Gli Stati Uniti, Trump e l'aborto

Dal 20 gennaio 2017, Donald Trump è a capo della presidenza degli Stati Uniti, the Commander-in-Chief, guida di uno dei Paesi più influenti del globo. Per ironia della sorte, colui che (per il momento) viene riconosciuto come il Presidente destinato a godere del minor consenso popolare degli ultimi decenni, questo stesso uomo sembra parimenti destinato a essere l’unico leader politico che porterà effettivamente a compimento gli obiettivi e le proposte promesse ai propri elettori durante la campagna elettorale.

Trascorsi pochi giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca, il presidente Trump, fieramente seduto alla scrivania della Camera Ovale, ha firmato il primo decreto contro le politiche sull’aborto, un ordine esecutivo che costringe gli Stati Uniti a una drammatica restaurazione delle cose ante 2009, ovvero a prima che Barack Obama cancellasse tutte le norme che impedivano alle Organizzazioni Non Governative (ONG) internazionali di ricevere fondi qualora favorevoli alle pratiche abortive. Donald Trump non ha esitato a manifestare la propria posizione contraria (anzi, come affermano i suoi portavoce facendo ricorso a una retorica stantia e anacronistica, quella del presidente non sarebbe una posizione contro l’aborto ma una posizione a favore della vita, pro-life) e a bloccare dunque i fondi destinati a finanziare tale pratica, ristabilendo una legge che di per sé risale alla presidenza Reagan. Del resto, perché soldi provenienti dalle tasche di tutti i contribuenti americani dovrebbero essere impiegati a tale scopo? Perché usare fondi pubblici per sostenere una pratica a cui solo donne scellerate, insensibili e sicuramente dalla abitudini sessuali alquanto discutibili potrebbero fare ricorso? Sono queste le considerazioni che quasi con assoluta certezza una mente non politica ma imprenditoriale come quella di Trump (e credo che questo dato non sia affatto da sottovalutare) deve aver pensato.

 

Il tema dell’aborto, come è noto, è forse uno dei temi più dibattuti negli Stati Uniti, a partire dal caso della giovane ragazza texana, Norma McCorvey, passata alla storia con lo pseudonimo di Jane Roe, che fece ricorso contro una legge del Texas che a suo avviso violava la libertà individuale delle donne e il diritto a essa connesso di interrompere una gravidanza indesiderata. La giovane ragazza nel 1973 vinse la causa con sette voti favorevoli e due contrari espressi dalla Corte Suprema americana, attraverso una delle sentenze ancora oggi più studiate, criticate e controverse di sempre. A dimostrazione dell’attualità ancora stringente di questo caso, basti pensare ai termini utilizzati durante l’ultima campagna elettorale, che ha visto una coraggiosissima Hillary Clinton dichiararsi apertamente pro-Roe, cioè favorevole all’estensione del diritto all’aborto, mentre Trump si dichiarava pro-Wade, in riferimento all’avvocato che difese lo Stato del Texas durante la sentenza del 1970. Roe contro Wade, nel 1970 così come nel 2017.

 

Ciò che tuttavia ha colpito la mia attenzione – e che sta guidando la mia mano mentre scrivo questo articolo –, è la fotografia che cattura il momento della firma del decreto attuativo. L’immagine immortala il neo-presidente Trump mentre appone il proprio nome su un pezzo di carta che riporterà indietro di molti anni il Paese di cui è alla guida, verso una sorta di Puritanesimo restaurato; ciò che è impossibile non notare sono i sette uomini in giacca e cravatta disposti a semicerchio attorno a lui, compiacenti, e pronti a sfoggiare senza vergogna un sorriso di approvazione. Insomma, questa immagine restituisce una congrega di otto uomini pronti a legiferare in merito a una pratica che riguarda, non solo ma certamente in modo primario, il corpo di una donna; otto uomini firmano e decidono il destino delle donne.

Speravo, forse ingenuamente, che alcuni temi e slogan appartenessero a un passato che non doveva più tornare; lungi da me sostenere le posizioni di un vecchio essenzialismo che si esprimeva al suon di «L’utero è il mio e lo gestisco io». Quanto ho criticato, da giovane ricercatore immerso nello studio delle teorie femministe, le posizioni di chi ancora sostiene che uomini e donne siano “essenzialmente” diversi, perché abbiamo due nature diverse, due istinti diversi, due corpi diversi, e dunque anche due modi di pensare, o come diceva Virgina Woolf, due punti di vista diversi. Che bisogno c’è, mi domandavo, della militanza in un mondo globalizzato che, nonostante la resistenza di taluni, è per sua costituzione proiettato verso il futuro?

Provvedimenti come quelli presi dal presidente Trump non possono che costringermi amaramente a rivedere le mie posizioni. Uomini e donne ancora sono diversi, ma non perché nascono diversi, ma perché il pensiero malato di una certa politica ancora li disegna come diversi, e in questo processo di significazione le donne risultano certamente le più penalizzate.

 

Mara Cerri

 

Quella fotografia mi costringe ad ammettere che la società patriarcale è dura da abbattere, che la cultura che ha più o meno inconsciamente forgiato il nostro pensiero è dura da cambiare e che ogni minimo mutamento verso il progresso è minacciato dal suo contrario, dal ritorno al passato.

 

Il mondo globalizzato ha perciò ancora oggi bisogno di sostenere a gran voce quella posizione che negli anni Ottanta Gayatri Spivak chiamava, attraverso una felice definizione, essenzialismo strategico. Pur riconoscendo i limiti del biologismo e dell’essenzialismo, bisogna parimenti riconoscere, affermava Spivak, come entrambi abbiano rappresentato e ancora rappresentino un errore necessario: sarebbe difficile per un soggetto individuale e complesso rivendicare diritti sociali, civili e politici fondamentali; al contrario, tale lotta diviene molto più praticabile su un terreno che vede schierato un gruppo compatto che sacrifica momentaneamente la propria singolarità, l’unicità della propria esistenza e dei propri desideri, in nome di un’astratta eguaglianza. Evidentemente, a un livello più profondo di analisi, nessun individuo potrà mai “essere” un uomo o una donna; l’identità, per certi versi (e come la psicoanalisi spesso ci ha insegnato) non appartiene neppure all’ordine dell’essere, e tali definizioni sono solo il risultato di un pensiero rigido e semplicistico. Tuttavia, è necessario ancora oggi fare ricorso a un concetto essenzialistico di Donna (e non a caso scrivo questo termine con la lettera maiuscola) perché sono ancora molti i diritti negati a coloro che “nascono donne”: l’aborto, la contraccezione, l’assistenza durante e dopo la gravidanza, ma anche tutele e parità per l’accesso al mondo del lavoro, uguale salario ecc…

Le decisioni prese dal presidente Trump non possono fare altro che richiamare con un poco di rammarico alla nostra mente l’attualità di queste riflessioni, che al contrario avrebbero dovuto apparire ormai datate.

 

Credo fermamente che l’aborto, prima ancora che essere considerato come una pratica medica, chirurgica, debba essere considerato privilegiando il punto di vista etico, di un’etica però laica, non teologica, non contaminata dalla pericolosità che si accompagna a ogni forma di ideologia. Credo che debba essere affrontato con una mente libera da pregiudizi e con lo stesso acume e sofferta freddezza con cui lo ha approcciato, nell’ormai lontano 1975, Oriana Fallaci nel suo straordinario Lettera a un bambino mai nato, inscenando i dubbi, le contraddizioni, i sensi di colpa che attraversano la mente di una donna e di una madre. Credo che la questione non debba essere posta nei termini del giusto o dello sbagliato; ci saranno sempre frizioni tra coloro che elencano pro e contro dell’aborto.

L’aborto è prima di tutto una scelta, forse la scelta più drammatica e sofferta che un individuo può prendere. Che una donna può prendere.

Credo pertanto che la questione debba essere posta in questi termini: nell’era contemporanea, vogliamo davvero negare a una donna la possibilità di scegliere? Vogliamo davvero controllare costituzionalmente e politicamente il suo corpo? Credo che quell’immagine, in cui otto uomini complici (quanto può essere pericolosa a volte, per non dire mostruosa, la complicità maschile?) insceni proprio questo: non la difesa della vita, ma il desiderio di controllo, il tentativo di ridurre la donna a una superficie priva di volontà e su cui ancora è possibile legiferare ed esercitare costrizioni e violenze.

 

Come interpretare del resto la decisione del presidente Trump di impedire a una donna di interrompere una gravidanza, alla luce delle direttive più generali che il nuovo inquilino della Casa Bianca ha affermato di voler dare alla propria presidenza (per esempio in materia di immigrazione e tutela della sicurezza nazionale)? L’abolizione della legittimità dell’aborto può essere davvero considerato un provvedimento che cerca di tutelare la vita del feto, oppure è un mero atto di controllo mascherato, con cui l’apparato governativo si sforza in ogni modo di esercitare il proprio potere?

 

Mara Cerri

 

La donna è, in un certo senso, una delle incarnazioni più anarchiche, e conseguentemente spaventose, della libertà. È quell’essere il cui corpo può simultaneamente generare e togliere la vita; se posta nelle condizioni di poter scegliere, di poter esercitare il proprio indiscutibile diritto di scelta, una donna può essere artefice di nuova vita, oppure colei che rifiuta la vita. Negare alla donna questo diritto, significa procedere alla sua oggettualizzazione, alla riduzione della sua capacità di giudizio, di pensiero autonomo, costringendola in una società che la riduce a mero fine e ribadisce che il motivo del suo esistere nel mondo è quello di generare, di coltivare la propria maternità. Come tenere a bada questa erraticità, questo mistero insito in ogni donna se non attraverso una legge, ovvero attraverso un provvedimento che è diretta estroflessione del pensiero maschio-dominante? È triste dover constatare come, di fronte ai diritti delle donne, la violenza maschile riesca ancora oggi a colpire e a manifestarsi in tutta la sua crudezza.

 

Nolite te bastardes carborundorum: non lasciare che i bastardi ti schiaccino! È questa la frase che una delle ancelle protagoniste del romanzo The Handmaid’s Tales (1985) di Margaret Atwood incide con uno spillo poco prima di morire, nello scompartimento interno dell’armadio della sua stanza. Non lasciarsi schiacciare significa non permettere agli altri di prendere il controllo, lasciare che siano gli altri a guidare e a decidere la direzione e la meta. L’aborto rientra nelle possibilità che uno Stato, se desidera essere riconosciuto come civile, deve consentire, perché è ciò che garantisce il rispetto della donna, il rispetto della sua alterità. Se è vero che la maternità, l’atto della generazione, appartengono alla donna, ebbene, questi devono essere di sola sua proprietà, il che comprende anche il diritto per una donna di scegliere se avvalersi o non avvalersi di questi doni.

 

L’immagine che immortala il presidente Trump e i propri collaboratori (uomini) intenti nella firma di un decreto che regolamenta le possibilità di una donna e ne limita la capacità di giudizio, ci ricorda che i bastardi pronti a imporre la loro visione del mondo e la loro morale sono sempre dietro l’angolo.

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