“Fatwa”. Che la legge maschile sia

Un paio di settimane fa è stato presentato al cinema Trevi di Roma Fatwa, del regista tunisino Mahmoud Ben Mahmoud (La Traversata, Les Siestes Granadine, Le Professeur), vincitore del Saad Eldin Wahba (premio come migliore film arabo) al Cairo International Film Festival 2018 e del Tanit d’Or come miglior film al Cartage Film Festival 2018. Piccolo film asciutto e duro, capace di catturare l’attenzione e di disturbare lo spettatore. Piccolo solo perché racconta con straordinaria concentrazione una vicenda ordinaria e tragica che si svolge a Tunisi nel 2013, ossia due anni dopo l’inizio della “rivoluzione dei gelsomini”, che ha cacciato il dittatore Ben Ali dopo più di vent’anni di un regime che ha portato il paese allo sfinimento. L’anno è importante, sottolinea l’autore, perché da allora in Tunisia le cose sono un po’ cambiate. Nel 2013 le tensioni tra le forze democratiche e progressiste e quelle islamiste sono state elevatissime e hanno portato, nel 2014, alla caduta del governo guidato da Ennahdha, il partito islamista moderato, in modo incruento. Nel 2013 sono stati uccisi a Tunisi due esponenti di partiti di opposizione a Ennahdha che, tra le altre cose, è tutt’ora al governo insieme a un’altra forza di coalizione, se così si può chiamare Nidaa Tounes, partito, almeno formalmente, democratico e progressista, che ha accettato strategicamente il confronto con Ennahdha. 

 

 

Il film di Mahamoud si apre con il ritorno a Tunisi di Brahim (l’intenso Ahmed Hafiene, vincitore del Cartage film Festival come miglior attore, che molti ricorderanno per avere impersonato Hassan in La giusta distanza di Carlo Mazzacurati) da Parigi, dove vive. Il ritorno di Brahim è dovuto alla morte del giovane figlio Marouane, apparentemente per un incidente di moto. A Tunisi Brahim incontra l’ex moglie e madre del figlio, Loubna (la grande presenza scenica di Ghalia Benali) deputata e intellettuale impegnata per la causa delle donne, radicale e perentoria come le nostre femministe degli anni ’70. Le tensioni tra gli ex coniugi, spesso molto elevate, si trasformano in solidarietà quando Brahim, che non si accontenta delle sciatte spiegazioni ufficiali, da un lato, e che cerca di lenire i propri sentimenti di colpa verso un figlio trascurato, dall’altro, tentando di capire, attraverso gli oggetti appartenuti a Mouruane, le parole degli amici e delle ragazze, chi fosse. Si accanisce così su una pista e per un po’ diventa una sorta di eroe noir: solitario, dolente, non creduto. Rapidamente Brahim si rende conto dei legami del figlio con un gruppo di islamisti salafiti con contatti internazionali. Lo stesso gruppo ha lanciato una Fatwa, come prevede la Sharia, nei confronti della madre di Mouruane a causa del suo libro Haram (sacrilego). Mouruane viene così ucciso al posto della madre. La Fatwa, che non può essere fermata e che infatti continuerà anche dopo lo svelamento della verità, ricade su di lui. 

 

 

Dopo l’inizio della primavera, salutata in occidente come una sorta di ’68 arabo, il radicalismo islamista è diventato in Tunisia un problema drammatico. Habib Bourghiba, padre della moderna Tunisia, era riuscito a portare fuori il paese dalla condizione di protettorato francese e a proclamare, a metà degli anni ’50, la Repubblica. Dittatore illuminato, tra molte contraddizioni aveva inaugurato una stagione di modernità e di laicità. L’islam restava la religione di stato ma il potere religioso era molto ridimensionato e, giusto o sbagliato che fosse, banditi i suoi simboli dai luoghi pubblici, primo tra tutti il velo. A nessuna donna era concesso di indossarlo durante il governo di Bourghiba e nemmeno durante quello, infelice e corrotto, di Ben Ali che a metà degli anni ’80 gli era succeduto con la complicità (anche) dei servizi segreti italiani. L’avvocato Bourghiba aveva modificato radicalmente il diritto di famiglia, sostituendo il divorzio al ripudio, bandendo la poligamia e legalizzando l’aborto con una legge straordinariamente moderna che dava grande potere alle donne, otto anni prima degli Stati Uniti e venti prima dell’Italia. Dal ’57 le donne tunisine hanno potuto votare. Cambiamenti che non hanno visto eguali negli altri stati arabi dove le donne dovevano sottostare alla legge del Hijab (velo) e dunque alla Sharia, in vigore in Tunisia anche durante il protettorato francese. Già durante l’epoca di Ben Ali il radicalismo islamico si faceva sentire, complice la profonda crisi economica e i guasti di un governo avido e corrotto, oramai lontano dalla gente. Contro il quale nasce nel 2011, proprio in Tunisia, la primavera araba, rivoluzione tenace, determinata e incruenta, vista di buon occhio persino dall’esercito, il cui allora capo di stato maggiore si rifiuta di usare le armi sulla folla e dichiara di voler osservare strettamente, anche in quel periodo critico, la costituzione.

 

Nel giro di poche settimane Ben Ali è costretto a fuggire e inizia per la Tunisia, estenuata e insieme felice, una durissima e laboriosa transizione tutt’ora in corso. A fronte della guadagnata libertà di parola, di stampa, di lotta per le conquiste civili e sociali, il paese si ritrova a fare i conti con la povertà, la disoccupazione altissima, il lascito di degrado e corruzione del regime rovesciato. Nonostante un livello di impegno civile e sociale elevatissimo, la Tunisia non solo non ha ceduto alle lusinghe della violenza in ogni sua declinazione (non per niente è stata dichiarata premio Nobel per la pace nel 2015), ma ha mantenuto un fronte aperto e continuo nella lotta al terrorismo islamista, dentro e ai confini del paese. Ne è un esempio il presidio di Ben Guerdane, città al confine libico, dove a marzo 2016 è stato respinto un attacco jihadista meno famoso di quelli di Sousse e del Bardo di Tunisi ma non meno sanguinoso (più di 50 civili uccisi), seguito da una battaglia che ormai fa parte della storia del paese, in cui hanno combattuto militari e civili insieme, senza distinzione di età o sesso. La democratica e giovane Tunisia deve adesso fare i conti non solo con la crisi economica che morde dolorosamente, ma con i venti di radicalizzazione che continuano a soffiare, anche se un po’ più controllati nell’ambito del paese, sebbene la Tunisia sia uno dei maggiori esportatori di combattenti per la jihad. Certo, ciò è anche figlio della crisi, della povertà e della disoccupazione giovanile che mina le speranze in un paese perlopiù composto da giovani. E vale anche per la Tunisia quello che diceva Gramsci a proposito di mostri che nascono nel varco (l’abisso?) tra il vecchio e il nuovo. E’ proprio quando l’investimento libidico è meno saldo, meno ancorato ad oggetti definiti, che è più alto il rischio che emerga la violenza.

 

Il regista Mahmoud Ben Mahmoud


E poi c’è la questione delle donne, che sono state e sono un cardine centrale per la rivoluzione e per il cambiamento. Passeggiando per Avenue Bourghiba, paradossalmente proprio adesso, è possibile vedere molte donne indossare il velo. Per scelta religiosa, come segno identitario portato con fierezza, ma anche per paura. E’ frequente vedere una donna che, sopra abiti occidentali molto cool, arrivando all’aeroporto di Tunisi, indossi il velo. Sì, perché nonostante nel 2017 sia stata approvata dal parlamento tunisino una legge per la lotta contro la violenza di genere, acclamata dall’occidente, e che va a sostituire la regola del codice penale grazie alla quale l’aggressore godeva dell’immunità subordinata al matrimonio riparatore, la violenza e gli abusi sulle donne in Tunisia sono altissimi. Subito dopo l’inizio della rivoluzione, Ennhadha ha tentato di riportare il paese indietro di decenni e di introdurre nella nuova costituzione la “complementarietà” tra uomini e donne, secondo la legge coranica, leggi: “l’uomo lavora e la donna sta a casa”. La risposta è stata una storica manifestazione che ha visto le organizzazioni femminili, le donne, riversarsi nelle strade per protestare, il 13 agosto 2012, data che da allora celebra la festa delle donne tunisine, oltre all’8 marzo.

 

La democrazia adesso permette questo, ma lascia anche più spazio agli islamisti che, per vie istituzionali o meno, tentano di minare la laicità del paese e di relegare le donne a condizioni arcaiche patriarcali. Per questo non c’è reale possibilità, il movimento femminile e femminista in Tunisia è troppo potente e organizzato, le donne troppo coraggiose e determinate. E allora si ricorre alla Fatwa, letteralmente “interpretazione” della legge coranica, applicata arbitrariamente, che non è solo violenta ma vile, per punire chi osa, le donne che osano, come accade nel film di Mahmoud, collocarsi altrove rispetto a dove gli uomini le vogliono. E per questo pagano con la vita, anche se nel film è il figlio a morire, cosa che rende la Fatwa, se possibile, ancora peggiore e abietta. Mutatis mutandis, non è quello che succede anche da noi?     

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