Il ritorno di Stanislaw Lem

Due uscite, in questi ultimi mesi, ci hanno fatto riavvicinare all’universo narrativo di Stanislaw Lem, grande maestro della fantascienza, noto soprattutto per il suo Solaris, ma quasi del tutto scomparso dai radar delle librerie italiane, forse perché ormai lontano dal gusto dominante. Ben vengano allora questi due volumi, Febbre da fieno, pubblicato da Voland e tradotto da quel Lorenzo Pompeo (anche autore della postfazione) che ricordavamo per la sua traduzione di Sotto l’ala dell’angelo forte di Jerzy Pilch, altro gioiello della narrativa polacca, in questo caso alcolica e non fantascientifica, anch’esso finito nel limbo dei fuori catalogo; e L’Invincibile, pubblicato da Sellerio con traduzione di Francesco Groggia e succosa postfazione di Francesco M. Cataluccio. Sperando che queste due pubblicazioni abbiano fortuna, ci auguriamo di vedere e rivedere altri titoli di Lem. Piccoli, grandi capolavori come Il congresso di futurologia, Cyberiade, Fiabe per robot, che Marcos y Marcos aveva già riproposto qualche anno fa. Ma la lista sarebbe lunga. Vedremo.

 

 

Stanislaw Lem, dunque, autore multiforme dal genio multiforme, che già ci confonde fin dalle note biografiche, qualora qualcuno volesse documentarsi. Su Wikipedia, versione italiana, leggiamo che Stanislaw Lem ha venduto ventisette milioni di copie dei suoi libri e questa cifra sembra scolpita nel marmo virtuale della Rete, perché non cambia mai. Quindi è come se nell’ultimo decennio non si fosse venduta una sola sua copia. Sui risvolti di Febbre da fieno leggiamo però di trentacinque milioni di copie e su Wikipedia in inglese, infine, di ben quarantacinque milioni di copie. Per quanto bassamente aneddotica, ma rivelatoria dell’interesse per la fantascienza in Italia, ridotta a passatempo per una minuscola nicchia di appassionati, questa storia di numeri ballerini se vogliamo scherzarci su è forse un segno dell’enorme, inclassificabile opera di Stanislaw Lem, autore affascinato dal caso, dalla proliferazione e dalle loro conseguenze. Una vita di scrittura al cui interno vi sono state sterzate e mutamenti dalla fantascienza classica al romanzo postmoderno, oltre a incursioni nella saggistica scientifico-filosofica.

 

Il caso, quindi. Questo il faro, tremolante, alla cui luce è possibile viaggiare dentro i due romanzi. Cominciamo dal più recente, Febbre da fieno, un giallo/non giallo del 1976 che appartiene al secondo periodo di Stanislaw Lem, di un autore ormai entrato a far parte del gotha della fantascienza, ma che da essa si era anche allontanato. Un giallo atipico, Febbre da fieno, ma allo stesso tempo classico, il cui detective (che in verità è un astronauta in disarmo) alla fine scoprirà il responsabile di una serie di morti all’apparenza inspiegabili, anche se non si tratterà di ciò che ci saremmo potuti aspettare. Più che divertirsi a smontare il genere, e a rompere il giocattolo e i suoi meccanismi, qui Stanislaw Lem mette in piedi un’indagine filosofica senza rinunciare alla fabula e all’intreccio.

 


Il risultato è un romanzo speculativo dai contenuti esplosivi, ma, come dicevamo, anche un giallo tradizionale, con tutti i suoi elementi al posto giusto, se non fosse che il risultato finale è leggermente diverso dalla solita zuppa. Potremmo parlare di “slittamento di genere”, di romanzo metamorfico che costringe il lettore in un sollucchero piacevole ma pruriginoso. Come andare incontro a qualcosa che sembra perfettamente normale, quasi prevedibile, abituale e consono, ma con la sensazione che le cose non siano più quelle di prima, siano diverse perché stiamo slittando piano piano, ma inesorabilmente, da un “genere” all’altro, giustappunto. Paradigmi che cambiano. Nuovi mondi in arrivo nel XXI secolo direttamente dall’anno 1976.

 

Nuovi mondi come Regis III, il pianeta verso cui è diretto L’Invincibile, l’incrociatore spaziale che dà il nome all’altro romanzo di Stanislaw Lem recentemente ristampato e decisamente più fantascientifico di Febbre da fieno. L’Invincibile è l’orgoglio della scienza e della tecnica. Niente nell’universo può scalfirne la corazza o arrestarne la marcia. Le sue armi possono fondere un pianeta, distruggere stelle, seminare morte e distruzione. Al suo interno, un equipaggio di astronauti super addestrati è padrone del suo destino. Eppure l’astronave gemella dell’Invincibile è scomparsa su Regis III, un pianeta insignificante, e bisogna capire come sia potuto accadere. Lo scopriremo pagina dopo pagina, seguendo soprattutto le peripezie di Rohan, un ufficiale che dovrà non solo far luce sul mistero, impelagandosi in una missione rischiosissima, ma che finirà anche lui per slittare da un paradigma a un altro.

 

 

L’Invincibile è un romanzo di avventura (del 1964, ma per niente datato) che, pur offrendo al lettore indimenticabili, movimentatissime scene di azione, è anche un testo filosofico con il quale Stanislaw Lem ragiona sull’arroganza dell’uomo. Forse non tutto l’universo è stato pensato per noi, ma il caso (ancora una volta) potrebbe aver modellato la realtà in modi nei quali la vita biologica semplicemente non è richiesta. E così su Regis III le forme di vita sono confinate negli oceani, perché sulla superficie del pianeta ha trovato spazio qualcos’altro. Una bizzarria evolutiva, senza dubbio, ma non più bizzarra della complicatissima concatenazione di eventi che ci ha portati a sfruttare e inquinare il pianeta Terra. In attesa di qualcosa che riesca a farci davvero cambiare paradigma e a farci slittare verso un sistema meno avido e autodistruttivo, auguriamoci adesso che per lo meno il caso e la proliferazione, dopo aver suggerito a Stanislaw Lem più di uno spunto per i suoi romanzi, suggeriscano a qualche editore italiano di ristampare tutte le sue opere.

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