Gabi disparue

Karl è appena andato in pensione, lasciando senza rimpianti la scuola dove per decenni ha insegnato. Abitudinario, avvezzo alla solitudine, si dispone alla nuova vita pianificando un intenso programma di letture; rispettarlo gli risulta però alquanto più ostico del previsto. A seguito di un’estemporanea incursione su Facebook entra in contatto con una donna molto più giovane di lui, Gabi. Ha inizio così una storia d’amore tanto inattesa quanto asimmetrica: Gabi infatti ha un lavoro impegnativo, che le impone frequenti assenze; e sull’una e l’altra cosa ella mantiene una rigorosa riservatezza. Karl vorrebbe saperne di più, ma è costretto a rassegnarsi: non senza rendersi conto, tuttavia, che il loro legame ne è incrinato, perché la vita di Gabi è troppo diversa dalla sua. «La persona di lui, l’amore stesso sincero e indubitabile che gli portava, per lei erano solo una parte di un’esistenza ben più larga e disposta al possibile.

 

Per lui l’orizzonte si era aperto e si richiudeva con lei. Impossibile non prenderne atto, impensabile vivere come prima». Per ingannare gli intervalli, Karl riallaccia i rapporti con il quasi omonimo Carlo, un medico che gli era stato amico parecchi anni addietro. Il crescere della confidenza non basta a compensare il cruccio di una condizione vitale che l’amore per Gabi ha reso frammentaria. «Ogni incontro era bello, ma bello come può esserlo un ritaglio, un dettaglio dell’esistenza; era bello, ma niente di più, e ne derivava, almeno per lui, la sensazione di un vuoto che niente, nemmeno un’inverosimile convivenza, avrebbe potuto colmare».

 

La vicenda è ambientata a Stoccarda (dove De Marchi vive da una ventina d’anni); agli scorci della città e degli immediati dintorni – Karl va spesso a passeggiare su un’altura vicina, il Bopser – si alternano altre località del Baden-Württenberg, mete delle gite con Gabi: Tübingen, Schwäbisch Hall, il monastero di Maulbronn, dove a suo tempo studiò (e donde misteriosamente fuggì) il giovane Hermann Hesse. Nel corso di una conversazione con Carlo vengono rievocate le origini italiane di entrambi (il protagonista è italiano per parte di madre, l’amico è un italiano cresciuto in Germania con la madre vedova, risposata poi con un tedesco). Tra gli antefatti meno remoti, una breve avventura con la collega e coetanea Luise, dalla quale Karl – che ha alle spalle due matrimoni falliti – si tiene ora alla larga. Pochi i personaggi, nessun colpo di scena; la narrazione procede con ritmo regolare, seguendo le poche azioni e i molti pensieri del protagonista. Un effetto di silenziosa introversione è prodotto poi dalla tecnica di alternare, nei dialoghi, le parole degli altri personaggi e il discorso indiretto per le battute di Karl.

 

 

La definitiva sparizione di Gabi arriva come una conclusione annunciata, che non può in alcun modo sorprendere. 

Ma L’inseguitore è solo in parte, e forse solo in apparenza, la storia di un amore impossibile, di una passione fuori tempo massimo. Altri temi affiorano lungo il romanzo. In primo luogo, la percezione del tempo – o per dir meglio, il modo in cui gli eventi interagiscono con la durata, e dunque il mutare del senso del tempo con l’avvento della senilità: «nell’attesa di quei pochi momenti di felicità erogati con una sorta di regolarità dell’imprevisto, lui si sentiva legato al paradosso di non avere più prospettiva apprezzabile di tempo davanti a sé, e insieme però di averne a disposizione una mole inutile che giorno dopo giorno andava persa». Su tale sfondo, assume valore emblematico l’episodio della visita alla Michaelskirche di Schwäbisch Hall. Attraverso un vetro del pavimento della navata Karl intravede l’ossario della cripta, con le calotte dei teschi allineati: salvo uno, capovolto, che volge le occhiaie vuote in su, come se lo guardasse. Paradossalmente (ma a ben vedere, neanche troppo), l’amore per una donna giovane, ancorché sincero, intenso e condiviso, funziona come un appressamento alla morte.

 

In secondo luogo, a più riprese, e in varie differenti chiavi, si parla dell’attività della lettura. Leggere può essere, a seconda delle circostanze e degli stati d’animo, una scelta di vita, un’occupazione produttiva, un tentativo di fuga, un alibi: «Leggere era la sola cosa che potesse fare. Leggere permetteva di vincere l’immobilità del corpo senza muovere il corpo, era in fondo un agire senza agire, di più: era una distrazione non screditata, esente d qualsiasi scrupolo di coscienza, non era sognare ad occhi aperti o star con le mani in mano, era un’occupazione nobile – a prescindere, quasi, dalla cosa letta». In ogni caso, l’immagine della lettura è qui svincolata da ogni superficiale e frettolosa celebrazione: chi legge, lo fa sempre in mezzo a tante altre cose, e quello che conta è che l’insieme abbia un senso – o almeno, che ambisca ad averne uno. Leggendo, insomma, ci si può ritrovare o smemorare; ci si può concentrare o ingannare, costruire o perdere. 

 

La maggior forza del romanzo di De Marchi consiste nello stile: nella scrittura elegante e fluida, patinata di letterarietà novecentesca, eppure mai aulica o pretenziosa. E la storia che narra, a dispetto di quanto forse può risultare da un riassunto necessariamente frettoloso, è seria, ma non cupa. L’insieme assomiglia molto a una composizione cameristica, a una sonata per pianoforte, a un trio o a un quartetto. Come il terzo quartetto per archi di Robert Schumann, che a un certo punto Karl, in attesa di Gabi, ascolta due volte, tornando con la memoria all’infanzia e alla nonna italiana che gli parlava di musica. E quasi valore di mise en abyme ha il riferimento al brano dell’Adagio dove il violoncello «stempera con un breve pizzicato la tristezza degli altri strumenti». A ben vedere, il problema di Karl è di neutralizzare i pensieri «inutili, sterili, distruttivi» che ogni tanto insorgono, insidiando (anche?) la nuova fase della sua vita. L’irruzione di un sentimento prepotente come l’amore scombussola e disorienta; meglio sarebbe trovare il corrispettivo di quel pizzicato del violoncello. Ma come indovinare le corde giuste? Il quartetto di Schumann termina con un Allegro molto vivace. Quanto a Karl, il meglio che ci si possa attendere per lui sarà forse che ritrovi il piacere della lettura.     

 

Un’ultima considerazione sul titolo. Nessun dubbio che L’inseguitore sia una qualificazione del protagonista; meno scontato è che si riferisca solo alla distanza dall’oggetto amato, come se il tema della storia fosse Gabi disparue. In verità la condizione di Karl non è tanto quella di chi si metta all’inseguimento di qualcuno, quanto quella di chi è costretto a inseguire. Per intenderci: non un cacciatore, ma un ritardatario. Cosa che renderebbe ragione dell’intonazione complessiva di un romanzo pervaso di malinconia romantica, nel senso meno generico dell’espressione. 

 

Cesare De Marchi, L’inseguitore, Mondadori, pp. 212, € 19.

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