esplorazione, ma soprattutto è un universo mentale in cui, solo e chiuso in un silenzio assoluto, il soggetto si trova davanti al proprio vuoto.

 

James Gray (a sinistra) con Brad Pitt sul set.


Da Little Odessa (1994) a The Lost City of Z (2016), Gray è stato protagonista di un percorso autoriale fatto di piccoli gioielli, accomunati da una profonda complessità tematica ed estetica, film lenti e personali, che spesso non hanno raccolto la visibilità che avrebbero meritato. Lentezza e profondità caratterizzano anche questo anomalo sci-fi movie, molto atteso e più volte rimandato, in cui Brad Pitt veste i panni di Roy McBride, astronauta esperto e di altissimo profilo, famoso per il suo autocontrollo: sotto stress, il suo ritmo cardiaco non supera mai gli 80 battiti. La glacialità di Roy, però, ha anche un lato problematico: è palesemente anaffettivo, ha, per questo motivo, un matrimonio fallito alle spalle, non ha mai voluto figli e si è sempre tenuto lontano, parole sue, da tutto ciò che avrebbe potuto distrarlo dal suo lavoro. Una simile pietrificazione emotiva ha una matrice: suo padre, che è stato uno dei grandi pionieri della corsa allo spazio, è disperso da 16 anni, sparito durante una missione suicida che lo ha spinto nei pressi di Nettuno a cercare forme di vita intelligenti. Quindi, come The Lost City of Z Gray si concentrava sul viaggio del padre alla scoperta delle parti più profonde dell'Amazzonia, così Ad Astra si concentra sul figlio che è stato lasciato a casa. Che cosa ha provocato in lui l'assenza del genitore? È in grado di fare i conti con l’abbandono? La grandezza della causa che il padre ha inseguito ne semplifica il perdono? Roy, incapace di rispondere e di costruirsi veramente senza la figura di un padre, ha però un tratto in comune con lui: il loro sguardo è perennemente puntato verso il cielo, “ad astra”, quasi a non voler guardare, per paura, il reale che li circonda. Quando si trova a decine di migliaia di chilometri dalla Terra, Roy si sente bene, insomma, perché non (si) sente più se stesso. Mentre sta lavorando alla manutenzione di un’antenna spaziale nell’esosfera, ecco che una tempesta elettrica di provenienza imperscrutabile che attraversa il sistema solare causa danni, morti e feriti sulla Terra e fa cadere vertiginosamente l’astronauta. Roy si salva, ma qualcosa di più profondo si incrina definitivamente: dall’alto delle sue certezze, il glaciale uomo delle stelle, è precipitato nell’abisso del dubbio. Gray ha dichiarato che «Ad Astra è il film sullo spazio più realistico che sia mai stato realizzato», ma è un’affermazione problematica che va discussa e compresa. In che cosa lo è? Infatti, il viaggio che viene assegnato a McBride per comprendere i motivi di quella tempesta destabilizzante, la cui origine è stata individuata, guarda caso, nei pressi di Nettuno, è certamente più simbolico che realistico. Le autorità suppongono infatti si tratti proprio del padre, che non sarebbe morto ma semplicemente fuori controllo nei pressi del pianeta più remoto del sistema solare.

 

 

Come in Cuore di tenebra - e quindi in Apocalypse Now - Roy inizia il suo viaggio “per aspera ad astra” per “terminare” un’antica missione, ma è chiaro che la rotta verso Nettuno è qualcosa di più profondo: è giunto, per lui, il momento di affrontare il trauma dell’assenza del genitore e soprattutto di cercare, come dice Lacan, di farsene qualcosa. Dopo ogni tappa della sua via crucis, Roy viene sottoposto a una "valutazione psichica", un interrogatorio al computer, una sorta di terapia automatizzata durante cui deve spiegare i suoi sentimenti in modo da convincere il programma e soprattutto se stesso che tutto sia sotto controllo. Entrando nello spazio profondo ma soprattutto nel profondo del suo inconscio, non sarà più in grado di ingannare la macchina (e se stesso). 

Lo spazio diventa un luogo in cui isolarsi e guarire dal proprio dolore, riconnettersi con le emozioni e trovare un nuovo respiro e proprio come l’Africa coloniale del romanzo di Conrad e come la giungla di Coppola, è tutt’altro che asettico, distante ed epico, anzi viene fortemente “umanizzato” e rispecchia la follia distruttiva dell’uomo: in questo senso Ad Astra è realistico, nella costruzione dell’intorno, o della superficie, se preferite, perché il futuro prossimo in cui è ambientato è terribilmente plausibile e convincente, segnato da una tecnologia che ha fatto passi da gigante, ma è stata definitivamente inghiottita dal marketing. Si può volare sulla luna con una compagnia low-cost, con tanto di steward che addebitano centoventicinque dollari per un pacchetto di cuscini e coperte e offrono un asciugamano caldo prima di atterrare; l’aeroporto lunare è costellato di mall e fast food, c’è un avamposto DHL nella sala degli arrivi, mentre un gruppo di passeggeri arrabbiati protestano perché il loro bagaglio è stato inviato a Plutone; il resto del satellite, che non ha confini precisi, è luogo di scontri e di pirati, mentre Marte è sede di basi sotterranee e giochi di potere. La follia dell’uomo che circonda il percorso del protagonista è descritta con una ricchezza di dettagli straordinaria, mentre il percorso di McBride, come quello del Willard di Coppola/Conrad, è orientato verso una dimensione simbolica e metaforica, e costellato dalle sue ossessioni e dai suoi traumi. 

 

 

La voce di Roy, che riecheggia nella sua mente, è incastrata nella colonna sonora di Max Richter, la sua vita interiore resa in un monologo interno che tormenta il film dall'inizio alla fine, come in un film di Malick. Quella voce è sia drammatica sia poetica, informativa ed espressiva, raccoglie frammenti di osservazioni e reminiscenze, spingendo in primo piano tensioni inalterate e trasformando la sua storia in una crisi di coscienza. Nonostante l’accuratezza della messinscena e della ricostruzione del mondo diegetico, Gray si conferma definitivamente un finto realista, le cui rappresentazioni hanno crepe - l’asimmetria della trama- da cui si intravedono però le tensioni del mondo emotivo che contengono, un mondo emotivo che pulsa come una potente corrente sotterranea sotto le superfici spesso ferme delle sue immagini.

 

Costruito su tempi dispari come un colossale flusso di coscienza, in cui Pitt offre una prova notevole, lavorando su una gamma espressiva in bilico tra ambizione e insicurezza, intervallato da frammenti onirici e ricordi stranianti, caratterizzato dalla consueta, seducente lentezza dei film di Gray e magnificamente fotografato da Hoyte van Hoytema, Ad Astra è un film potente, un’esperienza, però, che si tiene ben lontana dalla pancia e appaga più intellettualmente che emotivamente, a patto, ovviamente, di concedere alla trama di sacrificare un po’ di coerenza.

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