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Baudrillard, pandemia e altre catastrofi del millennio

In L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam (1995), troviamo una chiara anticipazione della catastrofe contemporanea: crisi del sistema dei consumi, psicopatologia diffusa, estinzione potenziale della specie umana… Un virus ha devastato l’intera popolazione del pianeta; solo l’1% è riuscito a salvarsi, rifugiandosi sotto terra. Ancora una volta la scienza, come nemesi del suo primato, ci precipita verso la catastrofe. Dalle immagini di New York, popolata solo da animali liberati dagli ecoterroristi, emana il fascino spettrale e onanistico delle merci “congelate” negli spazi espositivi, senza più alcuna funzione, se non quella archeologica del reperto. Nell’incontro in manicomio tra Bruce Willis e Brad Pitt, due apparenti disadattati, si discute sul rapporto tra pubblicità e follia decretando che “forse la razza umana merita di essere eliminata”. Come sostiene lucidamente Jeffrey Goines (Brad Pitt) “[...] vedi la televisione, è tutta lì la questione. Guarda, ascolta, inginocchiati, prega: la pubblicità. Non produciamo più niente, non serviamo più a niente. Tutto è automatizzato. Che cazzo ci stiamo a fare. Siamo dei consumatori. Compri un sacco di cose da bravo cittadino, se non le compri che cosa sei? Un malato”. Mentre il folle Brad Pitt organizza un’azione di stampo “situazionista” per liberare gli animali dello zoo di NY, spetterà all’assistente del padre provocare la catastrofe, come vendetta di Dio contro l’umanità peccatrice. Questa soluzione terminale è chiaramente frutto di una consapevolezza latente: l’eliminazione del genere umano è anche eliminazione del sistema dei consumi, dunque unico garante della salvezza dell’ecosistema.

 

Oltre a riconoscere parecchie immagini del nostro tempo, come la natura che riconquista i suoi spazi, l’amante di Jean Baudrillard potrà probabilmente ritrovare nel film alcuni suoi cavalli di battaglia: il virus, la critica alla “profusione” del sistema dei consumi, il fascino spettrale delle merci e la loro presenza simulacrale, la schizofrenia del consumatore/spettatore, il situazionismo e l’estinzione della specie (intesa come nemesi della promessa d’immortalità della tecnica). In uno dei suoi ultimi lavori, L’illusione dell’immortalità (Armando, 2007), il filosofo difatti anticipa in modo visionario il nostro presente: Se “l’evoluzione della biosfera è ciò che ha portato gli esseri immortali a divenire mortali”, ovvero il passaggio dal virus sempre identico a se stesso, alla riproduzione sessuata che genera nuova vita come ricombinazione “unica” del codice genetico, “l’ordine pregresso del virus – degli esseri immortali – è perpetuato, ma d’ora innanzi il mondo di identità mortali sarà contenuto all’interno della dimensione mortale”. Per Baudrillard “la battaglia” tra l’identico indifferenziato (il virus) e il singolare indifferenziato (l’essere umano), “non è del tutto finita, e la regressione è ancora sempre possibile, e può attuarsi non solo in una rivolta virale delle nostre cellule, ma anche come risultante di … una copia identica del mondo, un artefatto virtuale che ci apra alla prospettiva di una riproduzione infinita”. In questa ricostruzione estremamente sintetica della storia naturale, il Filosofo mette in mostra la tragedia dell’umano che, dopo essersi emancipato dall’indifferenziato tramite l’evoluzione biologica, ricade in esso, tramite l’evoluzione della tecnica, della clonazione e della cibernetica. 

 

Ciò che oggi stiamo vivendo ricorda in qualche modo l’ansia millenarista vissuta in pieno postmoderno. A essa Baudrillard rispondeva con L’illusione della fine (Anabasi, 1991) in cui, seguendo la dromologia dell’architetto Paul Virilio, polemizzava con le filosofie della fine della storia, sostenendo che “non ci sarà fine di nulla, e tutto questo continuerà a dispiegarsi in modo lento, noioso, ripetitivo, nell'isteresia di tutto ciò che, come le unghie e i capelli, continua a spuntare dopo la morte”. Un discorso che torna oggi di grande attualità se si pensa all’articolo di P. Brislen “It’s Y2K but with germs”, pubblicato sull’Herald Tribune neozelandese (16 mar 2020), in cui il giornalista mostra come la fatidica catastrofe del Millennium Bug, dovuta al blocco globale e simultaneo di economia, informazione e vita quotidiana, s’avvera con venti anni di ritardo, per colpa di un’entità biologica e non meramente digitale. Il nuovo millenarismo rilegge la pandemia in modo bizzarro. Come in USA, secondo il movimento degli ultracattolici il Covid-19, il virus sarebbe null’altro che la piaga inviata dall’onnipotente per punire la cattiva gestione di un pontefice troppo “liberal” e benevolente nei confronti dei peccatori postmoderni (vedi le coppie di omosessuali).

 

 

Come nota Vanni Codeluppi nel suo ultimo Baudrillard. La seduzione del simbolico (Feltrinelli, 2020), Baudrillard nomina solo raramente il termine “postmoderno”, cosicché solo una parte della sua riflessione è riferibile a tale orientamento. Codeluppi sviluppa la sua tesi attraverso una precisa chiave interpretativa, secondo cui il pensiero di Baudrillard è esso stesso un ologramma, esaminando le sue opere in quattro capitoli principali: merce, simulazioni, terrorismi, pensiero radicale. In “Merci”, Codeluppi affronta la questione di un Baudrillard ancora molto influenzato dalla critica marxista, che pertanto afferma una concezione fortemente antagonista nei confronti del consumo (da Il sistema degli oggetti, Bompiani 2003, attraverso Per una critica dell’economia politica del segno, Mimesis 2012, fino appunto a La società dei consumi, Il Mulino 2010, e a Lo scambio simbolico e al morte, Feltrinelli 2015), nella seconda fase invece l’autore si avvicinerebbe alla sensibilità postmodernista, a partire dal libro Della seduzione (SE 2017). Tuttavia, riconosce Codeluppi che il concetto di simulacro è già rinvenibile in Il sistema degli oggetti, quando viene affrontata la questione del tecnema, unità basilare del sistema tecnico, sull’esempio del fonema in linguistica. Nella spiegazione della teoria del simulacro si giunge a toccare il fondamento postmoderno della visione baudrillardiana, direttamente collegato a ciò che Codeluppi discute successivamente nel capitolo su “Il pensiero radicale”.

 

Se l’idea di simulacro come copia senza l’originale è stata spesso considerata come l’essenza del nichilismo baudrillardiano, il suo tentativo di riscattare continuamente il ruolo chiave dell’artificio e dell’illusione è invece la prova di una critica serrata nei confronti del vero nichilismo (nel senso heideggeriano del termine), quello della tecnica, quello del codice, quello della cibernetica. Il concetto di simulacro risplendeva di una potente attualità in una passata degli studi sulla comunicazione, quando i media elettronici, prima, e quelli digitali poi, stavano alleggerendo la realtà del suo peso cognitivo e normativo. Allo stesso modo la patafisica, che il filosofo riprende dalla drammaturgia di Alfred Jarry per aggiornarla nella sua versione postmoderna, ci racconta la crisi della scienza positiva dettata dalla reversibilità di cause ed effetti, mezzi e fini, realtà e immaginario. Il concetto di metalepsi occupa dunque un ruolo chiave nella sua filosofia della storia. Essa indica il modo in cui la turbolenza fa a pezzi le concatenazioni lineari della modernità, invertendo le cause con gli effetti. Nell’ultimo capitolo, Codeluppi affronta la questione del pensiero radicale e della singolarità, ovvero di un tratto fondamentale di quel pensiero che definirei agonistico. Per l’autore francese difatti, se la realtà è accelerata dalla tecnologia, che la spinge verso le sue più estreme e paradossali conseguenze, allora il pensiero deve essere più veloce e più paradossale della realtà stessa. Detto con le sue parole: “bisogna prendere in trappola la realtà, bisogna essere più veloci di lei”, che Codeluppi ricorda da Il delitto perfetto (Raffaello Cortina, 1996). 

 

 

Dunque in cosa potrebbe essere ancora utile oggi il pensiero del filosofo francese? A questa domanda risponde un altro saggio di Francesco Proto, Baudrillard for architetcs (Routledge 2020), che, sebbene voglia tradurre le questioni sopra discusse per un pubblico di addetti ai lavori, in realtà riflette ad ampio raggio sul suo impianto teorico. Del resto l’architettura occupa un ruolo centrale nel pensiero baudrillardiano. Proto offre un’analisi particolarmente sistematica dell’opera dell’autore francese, esposto però in una struttura grafica più creativa e immaginifica. Anche Proto concorda sul fatto che il postmodernismo del filosofo francese fu “abbracciato più che altro come strategia discorsiva”, tuttavia la sua attitudine a “interpretare l’architettura nei termini di segni e di strutture linguistiche”, ha fondato la stessa riflessione postmoderna. Come nel caso della famosa e fatidica analogia ribaltata tra Disneyland e Los Angeles (o del resto degli USA): i due “non sono due regni separati, ma piuttosto due facce della stessa medaglia in cui LA, scenario immenso e perpetua panoramica, ha bisogno di Disneyland come un suo vecchio immaginario, per mantenere vivo il mito di un vero, autentico e ancor vivo ‘reale’”. Uno dei concetti chiave e più attuali nella riflessione baudrillardiana è quello di codice, tramite cui Proto mette in collegamento il livello biologico (il DNA), quello informatico-cibernetico (il codice binario) e quello architettonico (le Twin Tower). Baudrillard suggerisce che: “ci siamo spostati dall'iconografia della piramide – come appare sulla banconota da un dollaro americano – al grafico statistico, esattamente come appare l’immagine frontale delle torri gemelle”. Inoltre entrambi richiamano “il codice binario e l'elica del DNA”. Una simile analogia descrive "un perfetto simbolo di egemonia economica e culturale" che è riflesso nel gemellaggio delle Torri. Il codice rappresenta dunque la chiave di volta per comprendere il suo pensiero profondo, nonché la sua possibile applicazione alle tre grandi catastrofi del nuovo millennio.

 

Presentificazione, spettacolarizzazione e simulazione restano un tratto dominante delle tre catastrofi planetarie e fortemente mediatizzate che hanno investito e stravolto il nuovo millennio. Nel caso dell’11 settembre tutto sembrava schiacciarsi sull’immagine potente del collasso delle torri, metafora di un collasso più esteso della storia occidentale; nella crisi finanziaria invece il presente è il tempo reale della finanza mondiale, che assoggetta il quotidiano delle persone comuni attraverso il debito e il consumo; nel caso della pandemia, inaudita realizzazione delle distopie batteriologiche, la presentificazione consiste in una dilatazione del tempo presente, preso in ostaggio dalla curva espansiva ed esponenziale del virus. Di queste Baudrillard esperì solo la prima, ma il suo pensiero può aiutarci a comprendere il tragico presente che lascia tutti sbigottiti. L’undici settembre rappresenta un trionfo del simulacro delle torri gemelle – già sapientemente descritto dal filosofo negli anni settanta come raddoppiamento semiotico, come perdita di referenzialità e come slittamento dal regime della produzione a quello della simulazione – ma anche l’irruzione del reale nel cuore dello spettacolo. Una realtà storica che dunque irrompe nella simulazione, compete con essa a chi è più spettacolare, ma solo perché, dice il filosofo in Lo spirito del terrorismo (Cortina, 2002), “la realtà è stata infettata dal virus dello spettacolo”. 

 

Con la crisi del 2008, quella della virtualizzazione finanziaria, abbiamo scoperto che il tempo reale, che per Baudrillard è una pura illusione, era soprattutto quello degli algoritmi e di pacchetti finanziari, splendidamente narrati in Cosmopolis di Don DeLillo (Einaudi, 2003), che speculano in linea diretta sulla vita quotidiana di milioni di consumatori. Con la pandemia e il distanziamento sociale che ne consegue, assistiamo a un revival della comunicazione virtuale, proprio perché il corpo è relegato nello spazio domestico. Nell’attesa millenarista dell’anno duemila, il tempo rallentava come in prossimità di una massa infinita. La stessa sensazione che abbiamo provato nel cuore dell’esplosione pandemica, quando il tempo sospeso, in prossimità del picco, stentava a risolversi nell’evento di caduta della curva, anticipato e rinviato continuamente dagli annunci degli esperti e delle istituzioni: tra una settimana, tra un giorno, tra poco… Quasi come nell’ipotesi di oltrepassamento dell’orizzonte degli eventi di un buco nero (metafora amata da Baudrillard, vedi doppiozero), anche nella pandemia la densità crescente del contagio produce una massa critica che contrae lo spazio e dilata il tempo.

 

Anche il simulacro torna prepotentemente a rivendicare la sua attualità. Dopo che lo stesso autore aveva ammesso una sorta di autocritica – nel caso dell’11 settembre in cui la realtà diventa più spettacolare dello spettacolo stesso. Oggi il virus produce una totale de-spettacolarizzazione della vita pubblica, anche se le città deserte paiono il set di un film distopico, e invece una iper-spettacolarizzazione e virtualizzazione della vita privata. Nel regime di isolamento forzato, i corpi rimossi dall’esperienza collettiva, possono esprimersi solo “virtualmente” tramite avatar o piattaforme digitali, inclusi i musei virtuali che sembravano totalmente inutili solo un decennio fa. La Quarta rivoluzione industriale del resto contiene in sé sia il superamento che la continuazione del postmoderno. Da un lato la centralità dei media emergenti che integravano dimensione fisica e digitale (IoT, Realtà aumentata, geolocalizzazione ecc.), dall’altro lato la nuova esperienza dell’isolamento ci riporta a un immaginario postmoderno di pura virtualità tipico degli anni novanta, in cui la rimozione dei corpi fisici e delle esperienze concrete decreta il primato delle piattaforme digitali su quelle fisiche e logistiche, dei bit sugli atomi. Se il 9/11 ha colpito al cuore il potere virtuale e globale dell’impero, ovvero il regime della simulazione tramite un’azione tattica, e il 2008 ha decretato l’implosione di quel sistema per colpa dei suoi stessi meccanismi speculativi, la pandemia oggi mette in scacco il sistema tecnocratico tramite una dimensione atavica, pre-biologica ed “eterna”, che per Baudrillard è propria della vita del virus. 

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