Il giovane nero con la spada

In simultanea con la mostra Le modèle noir, de Géricault à Matisse attualmente in corso al Musée d’Orsay di Parigi (lo sarà fino al 21 luglio prossimo), in Francia è uscito un progetto multidisciplinare del rapper di origini congolesi Abd Al Malik, intitolato Le jeune noir à l’épée (il giovane nero con la spada). Il progetto è insieme un récit poétique, un disco di musica hip-hop e uno spettacolo di danza messo in scena da Abd Al Malik proprio nelle sale del Musée d’Orsay ad inizio aprile con il coreografo e ballerino del Burkina Faso Salia Sanou.

 

Multidisciplinare il progetto di Abd Al Malik e multidisciplinare la mostra, a metà strada fra storia dell’arte e storia delle idee. L’intenzione dei curatori è quella di sovrapporre l’immaginario che emerge dalla rappresentazione delle figure di colore nell’arte visiva alle questioni estetiche, politiche, sociali e razziali che presiedono questa rappresentazione, il tutto su un arco di tempo che va dal 1794, anno dell’abolizione della schiavitù in Francia, ai nostri giorni. Tre in particolare le fasi storiche su cui si concentra la mostra: i decenni immediatamente successivi all’abolizione della schiavitù (1794-1848), gli anni della nouvelle peinture (Manet, Bazille, Degas, Cézanne), e infine l’epoca dell’avanguardia novecentesca, con la volontà di illustrare, attraverso queste tre fasi distinte, come sia evoluto il rapporto fra l’artista bianco che crea, e il modello nero che posa.

 

 

Uno dei dipinti esposti è la tela Jeune noir à l’épée che il pittore francese Pierre Puvis de Chavanne realizzò nel 1850. Nel quadro il modello è un ragazzo di colore raffigurato nudo, in posa plastica, una spada sulla spalla e un paesaggio di devastazione guerresca alle spalle (all’epoca del quadro, da due secoli, in Francia vigeva il code noir redatto da Jean-Baptiste Colbert, ministro di Luigi XIV, che fra le altre cose prevedeva come gli schiavi di colore non potessero portare con sé “né un’arma d’offesa né un grosso bastone”). “Stavo scrivendo una poesia sul tema dell’identità” ha dichiarato Abd Al Malik presentando il progetto, “e quando ho visto quel quadro d’un tratto tutto ha preso senso. C’è il blu, il nero e il rosso, in contrappunto al blu, al bianco e al rosso del tricolore. Questo ragazzo nero tiene una spada in mano, simbolo di libertà. Ho sentito la necessità di raccontare la storia di quel ragazzo oggi”.

 

Quel ragazzo, oggi, è un ragazzo appena uscito di prigione dopo aver scontato una pena per furto d’auto. Non ha nome, proprio come il giovane di colore con la spada, e un’identità tutta da costruire. Parte da qui il racconto poetico di Le jeune noir à l’épée di Abd Al Malik, pubblicato insieme da Flammarion, le edizioni del Musée d’Orsay et de l’Orangerie e la casa editrice Présence africaine. Si tratta di un disco breve, nove tracce per una durata complessiva di poco più di mezz’ora. In coda a quasi ogni canzone, due diverse stanze della poesia Bénédiction di Charles Baudelaire recitate dallo stesso Abd Al Malik. La relazione fra Baudelaire e il rap? “Il comune approccio”, e sono sempre parole di Abd Al Malik, “fra colui che ha reso bella la bruttezza e i rapper che hanno celebrato la strada”.

 

Abd Al Malik è un rapper che oltre a esplorare la forma e la poetica del rap ha sempre cercato di avvicinare quella forma e quella poetica alla tradizione della canzone francese classica. Nel suo curriculum spiccano le collaborazioni con il fisarmonicista Marcel Azzola e il pianista Gérard Jouannest, due storici collaboratori di Jacques Brel. Entrambi, Azzola e Jouannest, sono scomparsi da poco: nel maggio del 2018 Jouannest, nel gennaio scorso Azzola. In quest’ultimo lavoro Abd Al Malik rende omaggio in particolare a Gérard Jouannest nella canzone Strasbourg, che si presenta sotto forma di duetto fra il rapper e il pianista, e dove Malik si rivolge a Jouannest nello stesso modo in cui Brel s’era rivolto a Marcel Azzola in Vesoul cinquant’anni fa: chauffe Gérard! Chauffe maintenant! Il rap di Abd Al Malik è insomma un rap che non solo non teme di accostarsi in pagina alla poesia di un gigante come Baudelaire, ma che si presenta come il sottile filo di collegamento fra la grande tradizione della chanson francese e il canto delle periferie malate di oggi.

 

Et nous, migrants sans papiers

Ancien Congo, apatrides à nouveau

En aspirant à la justice, nous n'aspirâmes qu'au statut d'humain.

 

Così canta Abd Al Malik in Les invalides.

 

Noi, migranti senza documenti, ex Congo, nuovamente apolidi. Nel cercare giustizia, non aspiravamo ad altro che allo statuto di umani.

 

 

E ancora:

 

Et nous, Européens demain, Africains aujourd'hui

Citoyens illicites, couleur de peau anthracite

En aspirant à l'égalité, nous n'aspirâmes qu'au statut d'humain.

 

Noi, europei domani, africani oggi. Cittadini illegali, la pelle color antracite. Nel cercare uguaglianza, non aspiravamo ad altro che allo statuto di umani.

 

Il disco si apre con un preludio che Abd Al Malik dedica a Adama Traoré, un giovane uomo di 24 anni morto nel luglio del 2016 mentre si trovava in stato di fermo nei locali della gendarmeria di Persan, alla periferia di Parigi. Causa di morte stando alle autorità: un malore. Abd Al Malik si chiede: quale sarebbe stato il destino di Adama se non fosse stato nero e se non fosse cresciuto nei quartieri popolari? E aggiunge: “tengo a insistere su questo doppio fattore: ‘nero’ e ‘cresciuto nel quartieri popolari’. È come se l’identità sociale fosse strettamente legata al colore della pelle”. In questo Abd Al Malik pare sposare un approccio simile a quello già seguito pochi mesi fa da un altro rapper francese, Rocé, il quale, dopo anni di ricerche e grazie al contributo degli storici Naïma Yahi e Amzat Boukari-Yabara, aveva dato alle stampe un disco antologico intitolato Par les damné-e-s de la terre. Des voix de luttes 1969-1988, dove aveva raccolto canzoni di interpreti di una Francia minore, una Francia insieme sottoproletaria e luogo di approdo per gli immigrati provenienti dalle ex colonie, il popolo dei dannati della terra di cui aveva scritto Frantz Fanon nel 1961 nel libro Les damnés de la terre, volume da cui l’antologia curata da Rocé trae ispirazione. Nell’antologia Rocé ha esplorato i possibili punti d’incontro fra le lotte di indipendenza nelle colonie francesi d’oltremare e le rivendicazioni operaie degli anni ’70, nella speranza di restituire alle nuove generazioni di immigrati il polso di un’epoca in cui le lotte sociali miravano a cementare una fratellanza fra popoli oppressi e lavoratori sfruttati. 

 

 

Su questo doppio binario di lotta e di rivendicazione si muovono dunque due importanti opere di altrettanti rapper francesi contemporanei. Da un lato l’antologia di Rocé che si richiama al testo di Frantz Fanon e alle lotte anticoloniali, dall’altro il progetto di Abd Al Malik promosso da Présence africaine, la rivista e poi casa editrice fondata da Alioune Diop a Parigi nel 1947 con il sostegno di intellettuali e scrittori come Aimé Césaire e Léopold Sédar Senghor, ispiratori, con Léon Gontran Damas, del movimento della négritude. Vi sono dunque oggi in Francia dei rapper che non solo si fanno carico di raccontare il presente in tutta la sua urgenza, ma che si sforzano di strutturare questo racconto dentro una narrazione più ampia, che abbracci la cultura dell’esilio e della rivendicazione identitaria non solo attraverso la lente della ghetto culture tanto cara ai rapper, ma anche attraverso il confronto e la collaborazione con quelle istanze che combattono quelle stesse battaglie fuori dal ghetto.

 

Peau noire, coeur blanc, sang bleu

Y a que l'humilité qui m'émeut, moi

Etre ou ne pas être ?

J'ai grandi dans la misère

Mais au bout du tunnel, y avait de la lumière

 

Pelle nera, cuore bianco, sangue blu. La sola cosa che mi commuove è l’umiltà. Essere o non essere? Sono cresciuto nella miseria, ma in fondo al tunnel c’era della luce.

 

Per Abd Al Malik la salvezza, la luce in fondo al tunnel, è stata la cultura. “Per me creare è un atto di resistenza nei confronti di chi vorrebbe determinare la mia identità” ha dichiarato il rapper. “Tu sei un nero, e dunque… Beh, io dico di no. Tu sei un rapper, e dunque… E io dico ancora di no. Voglio essere libero di trasformare la mia vita. Creare è anche un atto di resistenza nei confronti della morte. Sono cresciuto in un luogo dove la morte era ovunque, e la droga pure. Se ne sono uscito, è grazie alla cultura”. 

 

Il progetto multidisciplinare di Abd Al Malik conferma, oltre alle qualità dell’autore e dell’interprete, come il rap sia ormai espressione matura e capace, quando vuole, non solo di strutturare il suo discorso politico e artistico ben oltre i confini del ghetto, ma anche di porsi su un piano di reale confronto con la cultura che, per così dire, fa sistema. Abd Al Malik l’ha capito, e la sua arte è uscita rafforzata dalla sfida, ponendosi come una reale e possibile emanazione trasfigurata della chanson classica, e dimostrando nel contempo come dall’incontro fra alto e basso, fra Cultura e sottocultura, hip-hop e rap avrebbero molto da guadagnare.

 

 

L’ultimo brano del disco di Abd Al Malik s’intitola Eux. Loro:

 

Vous savez, les deux pires ghettos sont la haine et la violence

Et ceux qui y vivent ont toutes les couleurs, toutes les apparences

Hommes, femmes, pas nécessairement du même milieu social

Je, vous, nous les connaissons

Ils disent toujours : "Eux"

 

I due ghetti peggiori sono l’odio e la violenza. E quelli che ci vivono ne vestono tutti i colori e tutte le apparenze. Sono uomini e donne non necessariamente dello stesso ambiente sociale. Io, voi, noi, li conosciamo. Sono quelli che dicono sempre: “loro”. 

 

E poi continua:

 

Souviens-toi, le Führer qui criait :

"Eux ! Eux ! Eux ! Eux ! Eux !"

Et aujourd'hui encore

Aujourd'hui en choeur

C'est repris dans des stades

Dans des stades olympiques

"Eux ! Euh ! Uh ! Uh ! Ouh ! Ouh ! Ouh ! Ou-ou-ou !"

Partout en Europe, c'est le cri de ralliement de tous les fachos

 

Ricordati il Führer che urlava: “Loro! Loro! Loro! Loro! Loro!” Oggi ancora, oggi in coro, lo si urla negli stadi. Negli stadi olimpici. (ndr: qui Abd Al Malik trasforma progressivamente il pronome ‘loro’ nel verso di una scimmia). Ovunque in Europa, è il grido di battaglia di tutti i fascisti.

 

Ils t'ont dit qu'ils peuvent pas accueillir toute la misère du monde

Mais combien de femmes violées ?

D'enfants noyés ?

Combien d'hommes, par l'esclavage mutilés ?

Mais eux. Eux ! Eux ! Eux ! Eux !

(...)

La haine, la violence, sans oublier le racisme

Et tout ce qui se finit en "-isme"

Sont pas des réponses

Pense. Pense ! Pense

Sache que Eux ! Eux ! Eux ! Eux ! Eux !!! Eux !!!

... c'est nous. Nous ! Nous

Eux, c'est nous

 

Ti hanno detto che non possono accogliere tutta quanta la miseria del mondo. Ma quante donne violentate? Quanti bambini annegati? Quanti uomini mutilati in schiavitù? Ma, loro… Loro! Loro! Loro! Loro! L’odio, la violenza, senza dimenticare il razzismo, e tutto quanto finisce in “ismo”. Queste non sono risposte. Pensa. Pensa! Pensa. Sappi che loro! Loro! Loro! Loro! Loro!, siamo noi.

 

Loro, siamo noi.

 

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https://www.youtube.com/watch?v=lPv4XZzJWAE

 

Salia Sanou danza il brano di Abd Al Malik di fronte a una riproduzione del quadro Jeune noir à l’épée di Pierre Puvis de Chavanne al Musée d’Orsay.

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