‘Ala Al-Aswani, La sindrome della dittatura

Gli amici di Doppiozero mi segnalano un saggio di ‘Ala Al-Aswani, La dittatura. Racconto di una sindrome. Negli ultimi mesi ho usato spesso questo termine per definire il regime in Cina, e il volumetto per Feltrinelli è buona occasione per pensarci su. Al-Aswani è egiziano, e la dittatura in Egitto viene definita tale da qualunque organo di stampa in Italia che, al contrario, non lo fa quando racconta la Cina. Mi sono attirato antipatie di troppo per l’insistenza con la quale sottolineo l’incomprensibile difformità. Gli amici sinologi mi ricordano, non a torto, che il comparire sulla scena globale del gigante cinese è accompagnato in occidente da una diffidenza xenofoba, incomprensione per le naturali differenze tra culture lontane, e che noi che la Cina conosciamo e amiamo dovremmo combattere questa diffidenza, aiutare le persone a superarla. Raccontare, avvicinare. Che è poi ciò che ho fatto per anni portando in Italia narrativa contemporanea dall’Asia tutta. Di più: io ritengo il risorgere a grandezza del Paese di Mezzo un’occasione irripetibile. È la prima volta nella storia che noi, i bianchi, l’occidente sviluppato e colonizzatore che per secoli ha fatto il bello e il cattivo tempo nel mondo intero, ci scopriamo finalmente sfidati da un pezzo di umanità imponente per dimensioni, che si eleva alla nostra altezza e incrocia il nostro sguardo da pari a pari. Per decenni l’Altro da noi è stato il povero che giungeva da paesi poveri, ed ecco allora la presa di coscienza di una disuguaglianza profonda e la ricerca di porvi rimedio – sarebbe meglio dire: metterci una pezza. Oggi la sfida della Cina è lanciata. Necessario costruire ponti, mi si suggerisce, non seminare zizzania.

 

Ma dittatura è dittatura, ovunque nel mondo. Al-Aswani ce la racconta dal suo punto di vista: un romanziere che aveva goduto di una relativa libertà sotto il regime di Mubarak – che pure lui già definisce dittatura – e che con il golpe militare nel 2014 vede le sue opere messe all’indice. La racconta come una sindrome: un malanno che colpisce i sudditi, portati in breve a identificarsi con il potere che li governa, a inchinarsi plebiscitariamente al capo, ad accettare compromessi di ogni tipo per cui la verità scompare dai radar e si afferma la mentalità, come la definisce Al-Aswani, del bravo cittadino, non solo capace di obbedire, ma anche di denunciare i comportamenti disobbedienti e, tortura sopraffina, di denunciare chi non denuncia. Ci racconta gli amici suoi, stimatissime persone che si piegano all’obbligo della menzogna e vengono premiati con la carriera. Ricordando l’affetto che circondava Nasser non scalfito dalla sconfitta del ’67 nella guerra contro Israele, Al-Aswani parla di ‘servitù volontaria’, ed è su quello che il suo libro va a interrogarsi, è quello che va a indagare: una presunta psicologia delle masse. Poi, certo molto altro accade sotto la dittatura: la follia che va a informare di sé la società intera, il comparire di teorie del complotto che giustificano l’ingiustificabile, il maglio che si abbatte sui mezzi di informazione e la censura come strumento di controllo. E l’islamismo, che tutto ciò raccoglie nella porzione di mondo cui appartiene l’autore, ne fa un mazzo e ne fa carburante dell’appropriazione di tante nazioni.

 

I due capitoli nei quali ragiona sul rapporto tra fondamentalismo islamico e terrorismo sono i più sofferti, è materia urticante, privata. Il libro va però oltre, vuole essere un excursus lungo il quale nominare il maggior numero di dittatori, del passato novecentesco e del presente, con un forte accento sul mondo arabo e l’Europa, citando di sfuggita qualche latinoamericano e dimenticando gran parte dell’Asia, tra cui la Cina contemporanea. Al-Aswani è affascinato dalla personalità dei dittatori, al punto di dimenticarsi le dittature oligarchiche, di partito, o quelle in cui è un pezzo della società che prende il sopravvento, l’esercito o una chiesa. La teoria di nomi propri sciorinati ci colpisce per la varietà e vastità del fenomeno e ci ammonisce che la democrazia è l’eccezione, non il dispotismo. Nel capitolo finale l’autore si interroga su come sconfiggere la sindrome della dittatura, ma paradossalmente elenca i temi che la dittatura rafforzano: carisma, idoli, religione, sciovinismo e complotti sono i titoli dei paragrafi, chiusi da un unico capoverso che invita alla consapevolezza. 

 

 

Appare, il testo di Al-Aswani, una triste ammissione di impotenza. E la capisco: corrisponde alla realtà. Oggi l’intellettuale – lo dico in senso lato: anche gli insegnanti lo sono, o i pubblicitari e gli architetti, o chi si occupa della legge e della salute pubblica, insomma tutti coloro che il proprio status e professione portano a riflettere, a pensarci su, a fare scelte per la comunità – è naturalmente portato all’insofferenza verso la dittatura che impedisce il libero esercizio del pensiero. Ma è disarmato. In tanti paesi del mondo la dittatura è riconosciuta come legittimo e buon potere dagli strati bassi della società, i lavoratori manuali, o d’ordine, chi si limita a eseguire compiti faticosi o banalmente noiosi: e tutti a basso reddito. È a loro che le dittature e i regimi autoritari si rivolgono in modo diretto, evidente, in Iran come nell’India di Modi, in Cina come in Egitto o in Venezuela.

 

A loro il regime propone servizi, assistenza, una protezione che a volte è fatta di sole parole, ma comunque configura una guida: stiamo pensando a voi, è per voi che governiamo. Funziona, naturalmente, quando il regime è capace di impiantare una vigorosa crescita economica a beneficio di tutti, come è clamorosamente evidente in Cina. I ceti intellettuali in tutto il mondo hanno purtroppo reciso i rapporti con gli strati sociali che sono altro da sé. Si va in piazza chiedendo la libertà di espressione, si rivendicano diritti civili, magari ci si prende cura degli ultimissimi, ma non c’è un rapporto con gli strati sociali più in basso, raramente emergono richieste di modifica degli assetti: i salari, i servizi sociali, tutta roba scomparsa dai radar del cosiddetto ceto medio riflessivo. Si ragiona da minoranza, e non da segmento guida della società intera. Non so come stia andando ora in Myanmar, ma nel resto del mondo va così. Come è di moda dire di questi tempi: si resta chiusi dentro alla bolla narcisista, si ragiona sulla propria intimità e non sugli assetti della società. E vale, questo, anche per i nostri paesi, dove molti tra i populismi all’orizzonte prefigurano in modo inquietante regimi autoritari, e fanno breccia lì dove noi abdichiamo.

 

Io poi ho una gran voglia di sottolineare un fatto: nella storia viene prima la dittatura, come ordine naturale del mondo. Un Potere, e i suoi Sudditi: è tradizione nei paesi islamici, eredità confuciana in Asia, ma è altrettanto consolidata esperienza storica in Europa, che si è costituita su una lunga teoria di monarchie, imperi e bolle papali, nella scia del Cristianesimo (“il Re dei Re”) e del Rinascimento (il Principe), e che, al di là di brevi esperienze che più che democratiche possiamo definire oligarchiche, non si è incrinata prima della seconda metà dell’ottocento. E penso ai miei amici sinologi, che giustificano la dittatura in Cina con una eredità culturale confuciana, a loro dire differente da quella occidentale, citando il flebile lascito della democrazia ateniese, che semmai era oligarchia per censo. Il suffragio universale – e si parla di suffragio maschile – è relativamente recente in Europa, si è affermato per passi successivi nell’ottocento rompendo a fatica le limitazioni di censo e affermandosi pienamente solo nel novecento, con l’eccezione – extraeuropea – della democrazia americana, che un secolo prima forma l’indipendenza dalla Corona britannica di una popolazione di emigrati, anche qui con limiti iniziali di genere, censo, e perfino di razza. L’affermazione della democrazia non attiene unicamente all’idealità, o al progresso delle idee: è legata allo sviluppo industriale e al formarsi di una borghesia, che impone una propria forma di suffragio con limiti di censo, e poi del movimento operaio, quando masse di persone prendono nelle loro mani le proprie condizioni di lavoro e di reddito e di conseguenza impongono il voto per tutti, a supporto dei propri partiti. Per un secolo e mezzo l’esercizio della democrazia in occidente si è costituito nel confronto elettorale tra partiti borghesi e partiti dei lavoratori.

 

E allora viene da domandarsi: perché nei paesi che vivono oggi decenni di pieno sviluppo industriale non va come andò nell’Europa dell’ottocento? In Cina, in Egitto o in Iran. Una buona eccezione è la democrazia indiana, formatasi a partire dall’idealità dei Gandhi e dei Nehru certo, ma corroborata da una forte presenza di sindacati operai e contadini: bandiere rosse a tutto spiano, per più di mezzo secolo. Il regime sempre più autoritario di Modi non ha sbandato davanti alle forti proteste degli studenti e degli intellettuali delle città, ma sente ora il morso di uno sciopero contadino che per noi europei ha un sapore d’altri tempi. Non so dire perché la storia dell’India indipendente sia così diversa da quella, per dire, dell’Egitto del dopoguerra, ma questa è forse la domanda che dovrebbe porsi Al-Aswani, e noi con lui. E non solo in Egitto o nei paesi di recente sviluppo come la Cina, ma anche e soprattutto nell’occidente dove dietro le populistiche convulsioni recenti di parte della società ‘bassa’, c’è proprio questa domanda per noi, per le élites intellettuali: dove siete? Dove vi siete rintanate? 

 

Domanda che io giro pari pari a Al-Aswani. E che mi riporta – finisco sempre lì – alla Cina di oggi, dove molte delle proteste operaie e popolari che i mezzi di informazione occidentali non riescono a intercettare e rilanciare trovano supporto in una vasta rete di ong del lavoro e addirittura in circoli studenteschi. Gli arresti degli attivisti sono molti, i capitani d’industria stanno ben insediati nei ranghi del Partito Comunista nonostante la conflittualità tra il privato e lo stato, ed è chiaro che la dittatura chiede all’enorme massa di nuovi salariati delle città – centinaia di milioni di giovani immigrati dalle campagne – obbedienza e silenzio, e li otterrà finché la crescita sarà forte e i progressi economici evidenti. Chissà mai se nel Paese di Mezzo troveremo un Engels, a raccontarci la situazione della classe operaia in Cina.

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