Il tuo due per mille a doppiozero

Goliarda Sapienza: Lettere e biglietti

Esce oggi Lettere e biglietti di Goliarda Sapienza, per La Nave di Teseo, un libro di oltre 400 pagine che raccoglie le minute di missive e piccole comunicazioni che l’autrice di L’arte della gioia ha scritto dagli anni ’50 fino a poco prima della morte, nel ’96.  I destinatari sono molti, quasi una novantina, dai nomi più conosciuti come Adele Cambria, Attilio e Ninetta Bertolucci, Sandro Pertini, Federico Fellini, Luchino Visconti, Cesare Garboli ai meno noti. Sono “lettere a”, non “lettere da”, sono la “brutta copia” che poi la scrittrice ricopiava e inviava. Le lettere sono ordinate, alcune non sono datate, in ordine cronologico per destinatario.

 

Goliarda ha scritto per gran parte della sua vita, prima degli anni ’50 ha scritto molto per altri, sceneggiature e soggetti, ma dagli anni ’50 in poi prende il sopravvento in lei la necessità di vivere di scrittura, di dedicarsi a un’esistenza dove muovere le sue personagge e i suoi personaggi. Alla sua morte molti manoscritti già compiuti giacevano inediti in un baule, solo alcuni erano stati pubblicati. Oggi, a 25 anni dalla sua morte, grazie al lavoro indefesso del curatore Angelo Pellegrino, tutti i manoscritti lasciati compiuti sono stati pubblicati: dal grande romanzo che l’ha posta all’attenzione di molta parte di mondo, L’arte della gioia, ai taccuini, alle poesie, il teatro, le molte nuove edizioni, e ora, infine, le lettere.  Ebbene, accanto alla sua attività di narratrice e poeta, accanto al suo scrivere quotidiano, al suo prendere nota di tutto quello che le passava vicino, che con gli anni diveniva l’unica attività a renderla felice – come si legge in una lettera a Enzo Siciliano “Non dico vivere perché ormai per me conta solo questo: scrivere” – c’era anche una scrittura privata, molto privata.

 

Lettere e biglietti ci racconta questa scrittura, e come Goliarda abbia scritto lettere per quasi tutta la vita. Grande era la sua attività epistolare che si declinava in lunghe missive come in brevi comunicazioni o telegrammi: aveva sempre un pensiero da comunicare a qualcuno, e non poteva aspettare l’incontro successivo o usar il telefono. Una dedizione che testimonia, qualora ce ne fosse ancora bisogno, il suo amore per la scrittura, la sua cura verso gli amici e i rapporti con le persone, la sua grande passione per la parola e, non ultimo, il suo rifiuto del telefono. Ostilità di cui scrive spesso per giustificare la sua assenza con la voce attraverso il cavo: “non sopporto più il telefono: quest’aggressione atroce di voci concitate che col favore che questo mezzo infernale gli concede – per spiegarsi: parlano perché sanno di non essere guardati negli occhi – agiscono sull’altro ogni pulsione inconsulta, irrazionale che può assalirli in tutte le ore. […] abbandono questo mezzo osceno che sotto l’apparenza di avvicinare le persone non fa che confortare le pigre solitudini onaniste di tutti questi figli del cinema e della televisione”.

 

In tale invettiva contro il telefono Goliarda mette tutta la sua dimensione privata e quotidiana: non ha Modesta, la protagonista di L’arte della gioia, come alter ego, non muove l’altra sé – che è poi sé e Maria Giudice, sua madre, insieme – non tiene le fila del suo ampissimo discorso narrativo che passa di libro in libro, di titolo in titolo: è solo Goliarda, o Iuzza, suo soprannome sin da piccina. In tal modo, in questa scrittura riservata, si misura con quel cappotto che è la vita che a volte le sta grande, a volte stretto, a volte non la copre abbastanza e in altre la soffoca, come ne scrive a Fleur Jaeggy, in una lettera non datata, «C’è qualcosa che non va. E questo qualcosa – lo so da anni – non è nelle persone, nelle cose, ma in me. Non ho la misura adatta per entrare in questo cappotto di vita, o mi stringe alle spalle o è troppo corto. Colpa della mia taglia». 

 

Nel misurarsi sempre con la vita, nel suo corpo a corpo con l’esistenza, le parole sono l’unità di misura e le lettere sono il mezzo per accorciare le distanze, di tempo e di luogo, tra lei e le persone che ama, riavvicinare tutti quei visi che vede mentre scrive, averli dinanzi almeno nelle parole, perché “la lontananza è veramente qualcosa di malsano, mutilante”, come scrive a Daniela il 24 marzo del 1973. Le parole, quando non definiscono più nulla e sono vuote, Goliarda non le vuole più e preferisce stare in silenzio e solitudine: «Perdonami ma preferisco perdere te e Gigi e Bianca e Franca piuttosto che stagnare in questo lago di parole sdrucite che non riescono più a vestire nessuno”, come scrive a Giulio Questi nel 1964.

Nelle lettere Goliarda tiene in piedi, crea, alimenta, il suo affetto e il suo interesse per le persone, incoraggia e chiede coraggio, si lamenta e consola, esprime amore e richiede vicinanza. Parla della madre, soprattutto a Citto Maselli, suo compagno per molti anni, della morte di lei. Scrive di lavoro, fino agli anni ’50 circa, del lavoro con Citto, del cinema, delle sceneggiature, del teatro, poi, con l’avanzare del tempo, della propria scrittura, della sua Modesta, degli “inferni editoriali”, come in una lettera ad Attilio e Ninetta Bertolucci dell’80. 

 

 

Ma ciò che tesse con un filo da una lettera all’altra, da un anno all’altro fino a formare decenni, è l’attenzione ai rapporti, la cura per le persone, il continuo sviscerare e parlare di accadimenti: precisare per rendere più forti i rapporti. Quelli che Goliarda chiama “garbugli” da sciogliere: «succedono negli animi degli uomini dei garbugli che, anche se è difficile e doloroso precisare, abbiamo il dovere di farlo per rispetto a noi stessi e alla nostra amicizia, a costo di tutto il travaglio e la fatica che questo comporta». Tuttavia ogni rapporto, ogni storia di amicizia è scevro di sentimentalismi, non ci sono mai toni romantici o smancerie, quanto un ragionare da testa a testa, con cuore e intelligenza, di fatto in fatto, dove l’umanità prevale su tutto, con una durezza costruttiva, un continuo scavo e lavoro anche nei sentimenti: «…come noi due sappiamo la nostra amicizia non è mai stata un divano comodo di semplicità e mollezza, ma una palestra lucida di scontro e volontà di “cercare”, “conoscere”, “sperimentare”», scrive a Piera Degli Esposti nel 1977. Le lettere e i biglietti di Sapienza sembrano la “cella-scelta” che si è creata con gli amici negli anni, quel luogo dove stare bene con persone che reciprocamente vogliono stare insieme, lontano da obblighi e società, molto più in là da inutili parvenze. La definizione “cella-scelta” è in una lettera ad Angelo Pellegrino del 1975, in cui descrive il luogo in cui si rifugiano a Gaeta, città scelta dalla scrittrice dove trascorrere i suoi anni di scrittura: «…dove nessuno può raggiungerti. Le celle-scelte sono i posti più liberi e vitali». 

 

Le descrizioni che fa delle città sono dei cammei assolutamente meravigliosi, in tre o quattro righe, dunque con un’occhiata, legge una città e la riporta dal grand’angolo al teleobbiettivo, da una panoramica al dettaglio, in scatti necessariamente precisi e lucidi, particolareggiati e definitivi: sotto la sua lente passano Gaeta, Positano («Non ti dico quant’è bella questa puttanella da quattro soldi, bella e arrossata malgrado la cipria bianca e l’aria distinta che cerca di darsi»), Milano, Roma, Parigi, Londra, Firenze e altre. Di Parigi scrive:

 

Parigi è sempre Parigi e cioè:

senza mattina

senza sera

sdolcinata

troppo grande

troppo turistica

troppo gentilmente efficiente

senza dolore

senza gioia

solo una punta di lugubre

sempre però “malinconicamente lugubre”

le coppie che si baciano

per strada come se leccassero

dei gelati

la loro chiarezza

di discorso

=NOIA

Voglio andare a Istanbul o in Africa.

 

Fa capolino una Iuzza, come spesso si firma, triste «Sono opaca e vuota», scrive a Citto Maselli nel ’50, battagliera alla ricerca di editori, agguerrita contro la psicoanalisi, ferita dagli amici che si allontanano, entusiasta di nuove persone incontrate, immersa nella scrittura, in procinto di viaggi, felice, di una felicità timorosa: «…io sono così felice, da quando ho incontrato Angelo, che a volte vorrei nascondermi per tema della vendetta degli dei, gelosi, sempre gelosi e vendicativi verso la felicità degli umani», scrive a Gaston Salvatore. Quella che tracima dalle righe in tutte le missive è una Iuzza ironica, lucidissima e acuta nel guardare alle cose; anche nei periodi di buio, di depressione, di “carenze di spiriti vitali”, la schiettezza e l’occhio vigile la accompagnano sempre. Nel governo dei sentimenti Goliarda vive senza mai sottrarsi alla vita, senza mai stare in difesa, senza mai rinunciare, senza mai cedere compromessi – «Non sono abituata ad accettare supinamente né me stessa né gli altri», in una lettera a Ignazio Majore del ’65 –.

Tutto ciò lei lo scrive di sé a Piera Degli Esposti, si descrive con la lucidità, la spietatezza, l’ironia che riserva a ogni altra cosa e persona, non si esime dal mondo, ma, grazie anche alla sua originalissima storia, si batte nel mondo con tutta la sua onestà e caparbietà:

 

Siciliana +

Cattolica +

Astratta +

Senza il senso del tempo +

Isolana +

Egoista (da solo 3 anni, da quando lavoro per me) +

Poco espansiva +

Poco gelosa (meno che in amore carnale fra uomo e donna) +

Anemica +

Vecchia +

… (aggiungi tu) =

Persona intrattabile e da lasciare…sola

 

La speranza è che i destinatari delle sue moltissime lettere, o chi le ha ereditate, possano farle conoscere, pubblicarle, metterle insieme e farle leggere a noi che amiamo così tanto tutte le possibili Iuzze e Goliarde che ne escono, così come i suoi interlocutori. Il lavoro di Angelo Pellegrino è stato preziosissimo, e lui ora, a chi gli chiede a cosa pensi guardandosi indietro, risponde: “Nei vent’anni e più che mi hanno separato dalla sua morte, ho portato a termine la mia missione di pubblicare tutte le opere che si presentavano compiute. Esistono in archivio, oltre a innumerevoli pagine sparse di grande interesse, basti pensare ai taccuini di cui è stata pubblicata soltanto una scelta, opere incompiute, articoli e scritti vari, che affido al lavoro degli studiosi che verranno. Riguardandomi all’indietro, per parte mia sono grato al tempo della vita che mi ha concesso di portare a termine il mandato di consegnare l’intera opera letteraria di Goliarda Sapienza al nostro patrimonio nazionale. Non è un pensiero sovranista. In Francia sono fieri di avere acquisito al loro patrimonio nazionale L’Arte della gioia solo per averla tradotta nella loro lingua”.  Sapere che il baule, figlio prodigo pieno di carte scritte che Goliarda ha lasciato alla sua morte, non sia vuoto, che ancora delle pagine scritte da lei potranno arrivare a noi la rende ancora più eterna, tutto il suo patrimonio già pubblicato parlerà per sempre di lei in attesa di poter leggere altre pagine sconosciute.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO