“Che bello! Non sembra neanche poesia!”

“Se non restasse ancora vivo il pregiudizio pigro per il quale un poeta in dialetto è un ‘minore’, anche quando è maggiore, Raffaello Baldini sarebbe considerato da tutti quello che è, uno dei tre o quattro poeti più importanti d’Italia”. Con questo reciso giudizio di Pier Vincenzo Mengaldo, riletto da Vivian Lamarque, si apre il bellissimo film di Silvio Soldini e Martina Biondi sul poeta di Santarcangelo, Treno di parole, presentato alla Festa del Cinema di Roma il 20 ottobre 2018 e – l’11 novembre – a Milano, allo Spazio Oberdan. 

“Maggiore? Minore?” È così rilevante stabilire a che livello vada collocato Baldini? Sotto certi aspetti magari sì, perché dalla qualifica (decretata da qualche critico) dipende il suo credito letterario e quindi la circolazione dei suoi testi, la sua popolarità, la fama futura o l’oblio; ma per un lettore comune – per me, ad esempio – il problema non si pone in quei termini. Quando ho letto i primi libri di questo poeta, molti anni fa, e l’ho sentito recitare i suoi versi in pubblico, neanche per un attimo mi sono chiesto che posto dovesse occupare nelle gerarchie letterarie; al di là delle valutazioni e delle discussioni sul canone, la sua poesia c’era; era là, agiva come una cosa viva, certa. 

 

Poesia? Nel film di Soldini qualcuno racconta come – al termine di una lettura – una signora del pubblico abbia avvicinato Baldini e gli abbia detto: “Ma che bello quello che ha letto! Non sembra neanche poesia!”. 

L’osservazione – complimento, gaffe, o le due cose insieme – può essere una guida alla lettura di Baldini, che di sicuro non se ne sarà avuto a male, anzi. La simpatica signora, nella sua ingenuità, coglieva un carattere essenziale di ciò che aveva ascoltato: la scrittura di questo autore ha ben poco a che fare con l’idea corrente di poesia. Non si tratta solo dell’uso del dialetto, che invece potrebbe farlo rientrare in un genere letterario “minore” (appunto), ma non meno codificato di quello in lingua: il fatto decisivo è che Baldini reinventa radicalmente ciò che in generale intendiamo come poesia.  

Quello che differenzia il suo lavoro da quello dei poeti suoi contemporanei (dialettali inclusi) è l’assenza di un io lirico unico e riconoscibile, e il carattere fortemente teatrale dei testi. I due aspetti sono strettamente collegati. Baldini non parla mai “con la sua voce”: la sua è poesia “per interposta persona”, anzi per interposte persone. Nei suoi versi l’io certo non manca, anzi, potremmo dire che in alcuni casi è nevroticamente ipertrofico; ma non è mai riconducibile a quello dell’autore, di un autore. A parlare sono un’infinità di personaggi (anonimi o no), che – più che autoesprimersi liricamente – borbottano, bofonchiano, raccontano, divagano, delirano, chiusi in una loro affollata solitudine. I loro ragionamenti, contorti e avviticchiati, conducono non di rado a esiti comici, come nella fulminante Basta!, da Furistìr (1988):

 

E pu basta, a m so stòff,

l’è tott i dè cumpàgn, u n s nu n pò piò.

A m vì fè crèss i bafi!

 

(E poi basta, mi sono stufato,

è tutti i giorni uguale, non se ne può più.

Mi voglio far crescere i baffi!)

 

In Basta! (magistralmente recitata da Ivano Marescotti in Treno di parole) emerge in modo particolarmente chiaro – mi sembra – un carattere della poesia di Baldini che ho cercato di mettere a fuoco anni fa, recensendo Intercity: i suoi testi – anche i più lunghi e complessi – funzionano sostanzialmente come barzellette. Se l’avessi scritto del lavoro di un altro poeta, mi sarei preso qualche insulto, o peggio. Baldini, invece, mi telefonò per ringraziarmi. Sapeva quanto lo ammiravo, e aveva capito perfettamente cosa intendevo: i discorsi che lui mette in scena si annodano, si contorcono, si smarriscono, ma alla fine – comico o meno – arriva sempre uno scioglimento. La tensione – a volte fortissima – trova puntualmente una foce, una provvisoria liberazione. Il lettore non resta mai bloccato nei grovigli e nelle trappole del testo; quello scioglimento, d’altra parte, non è solo un botto finale a effetto: è il punto di partenza per una sorta di ricapitolazione, di ripensamento dei percorsi labirintici che l’autore gli ha fatto attraversare.  

 

 

Così, ad esempio, nel lungo monologo I dutéur (I dottori, in Intercity) il personaggio che parla, dopo aver divagato dal proprio rapporto con i medici al lavoro in età precoce, dalle Mille Miglia alla guerra d’Africa e molto molto altro, confessa che da un po’ gli prende “una gran commozione”: piange per tutto, per i bambini morti di fame alla televisione e per le “brutte cose” che succedono nel mondo, ma anche per i cantanti e le belle ragazze; finché – ecco lo scioglimento baldiniano –: “Ieri mattina, per dire, seduto qui,/ proprio qui, ho cominciato a piangere/ che stavo leggendo le estrazioni del lotto”. 

Una delle mie poesie preferite è I nòttal (I pipistrelli, in La nàiva), dove “interlocutori” del solitario di turno sono degli animali, i pipistrelli appunto, che hanno invaso di notte la sua stanza; lui, disgustato e terrorizzato, comincia a pensare a come liberarsene; ma a poco a poco, a furia di ragionare, crede di capirli, li compatisce, sente pietà della condizione in cui si trovano, si chiede come comunicare con loro: “E se gli dessi voce io?/ faccio altri sibili, come i loro, degli stridi, ma sottili,/ mi metto a parlare come loro. Adesso provo./ Se davvero qualcuno mi rispondesse?”.

Il nodo della comunicazione e del rapporto con gli altri – qui tematizzato – è un po’ al centro di tutta l’opera di Baldini, nella quale l’avvolgente familiarità del dialetto, dei nomi e cognomi di amici parenti conoscenti, dei luoghi noti, delle circostanze comuni, è come se facesse ossessivamente appello a un mondo rassicurante, naturalmente condiviso – nel bene e nel male – da chi parla e dai suoi potenziali ascoltatori, un mondo che non ha bisogno di spiegazioni; a questa insistente ripetizione di cose dolcemente scontate fa riscontro – sull’altro versante – uno smarrimento estremo, un totale spaesamento.  

 

Ma vogliamo dare qualche notizia sul poeta? Raffaello (Lello) Baldini è nato a Santarcangelo di Romagna nel 1924. Nel 1955 si è trasferito a Milano, dove ha lavorato per anni come redattore del settimanale “Panorama”. A Milano è morto nel 2005. Il suo primo libro di versi, E’ soliteri (Il solitario), lo ha pubblicato (a sue spese) nel 1976, quando aveva già 52 anni. A quello sono seguiti molti altri libri, tutti nel dialetto di Santarcangelo, da Furistìr a La nàiva, da Ad nòta a Intercity, che lo hanno fatto riconoscere come uno dei poeti più importanti degli ultimi anni. Un treno di parole ricostruisce – attraverso documenti e testimonianze – le fasi del suo cauto avvicinamento alla poesia. Particolarmente interessante è la messa a fuoco del suo rapporto con il teatro, o meglio del riconoscimento – da parte dell’autore – della originaria teatralità della sua scrittura. A raccontarlo è principalmente Ivano Marescotti, magnifico interprete (e ispiratore) di monologhi come Carta canta e Zitti tutti!, e tra i pochi a poter reggere in scena il dialetto di Baldini. Un’altra testimonianza tra le tante presentate nel film – tutte davvero vive e preziose – è quella di Gigio Alberti, che propone a Baldini di rimettere in scena il monologo in italiano. Il poeta accetta, a dimostrazione della sua distanza da quell’idea di intraducibilità che è propria di tanti autori in dialetto. In effetti, Zitti tutti! “tiene” anche in lingua; così come tengono le traduzioni d’autore, senza testo romagnolo a fronte, scelte e raccolte da Daniele Benati e Ermanno Cavazzoni (presenti entrambi in Treno di parole) in un volumetto appena uscito da Quodlibet, Piccola antologia in lingua italiana, che contiene anche una bella intervista inedita di Daniele Benati a Baldini, risalente al 2000. 

 

Nel suo partecipato Omaggio a Raffaello Baldini, che chiude il volume, Benati ragiona sul particolare uso del dialetto da parte del poeta, e indica alcuni possibili riferimenti letterari: Samuel Beckett (il primo a venire alla mente di chi legge, assieme a certo Kafka); e poi Edwin Arlington Robinson, Edgar Lee Masters (con la sua Antologia di Spoon River, popolarissima in Italia), e – per gli aspetti linguistici – Flann O’Brien. 

Pubblicare di Baldini solo le traduzioni italiane, senza testo a fronte, potrà sembrare un’operazione azzardata; ma a parte le argomentazioni dei due curatori, quello che convince è la loro sincera, entusiastica adesione alla poesia di questo autore, e l’intento – meritorio – di farlo conoscere a un pubblico più vasto. “Chi conosce Baldini – scrive Ermanno Cavazzoni nel risvolto di copertina – non finisce mai di rileggerlo; chi non lo conosce è ancora più fortunato perché avrà il piacere di scoprirlo e goderselo…”. 

 

Baldini revival? Che cosa bella e giusta! Rileggerlo anche in romagnolo, chi può, se no in italiano. 

A me, guardando il film, faceva impressione vedere le immagini di Lello da giovane, venti trenta quarantenne: ma che bell’uomo (direbbe uno dei suoi personaggi)! Per chi lo ha incontrato negli anni ’70 è quasi irriconoscibile. E pensavo: possibile che la faccia dei poeti debba sempre essere quella – offuscata, cascante, incanutita – del vecchio che è arrivato alla fama? Ma poi, in fondo, la bella faccia timida e fiera del Baldini degli anni ’30, ’40, ’60, non riuscivo a farla quadrare con le sue poesie che amo. Forse la vera giovinezza, la vera bellezza di un poeta, alla fine, sta nelle parole che ci ha lasciato. 

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