Antonio Zambardino nelle terre estreme

L’immagine del fotografo raccontata dall’industria culturale è spesso quella d’un emissario della società dello spettacolo per cui tutto ciò che esiste va reso visibile e messo a disposizione di un pubblico possibilmente vasto. Più che servomeccanismo della macchina, il fotografo è servomeccanismo di un sistema spettacolare che trasforma il visibile in spettacolo, performance, ma che modifica la sua stessa immagine per renderla funzionale al sistema che lo governa. Sia che si tratti della variante “fashion” che di quella più artistica o d’inchiesta, nessuno sfugge alla drammatica legge del disvelamento spettacolare. A un estremo c’è la metafora di Thomas, protagonista nervoso, scontroso e compulsato di Blow-up (Antonioni, 1966), che incarna lo spirito modernista della Swinging London e di un’intera generazione messa in vetrina.  Dall’altro quello, ben più recente, del serafico e ascetico Sean O’Connell, fotogiornalista di The Secret Life of Walter Mitty (Ben Stiller, 2009), capace di attendere per ore in silenzio un leopardo delle nevi sull’Himalaya e di rinunciare alla fine allo scatto, proprio perché “Beautiful things don't ask for attention”. Seppur agli antipodi di un continuum su cui possiamo immaginare l’operato di tutti i fotografi finzionali e realmente esistiti, entrambi sono vocati alla riproduzione dell’immagine e alla legittimazione del suo potere nelle società globalizzate. 

 

 

Queste brevi note a guisa d’introduzione mi servono per parlare di alcuni momenti del lavoro e della vita di Antonio Zambardino, fotografo recentemente scomparso in Thailandia che insieme all’Indonesia è stato il suo ultimo teatro d’azione. Ho conosciuto Antonio durante la mia esperienza d’insegnamento di Sociologia allo IED di Roma nel 2002. Insieme a lui, un gruppo di altri promettenti creativi a cui decisi di proporre un Corso più destrutturato del solito, basato su analisi di prodotti culturali che toccavano il tema del consumo nella globalizzazione. Da quell’esperienza nacque l’esperimento della rivista ccube.comunicazione.consumo: un progetto tanto rivoluzionario quanto effimero, che combinava  contenuti “alti”, un invidiabile comitato scientifico e un’immagine insieme accattivante e dirompente grazie alla collaborazione tra grafici e fotografi (soprattutto Antonio e il suo amico/collega Lorenzo Vitturi). Nel secondo numero spiccava l’immagine di Giordano Bruno che si stagliava dallo sfondo di una pubblicità della PS2, quasi come un Dart Fener ante litteram. Per il terzo numero dedicato alla musica elettronica, Antonio propose alcune foto particolarmente vivide di un rave party, oltre a un gioco di sovrapposizioni sulle vetrine di un negozio della Casilina tra i manichini e i riflessi del cielo della periferia romana. Nel numero quarto sul Natale comparivano i suoi esperimenti con lo scanner che illuminava di una luce fredda e artificiale i giocattoli tipici dell’infanzia (conigli, pecorelle, orsacchiotti), sovraccarichi di un’esperienzialità modificata dal mezzo e per questo inquietante.

In un articolo del secondo numero di ccube, Jean Baudrillard – che all’epoca decise di dedicarsi alla fotografia, esponendo le sue opere al Palazzo delle Esposizioni di Roma – asseriva che:

 

…la gioia di fotografare è un’allegria oggettiva. Chi non ha mai provato questo trasporto oggettivo dell’immagine – di mattina, in una città, in un deserto – non capirà mai niente della delicatezza patafisica del mondo. Se una cosa vuole essere fotografata significa che non vuole consegnare il suo senso, che non vuole riflettersi… Se qualcosa vuole diventare immagine non è per durare ma per scomparire per sempre.

 

© Antonio Zambardino

 

Nella definizione paradossale del filosofo, da un lato la “gioia” del fotografo coincide con la sua capacità di cogliere l’essenza stessa (e patafisica) della realtà, dall’altro la realtà che s’appresta a essere colta dal dispositivo fotografico non lo fa per essere “immortalata” ma per il motivo opposto: scomparire nella cifra dell’immagine tecnicamente riproducibile. Riassumendo: autenticità della pratica che alimenta l’illusione della realtà versus inautenticità dell’immagine che costringe il suo oggetto a una trasparenza insopportabile.

 

© Antonio Zambardino

 

Zambardino prova a risolvere tale paradosso tramite una pratica esistenziale e professionale che si avvicina molto a quella dell’antropologo. Difatti, prima ancora delle competenze tecniche vanno ricordate le sue caratteristiche umane e relazionali che l’etnografia riassume con l’efficace espressione del “going native”. Era strabiliante la sua capacità d’entrare in contatto e stringere una relazione duratura con persone diverse, collocate a vari livelli della struttura sociale, interpreti di diverse culture, credi, visioni del mondo ecc. Abbattendo ogni filtro prima grazie alla relazione e solo successivamente tramite l’obiettivo. Allo stesso tempo egli era l’infaticabile generatore di un network diffuso e globalizzato in continua espansione. Al contrario di molti esponenti della classe creativa impegnati a gestire contrapposizioni logiche irrisolte tra ethos borghese e spirito bohémien, egli semplicemente sublimava queste categorie in una modalità esistenziale unica, irripetibile e totalmente refrattaria al potere omologante dei modelli (professionali, esistenziali, consumistici).

 

© Antonio Zambardino

 

Il suo modo di fare ricordava sotto alcuni aspetti Christopher, il protagonista di Into the wild (Sean Penn, 2007), che nel corso del suo esodo dalla modernità incontra gruppi e persone d’ogni età e genere, tutti innamorati della sua indole espansiva e della sua purezza d’animo. Al di là del fatto che l’uno abbia viaggiato solo attraverso gli Stati Uniti mentre l’altro ha letteralmente abitato il mondo, come in Christopher anche in Antonio è presente un tratto quasi-cristologico. Solo che nel primo ciò si traduce in un’istanza di trascendenza: fuggire dalla civilizzazione, alla ricerca di una dimensione autentica, incontaminata, che solo la natura selvaggia e tremenda può offrire. Antonio, al contrario, propendeva per l’immanenza: essere tra le cose del mondo, ricercare l’essenza dell’umano nei contesti di maggiore densità (le metropoli), lungo le fratture storiche che auspicavano il mutamento (le Primavere arabe), ma soprattutto nelle terre estreme in cui l’antropizzazione è più rarefatta.

 

Esattamente là dove la presenza umana si fa più precaria rispetto allo strapotere della natura, essa è anche più pervicace. Il reportage sull’Alaska intitolato The Raoadkill Program (2009) racconta esattamente questa debolezza dell’umano ma anche la sua irrinunciabile competenza nello sfruttare le difficoltà, trasformandole in un vantaggio per la sopravvivenza. In quel luogo difatti le alci sono considerate una proprietà dello stato e vengono salvaguardate dall’ADFG, l’Alaska Department of Fish and Game. Per questo lo sguardo del fotografo s’è spinto fino a quel limite, alla ricerca non solo di testimonianze sullo stile di vita in un contesto così impervio, ma anche delle tracce di una relazione tanto violenta quanto stocastica con la natura. L’unica deroga alla legge che vieta il commercio di alci è difatti concessa quando l’animale viene ucciso durante un incidente stradale. Da quel momento esso passa dalla proprietà dello stato a quella di vari beneficiari che sono presenti sulla Roadkill List: ONG, parrocchie e altre associazioni che ne disporranno per la sussistenza dei più disagiati. La splendida foto un po’ ballardiana racconta un altro “crash”, non quello della carne umana compenetrata dal macchinico, ma quella di una natura che scontrandosi con la macchina diventa proprietà dell’uomo. Sin da quel lavoro è stato chiaro che la sua ricerca era molto più che semplice fotogiornalismo: un trattato d’antropologia culturale scritta con le immagini. Lo stesso vale per il lavoro su Tonga, l’isola del Pacifico in cui il livello del mare è salito di 10 cm negli ultimi 13 anni. Poliziotti, avvocati, infermieri ecc. rappresentano una sorta di Terziario annegato e disposto a farsi fotografare a mezzo busto in acqua. Quasi a denunciare l’inesorabile processo che, malgrado tutti, potrebbe cancellare ogni traccia d’antropizzazione dell’isola. Non ho spazio qui per commentare la varietà e l’intensità dei suoi lavori, frutto del suo sistematico peregrinare (Egitto, Iraq, Indonesia, Vietnam, West Virginia ecc.), alcuni dei quali sono consultabili sul sito.

 

La morte di Antonio, assurda e inattesa, si è trasformata in una grande cerimonia dei social media grazie all’autoattivazione di numerosi amici, colleghi e conoscenti che hanno deciso di sostenere la famiglia tramite la condivisione di immagini, memorie e commenti che lo riguardavano. La dimostrazione che – sebbene i social rappresentino sotto alcuni aspetti la degenerazione delle forme di protagonismo dei media tradizionali – essi possono anche ricreare uno spazio quasi-intimo e quasi-autentico di comunicazione all’interno di una comunità che vive, a diversi livelli, la medesima esperienza di dolore.

Antonio Zambardino

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