Il libro di un'isola

Nella storia dei Geoanarchici che sto scrivendo, ho dedicato diverse pagine all’americano James Kilgo. Kilgo non era un geografo, non era un anarchico, era decisamente credente e abbastanza conservatore e, in ogni parte di sé, si sentiva radicato nella vecchia cultura del Sud. I suoi riferimenti letterari, per intenderci, erano Wendell Berry e Faulkner, ma la sua scrittura è decisamente agli antipodi, semplice, senza increspature di stile, più vicina all’oralità dello storyteller di provincia che alle prove sofisticate del romanziere urbano. Eppure adorava Don DeLillo e Cormac McCarthy, era in corrispondenza con Jim Harrison e Derek Walcott, e in Georgia, dove ha vissuto e insegnato letteratura americana, è considerato uno dei più importanti scrittori dello stato, integrato nella Hall of Fame assieme a Flannery O’Connor e Martin Luther King. In America è considerato tra gli autori più significativi della nature writing, una vera galassia pulsante che, con nomi a noi forse più noti come Barry Lopez e Gary Snyder, dovrebbe allertare l’intellettuale eurocentrico dell’esistenza di un’esperienza filosofica e letteraria ineludibile. Ineludibile, ovviamente, per chi si interessi di natura, paesaggio, wilderness, e per chi pensa che la questione ambientale sia la priorità politica del pianeta. In questo senso, e certamente non solo, James Kilgo ha molto da insegnare a chi cerca di sviluppare un discorso sensato su terra e libertà.

 

Durante l’estate, per gli ultimi quindici anni, ho lavorato all’archivio manoscritto di Kilgo. Avevo cominciato nel luglio del 2003, a poco più di un anno dalla sua morte, e nel 2016 gli eredi hanno donato gran parte delle sue carte alla University of Georgia. Al 345 di Milledge Heights ad Athens resta ancora del materiale, ad esempio i diari e le lettere private. In ogni caso, ogni anno, mi capita ancora di scoprire qualcosa di nuovo, dentro qualche scatolone in cantina, nell’armadio del garage dove abita una famiglia di ghiri, tra le pagine di qualche volume rimasto chiuso per anni. Quando trovo qualcosa di nuovo lo porto di sopra, nello studio, dove ho raccolto alcuni oggetti personali e ordinato la stanza per ricostruire in modo verosimile il luogo di scrittura di Jim. Ma ormai il mio lavoro è finito e adesso che il destino materiale dei suoi inediti è affidato a un ente pubblico rispettabile, posso dedicarmi con maggior distacco a quello che secondo me lui aveva da dire. Tra i diari, ad esempio, ce n’è uno datato 2000 che raccoglie tutti gli appunti preparatori per l’Ossabaw Book. A quell’epoca Kilgo era già piuttosto malato, aveva un cancro alla prostata, e mentre ragionava su questo progetto gli venne offerto di seguire un amico in un safari hemingwayano in Africa. Kilgo partì, scrisse un libro luminosissimo, Colors of Africa, e pochi giorni dopo aver firmato sul letto di ospedale il “si stampi” delle ultime bozze, i famigliari spensero le macchine che tenevano in vita il suo corpo, e lui morì a 61 anni l’8 dicembre 2002.

 

@ Matteo Meschiari

 

L’Ossabaw Book non fu mai scritto. Fu abbandonato per l’avventura africana e oggi restano solo il diario e pochi appunti preparatori. La storia di questo libro che non c’è mi ossessiona da anni, un po’ perché l’ho sentito come un passaggio di testimone, un po’ perché continuo a chiedermi se non sia stato meglio così. Color of Africa, che è un libro immenso, non sarebbe mai esistito altrimenti, eppure Ossabaw, che è un’isola sulla costa della Georgia, non ha più avuto l’opportunità di diventare un luogo letterario. Quello che trovo veramente affascinante del diario, però, è che mentre nei libri pubblicati Kilgo cancellava ogni traccia del lavoro preparatorio, delle letture accumulate, della riflessione metaletteraria, qui invece è insistentemente presente il making of, le istruzioni per l’uso che l’autore si dà di volta in volta per avvicinarsi allo scopo. Come si può trasformare un luogo in un libro? Come si fa a tradurre un’isola reale in un’isola mentale? Come può Ossabaw, il suo terreno sabbioso, i suoi maiali selvatici, la sua storia precolombiana, la riserva naturale, le vicende umane recenti, la fondazione culturale di Sandy West, la marginalità geografica, il paesaggio non anonimo ma nemmeno eclatante, la vicenda personale dello scrittore, la malattia che stringe lentamente il cappio attorno al collo, come può insomma l’accidente, l’occasione, l’interesse periferico diventare una cosmografia insulare significativa per tutti? Come può l’ordinario diventare necessario? E come fa un sito a diventare segno?

 

@ Matteo Meschiari

 

Kilgo prende appunti, intreccia pagine di diario dei suoi vari soggiorni sull’isola a tuffi angosciati sulla brevità della vita, trascrive citazioni da libri di zoologia, botanica, geologia, antropologia, si chiede quale struttura, quale indice potrebbe dare al libro, quale immagine-chiave potrebbe conferire unità al materiale raccolto, riporta conversazioni con amici scrittori sul progetto, annota qualche aneddoto famigliare di poco conto. A ogni nuovo soggiorno Kilgo raccoglie impressioni diverse, a volte contraddittorie, e a ogni nuovo soggiorno cambia il suo sguardo, cambia il progetto, che slitta verso nuove ipotesi, verso nuovi vicoli ciechi. L’andamento è quello di un’esplorazione sempre in bilico tra paesaggio reale e paesaggio mentale, una laboriosa cartografia verbale che mentre raccoglie dati apre vuoti improvvisi, allarga lacune, frana verso il delta reticolare che caratterizza ogni lavoro incompiuto. Leggendo quelle pagine scritte a mano, così vivide, così in presa diretta sulle luci di un giorno che è esistito e che non potrà ripetersi mai più, sui pensieri di un uomo che si aggrappa alla scrittura per combattere la paura della fine, sulle descrizioni misurate, esatte, visibili delle terre e delle acque, mi sono chiesto più di una volta se l’Ossabaw book non fosse proprio quello, così com’è, quel centinaio di pagine incompiute così vere, così oneste.

 

Davvero bello, mi dico, ma a essere franchi, che cosa ci fa James Kilgo tra i Geoanarchici, lui che non ho mai conosciuto di persona e che se avessi pronunciato la parola “anarchia” in sua presenza mi avrebbe guardato da sopra gli occhiali di metallo con quei suoi occhi azzurro-ghiaccio come per dire “figliolo, attento a come parli”? La ragione per cui l’ho tirato in mezzo, credo, piacerebbe anche a lui. I Geoanarchici avevano un grande progetto in mente: rifondare la geografia sostituendo al modello cartografico tradizionale, autoritario, coloniale, un modello paesaggistico, più ancorato al corpo, all’universale sensibile, alla libertà esplorativa e cognitiva di chi si espone alla terra non per dominarla ma per acquisire dei modelli mentali ed etici coerenti alle dinamiche dell’ecosistema. In un mondo che si divide in negazionisti del cambiamento climatico, accompagnati da vastissime masse di indifferenti, e in cervelli che pur senza troppa speranza lavorano duramente per mostrare alle persone che il collasso dell’ecologia terrestre provocherà il collasso della mente umana, Jim prenderebbe la parola e dalle spiagge della sua Ossabaw immateriale proverebbe a convincerci di una cosa molto semplice: che nessun uomo è un’isola, che se una zolla è portata via dal mare, tutta la Terra è più piccola.

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