Inizia oggi un nuovo speciale: Parole per il futuro. Abbiamo chiesto ai nostri collaboratori di scegliere un concetto, un'idea, e di pensarlo in relazione al futuro: dove stiamo andando? Un dizionario per orientarci: "Non è questione di tornare al passato; piuttosto, si tratta di permettere al passato, ancora una volta, di trovare la sua strada nel futuro. Perché la vita sulla terra vada avanti e prosperi abbiamo bisogno di imparare a frequentare il mondo con attenzione, rispondendogli con sensibilità e giudizio" (Tim Ingold, Corrispondenze). 

 

Riprendiamoci la bontà. Questa è una proposta per il futuro: riprendiamoci la bontà, che al momento sembra rientrare tra le categorie più antiquate e inservibili che ci siano in circolazione. È difficile capire quando sia accaduto esattamente che la bontà ha perso del tutto il suo mordente: si potrebbero fare delle ipotesi semiserie che si equivalgono per libertà e leggerezza, quindi tanto vale farne una.

Una a caso, piuttosto insignificante, ma vale la pena di usarla in via sperimentale per vedere in che punto si finisce a seguire la catena di ragionamenti diffusi che genera. Perciò fingiamo insieme che l’ultimo residuo di fiducia nella categoria della bontà sia stato sradicato via dal mondo quando Bill Clinton ha intrapreso la sua relazione extraconiugale con Monica Lewinsky. Per precisione diciamo che è capitato il 17 gennaio del 1998. Lo scandalo di per sé è poco interessante, ma il suo strascico di clamore lo è, e si può riassumere così: persino il presidente degli Stati Uniti d’America mente.

Si salvi chi può. 

 

Noialtri iniziamo a provare sfiducia nei confronti della bontà quando cresciamo e ci accorgiamo che al di là delle fiabe i buoni soltanto buoni non esistono. La bontà come un panno perfettamente bianco è un mito snervante perché richiede un lavoro inutile, impossibile, una difesa e una resistenza continue nei confronti della polvere del mondo. Nella fattispecie del nostro caso di studio, si può dire che persino il presidente degli Stati Uniti d’America ha tradito sua moglie e ha assecondando il suo istinto, cioè – ed è un carattere importante della violata bontà – ha dato a sé stesso la precedenza sugli altri.

Sulla scia di Platone e Hobbes vari altri filosofi hanno individuato nella pleonexia quel tratto che accomuna gli esseri umani e consiste nel volere di più e meglio per sé, senza essere mai soddisfatti. Per esempio, non farsi bastare la moglie e volere l’amante. Non farsi bastare una utilitaria e desiderare un SUV. In generale non accontentarsi del proprio giardino, perché l’erba del vicino è la più verde.

 

Quando l’esecuzione perfetta di una morale consiste nell’essere a posto così, nel farsi bastare ciò che si ha, allora purtroppo è impercorribile, perché desiderare è nella nostra natura sempre, e dell’atteggiamento opposto non possiamo liberarci troppo facilmente – neppure Bill può farlo. A osservare la vicenda di Bill Clinton si vede bene: con il passare del tempo, è come se nel nostro immaginario bontà e perfezione si fossero saldate insieme. Considerando la bontà come l’adesione perfetta a un sistema morale che chiede di non desiderare la donna d’altri, il prezzo da pagare è che il buono non esiste, è un personaggio che non sta in piedi: è con sapienza e sensibilità che da qualche anno i narratori hanno deciso di occuparsi solo e sistematicamente dei cattivi, tralasciando la santità. Non solo.

 

Se la bontà è l’adesione perfetta a un sistema morale, appena quel sistema morale cambia o va in pezzi i buoni non esistono più. Almeno fintantoché non se ne fonda un altro. Ed è esattamente così che è accaduto: Dio è morto e i buoni con lui. Per dirlo in maniera più chiara, dal momento che in Occidente il sistema morale sorretto dall’edificio del cristianesimo si è sbriciolato, è diventato impossibile stabilire chi è buono e chi non lo è. Siamo orfani dei buoni. Tra le caratteristiche che attribuiamo ai colleghi, agli amici e agli amanti la bontà non ha un posto d’onore: se domandiamo a qualcuno di descriverci il suo grado di bontà, ci troviamo a fare i conti con la sua ironia e il suo scetticismo.

 

La mia ipotesi è che, se vogliamo riabilitare la bontà, dobbiamo smettere di pensare che sia una forma di perfezione, che sia l’adesione perfetta e senza grinze a un sistema morale. 

 

Se Bill Clinton tradisce Hilary Clinton, Hilary Clinton prende punti bontà.

Non è affatto detto che sia vero, ovviamente, però ci viene da pensarlo. Da qualche parte deriva il pregiudizio diffuso che i buoni siano dei poveracci e che la bontà sia l’anticamera della sfiga. Il buono è la vittima del tradimento, mentre il cattivo è traditore. Chi ha detto che le cose vadano in questo modo? Io credo che fare questa equivalenza sia addirittura pericoloso, perché ci porta a costruire un mondo nel quale non vorremmo abitare: un mondo che ci fa fare a gara a chi ha sofferto di più, dove il dolore è una forma di autorevolezza (l’ultima residua tra l’altro).

 

Opera di Christiane Spangsberg.


Quando si prende questa china, ci si trova di fronte a una bontà zombie, completamente distorta, che viene a coincidere con la sofferenza, con l’umiliazione, con la fatica. E la squadra dei buoni si azzera di nuovo. Se il buono non è un individuo perfetto, se il buono non è il più ligio al sistema morale in vigore, allora una persona buona può essere anche ricca, fortunata, non necessariamente oggetto di una discriminazione. Pensare che la bontà non comporti la croce è la strada più semplice per renderla appetibile e appagante, per volerci avere a che fare. 

 

La seconda azione da compiere per riprendersi la bontà, dunque, è non assecondare mai l’equazione secondo la quale buono corrisponde a debole e cattivo corrisponde a forte: bontà e fortuna possono stare insieme, così come cattiveria e sfiga. 

 

In tutto questo tempo, mentre abbiamo azzerato il sex appeal della bontà e ci siamo abbondantemente dimenticati di Bill Clinton, i cattivi hanno guadagnato moltissimo terreno. È stato addirittura coniato un termine – buonismo – che si attribuisce con grande disinvoltura a qualsiasi cosa che un tempo veniva considerata buona, come avere a cuore gli ultimi, fare beneficenza o contestare chi fa il forte con i deboli. Di fronte al muro alto della bontà come perfezione e della bontà come sfiga, tutti quanti abbiamo preferito alzare le mani e ammettere che anche noi siamo così: i demoni che ci abitano sono troppi per combattere con loro.

La cattiveria è diventata un fatto psicologico, l’incapacità di trattenersi, la coazione a ripetere. L’idea è che il male è dentro di noi come una malattia oppure come una conseguenza inevitabile di altro male ricevuto si è radicata a fondo insieme all’idea di una banalità del male.

Il problema di questa visione delle cose, della versione light e psicologica della cattiveria, è che non esistono più responsabilità: dal punto di vista psicologico ciascuno di noi è uno, nessuno e centomila – Bill si sentiva solo, Monica era giovane e adorante, Hilary ha visto il suo matrimonio andare in pezzi. Questa versione del bene e del male non fa crescere il mondo, non lo ricuce, blocca ciascuno nel buio della sua stanzetta a leccarsi le ferite in solitudine.

 

A questo punto possiamo lasciar perdere l’esempio del Sexygate e concentrarci un momento sulla bontà. Su come rifondarla, una volta ripulita dalla perfezione e dalla sfiga. E qui Bill Clinton non c’entra più.

 

Io credo che la maniera più saggia e completa di riabilitare la bontà sia ammettere che la bontà è una forma di intelligenza. La bontà non è un fatto psicologico o morale e tantomeno l’osservanza religiosa di un sistema di regole. La bontà è l’intelligenza di chi non si sente solo al mondo e conosce, rispetta, asseconda la vita in ogni sua forma. In questo senso la parola più adatta per esprimerla è partecipazione: è buono chi partecipa alla vita nel suo complesso. Non solo alla sua. Chi è buono abbraccia il mondo, perché sa comprenderlo nel suo sguardo. La formula della sua intelligenza si traduce in una particolare combinazione di umiltà e fermezza: fare scorrere la vita senza dare preminenza assoluta alla propria, ma senza mai tralasciarla. In un certo senso il buono è una specie di semaforo vivente, che ha imparato a dirigere il traffico e ogni volta sa a chi è il caso di dare la precedenza. Questa capacità deriva al buono dalla partecipazione, dal sentirsi parte effettiva e attiva di ciò che lo circonda, e dunque nella consapevolezza profonda che non esistono parti senza il tutto. Questa bontà è insegnabile, credo che il curriculum migliore per coltivarla sia trascorrere del tempo felice in compagnia di altri esseri umani.

È partecipando alla vita che si impara a non tradirla, a vedere in ciascuno e in ciascuna cosa il suo tratto ineguagliabile. 

 

Come in ogni dizionario che si rispetti, anche qui ci vuole un esempio, una tavola: una conferma che l’oggetto di cui si parla esiste là fuori e non è soltanto una fantasia, oppure un’installazione artistica.

Se qualcuno è interessato a capire in concreto che cosa intendo con quella particolare forma di intelligenza che è la bontà, vale la pena di recuperare una serie tv, Maid, uscita da poco su Netflix.

La protagonista si chiama Alex ed è una ragazza madre contemporanea alle prese con una vita difficile e incasinata, un ex fidanzato alcolista, una madre pazza, un padre inaffidabile e un portafoglio rigorosamente vuoto. Alex è bella ed è un personaggio integralmente buono di questa nuova bontà. Uno dei pochi in cui mi sia imbattuta ultimamente. Non è perfetta perché commette un sacco di errori, non è debole perché riesce a sopportare con un buon tasso di indifferenza e determinazione la maggior parte delle cose che le capitano. In lei sembra scorrere la linfa delle eroine letterarie di Richardson, Pamela e Clarissa. Qualsiasi cosa faccia resta in piedi e va avanti, senza rinunciare alla vita in lei e tenendo fede a quella degli altri. Vederla è un piacere. Dopo qualche puntata ci si accorge che la sua non è una condizione psicologica transitoria, ma una forma strabiliante e rara di intelligenza. Nulla vieta, però, che sia la più praticata in futuro.

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Opera di Christiane Spangsberg.