Essere amici

Cos’è l’amicizia? Cosa ci “fa”? Di cosa è fatta questa affezione, questo legame singolare e impalpabile che, almeno per noi occidentali, non si dà né come dovere né come diritto, si stabilisce in base a una libertà di scelta e di scegliersi che non accetta né intromissioni né obblighi, si sostiene sulla sua potenziale revocabilità, e ciò nonostante sembra costituire una chiave, se non la chiave, del nostro stare assieme? L’ultimo libro di Franco La Cecla, Essere amici (Einaudi) prende sul serio qualcosa che spesso tendiamo a dare per scontato, e che seppur pratichiamo in molti modi nel nostro quotidiano sfugge, come mostra anche l’ampio dibattito tra gli antropologi, a una definizione univoca. L’amicizia “accade”, vien da dire, è puro avvenimento, l’irrompere inatteso tra due persone di qualcosa – un volto, una voce, una sensibilità, una maniera d’essere, un modo di fare o, ancora, di esserci – che più che somigliarci, ci riguarda. Un accorgersi reciproco che ci coglie, e ci accoglie, riunendoci “qui e ora” intorno all’affiorare di qualcosa che passa necessariamente per una messa in comune, e senza la quale la vita non ha affatto lo stesso gusto.

 

Con Franco siamo amici. Lo dico non per evitare quei possibili malintesi che a lui piacciono tanto, ma per esplicitare il fatto che è attraverso questo legame che ho letto il libro, e che la lettura è diventata una maniera di reiterare e prolungare quel serrato discorrere “sul mondo, sul vivere, su cosa avviene intorno” che ci accompagna ormai da molti anni. E qui il piano personale tocca quello più generale perché è questo insistente commentare, questo costante colloquio – i greci lo sapevano bene – in cui ci si scambiano parole “sapendo” l’uno dell’altro (secondo specifici registri), a delimitare per lui il “campo proprio dell’amicizia”. Questo sapere transitivo raccoglie le parole scambiate dentro un ambito condiviso dove adoperarsi, tra le altre cose, e come faceva Boetti, a rimettere al mondo il mondo con tutta l’attenzione necessaria verso i modi e le forme in cui la vita, la nostra e quella degli altri, quella con gli altri, si esprime e si reinventa di continuo.

 

Opera di Joaquin Sorolla.


L’amicizia, in altre parole, come una maniera di “installarsi nel mondo”, di fare corpo con esso, tessendo legami non solo tra persone, ma anche tra queste e le altre innumerevoli forme di vita – piante, animali, foreste, fiumi, etc. – che le circondano (e qui l’etnografia amazzonica più recente è una fonte piena di sorprese). C’è in questo approccio molto dell’idea di antropologia che La Cecla pratica da tempo e della curiosità che lo anima. Curiosità che si traduce in un percorrere il mondo seguendo una geografia che riflette e si riflette anche nel respiro delle amicizie, nelle loro oscillazioni, nel contributo che possono dare nel rendere familiare lo stare – per quanto momentaneo – in territori sconosciuti e inconsueti, e in questo modo fare della “vastità del globo qualcosa di conoscibile, di percorribile”. Memore del fatto, come scrive Maria Zambrano in Chiari del bosco, che la vita in fondo non è fatta di parti, ma di luoghi e di volti.

 

Nel carattere situato che permea l’amicizia come “una vicinanza scelta”, c’è un’eco di quella particolare espressione della facoltà di abitare che altrove La Cecla ha chiamato “mente locale” (Eleuthera, 2011), intesa come la trama di significati che si disegna nello scambio continuo e reciproco tra noi e il mondo in cui abitiamo e che, soprattutto, ha a che fare con le condizioni che rendono possibile o meno “l’aver luogo” della vita in comune, del vivere bene assieme da qualche parte. Rispetto all’Atene del del IV secolo a. C., quella in cui Aristotele sottolineava questo aspetto dell’amicizia (nell’Etica nicomachea) le cose sono certo cambiate, ma fino a che punto? Perché c’è un carattere politico dell’amicizia come “condivisione di un progetto di buona convivenza” che interroga il presente e il ruolo che essa può giocare o meno nella tenuta (che non è affatto conservazione) del tessuto quotidiano di una società. L’ampia casistica di cui si parla nel libro mostra le sostanziali differenze nei modelli di amicizia osservabili nelle diverse società umane, e il potenziale di ambiguità – per esempio quello che si ritrova nella tensione amico/nemico – che a volte contiene.

 

Rispetto ad altre società e ad altri tipi di leganti (la religione, la parentela, etc.), lo specifico “occidentale” dell’amicizia sta oggi per La Cecla proprio in questo suo essere una “non istituzione” che nella sua fragilità e provvisorietà esprime tuttavia la condizione del legame libero tra due persone. E tra più persone? Qui il discorso si fa ovviamente più complicato, e anche insidioso, come ogni qual volta ad essere in discussione è la libertà come chiave “sia della definizione di individuo e dei suoi diritti, sia della reciprocità tra liberi che dovrebbe sostenere le radici più profonde del nostro mondo”. Forse potrebbe essere d’aiuto ricordarci del potere trasformativo – quella “misteriosa efficacia della relazionalità” di cui parla l’antropologo brasiliano Eduardo Viveiros de Castro – che l’amicizia ha su chi la pratica. E che paradossalmente diventa tristemente tangibile, per il vuoto che lascia, ogni volta che un’amicizia finisce. A dimostrazione che la responsabilità inscritta nel piacere di esserci reciprocamente riguarda innanzi tutto “la capacità di non farsi definire dai “fatti della vita”, ma di

definirli tutti come avvolti dai fili dell’amicizia”.

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