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Il silenzio. Intervista con Milo De Angelis

Fino a pochi giorni fa il mondo sembrava oppresso da una pesante cappa di suoni e rumori. Nella clausura forzata di queste settimane, rimpiangiamo quel brulicare caotico di vita che riempiva le nostre strade e il silenzio ci appare come un macigno difficile da gestire, mentre il tempo si dilata in tutta la sua durata.

Ha dunque senso oggi riflettere su questa dimensione. E ancora di più farlo attraverso la poesia, una lingua che sembra avere un solo scopo: sfiorare, sia pure per un attimo e nella più grande economia di mezzi la parte essenziale e assoluta, e quindi silenziosa, della vita: “la nostra verità, la nostra ombra, il nostro segreto”, come ha scritto Milo De Angelis, poeta tra i più importanti e influenti degli ultimi decenni. 

 

Il silenzio che in questi giorni abita le nostre strade può essere l’occasione per riflettere su un silenzio più interiore, per indagare la parte più profonda di noi?

Da una parte ritengo di sì: la città vuota e metafisica si innesta perfettamente nel silenzio che regna da sempre dentro di noi e, guardandola dal balcone, mi sembra di celebrare delle tacite nozze con lei. Dall’altra però questo silenzio carcerario, non essendo nutrito dal gioco degli incontri e delle esperienze umane, può diventare soffocante e ha bisogno di incursioni quotidiane nella memoria per ritrovare il suo calore.

 

Hai spesso ripetuto che la parola poetica nasce dal silenzio. Spiegaci meglio…

La parola poetica è la più silenziosa tra le nostre parole. Vive nel bianco della pagina, s’interrompe prima di concludere la riga e respira di nuovo in quella successiva: morte e rinascita l’accompagnano sempre nel suo viaggio. È la più silenziosa perché viene da un luogo remoto, aspro, disabitato e compie un cammino lungo e solitario prima di affacciarsi sul foglio, un cammino a ostacoli, pieno di muri, dighe, posti di blocco e sbarramenti, nelle grotte più buie della nostra vita.

 

In che modo il silenzio abita la poesia?  

Quello poetico è il silenzio prima della battaglia, uno stato estremo di attesa e di tensione che prepara la parola imminente e la spinge nel suo volo, come gli attimi muti e brucianti di un tuffatore sul trampolino. 

 

La tua poesia nasce dalla frattura, o dalla collisione, tra silenzio e parola. È in questo senso che può dirsi tragica?

Tra il silenzio e la parola c’è un baratro. Non sono due luoghi confinanti. Non si arriva alla parola percorrendo una strada asfaltata e presentando i documenti alla dogana. Il sentiero si interrompe di fronte a un precipizio. Siamo lì, sul ciglio, guardiamo in basso e non vediamo il fondo. Guardiamo davanti a noi e non vediamo l’altra sponda. Ci guardiamo alle spalle e non troviamo più la via che abbiamo percorso. Non possiamo più tornare indietro. Dobbiamo saltare, dobbiamo affrontare un pericolo tragico, come dicevi nella tua domanda. Dal silenzio si arriva alla parola compiendo questo salto, rischiando la nostra vita. Un salto mortale, letteralmente.

 

Quanto è importante, nel tuo percorso, il silenzio tra un libro e l’altro?

È importantissimo. Guai se il secondo libro si riduce a proseguire il primo, a vivere di rendita sul suo stile. Il passaggio da un libro all’altro ripropone il passaggio dal silenzio alla parola: li separa un abisso. Dopo aver terminato il primo libro, siamo invasi dal silenzio, da un silenzio ancora più drammatico di quello in cui esso era nato. Abbiamo perso tutte le frasi, la nostra sorgente si è prosciugata e noi ci aggiriamo assetati in una regione ormai deserta. Dobbiamo trovare un’altra fonte, dobbiamo bagnarci nel fiume di un’altra opera. E questo fiume non scorre nei dintorni, non è immediato trovarlo. Occorre tempo e convalescenza. Occorre rinascere al fuoco di un’esperienza sconosciuta. Solo così potremo giungere al secondo libro, potremo concludere interamente il primo. Perché un libro non si conclude quando siamo giunti all’ultima pagina. Si conclude quando viene esaurita un’esperienza stilistica ed esistenziale, quando possiamo osservarlo con lo sguardo nitido e sicuro di una distanza integrale, la distanza tra due pianeti. Solo allora, in questo silenzio definitivo della voce, un libro finisce. Solo allora i versi scritti oggi resteranno fuori dal primo libro, non potranno più essere ospitati, troveranno un divieto d’accesso perentorio, una porta di ferro sbarrata e finalmente potranno deviare il loro corso nelle pagine di un’opera nuova.

 

 


“In noi giungerà l’universo, / quel silenzio frontale dove eravamo / già stati”, scrivevi in Millimetri, nel 1983. Come sono nati questi versi? E cos’è quel “silenzio frontale di cui parli?

Questi versi, come tutti i versi di Millimetri, sono nati senza preavviso, in una sorta di raptus creativo che sarebbe un eufemismo chiamare “ispirazione”, tanta era la furia che li incideva fisicamente sul foglio, come una coltellata. E il foglio in questione – lo ricordo bene – era quello di un quaderno blu scuro che portavo sempre con me, anche quel giorno sul tram numero 31, una vecchia linea ormai scomparsa, alla fine di viale Fulvio Testi, dove c’era il campo sportivo Pirelli. Forse fu proprio la vista improvvisa di quello stadio – dove avevo fatto tante gare di atletica da ragazzo – a dettarmi parole così urgenti, che si inchiodarono sulla pagina e che in seguito non ho più corretto, cosa rarissima nella mia scrittura di quegli anni e in particolare in Millimetri. Cosa fosse quel “silenzio frontale” è difficile dire. Difficile anche per chi l’ha scritto. La cosa certa è che in quel pomeriggio domenicale scese in campo un silenzio a cui non era possibile sottrarsi. Era un silenzio che mi sbarrava la strada, mi imponeva di fermarmi, non mi permetteva di attraversarlo e andare oltre. Stava di fronte a me, appunto, con la potenza di una diga e la vastità di un intero universo. E non era solo un universo presente e attuale. Era ricco di episodi, città, incontri, volti, ombre, stagioni, un universo che avevo conosciuto fin dall’inizio della mia vita e forse ancora prima: mi chiamava a sé con la voce imperativa di ciò che è accaduto una volta per tutte e non si lascia mettere in disparte, perché era quello il luogo che avevamo smarrito nel corso degli anni e volevamo a tutti i costi ritrovare, l’unico luogo in cui da sempre eravamo già stati.

 

In che rapporto stanno silenzio e invisibile?

C’è il silenzio tra due note e il silenzio di entrambe le note, diceva Nisargadatta. C’è il silenzio che ricorda la parola precedente e attende quella successiva, ma c’è anche un silenzio mistico che si distende all’infinito e non è più legato alla dialettica tra ricordo e profezia. Questo silenzio senza prima né dopo, questo silenzio propriamente assoluto – ossia sciolto da ogni vincolo cronologico – è quello in cui emerge l’invisibile. Lì possiamo metterci in ascolto della musica sotterranea che percorre i nostri incontri, possiamo vedere le presenze impercettibili che animano oscuramente ogni cosa e la percorrono con il loro respiro nascosto, mostrano infiniti mondi sotto la parte emersa del mondo. Forse non è un caso che la fotografia, arte silenziosa per eccellenza, punti all’invisibile di ogni oggetto e di ogni creatura.  

 

Il silenzio contiene in sé lo stupore, ma anche una specie di violenza, un po’ come l’oceano o una distesa sconfinata di neve…

Può contenere una specie di violenza, certamente, un trauma, una minaccia, un allarme che urla sotto la distesa muta della neve o emerge dalle profondità di un grande lago, qualcosa che preannuncia un evento selvaggio, sconvolgente, un mutamento essenziale di noi e del mondo, qualcosa che ci riempie di gioia e insieme di terrore, come quando da ragazzi camminavamo di notte sui tetti di qualche palazzo, attratti dal cielo silenzioso sopra di noi ma anche dal precipizio sull’asfalto, laggiù, su un lontano marciapiede deserto.

 

Quali sono i poeti che meglio hanno saputo tradurre il silenzio in parola?

Giacomo Leopardi, Gerard De Nerval, Novalis: poeti del buio legati agli spazi taciturni. In realtà la notte e il silenzio sono uniti da sempre, promessi sposi fin dall’inizio. Pensiamo ai lirici greci, a Saffo, ad Alcmane, ai versi meravigliosi in cui dormono le cime dei monti e le vallate, dormono le rocce, gli sciami, i mostri e gli abissi, si nascondono in fondo al mare illuminato dalla luna. Oppure ritorniamo a Torquato Tasso e ai suoi Madrigali, quando diventano muti i baci e i sospiri degli amanti e “ne la notte bruna / alto silenzio fa la bianca luna”. Oppure, nel nostro Novecento, pensiamo a Giovanni Pascoli, a Dino Campana, al Montale di Arsenio o di Notizie dall’Amiata

Questa notte consente a noi la pronuncia, ci permette di evocare, di “tradurre il silenzio in parola”, come tu hai detto. Ma c’è un’altra notte ancora più terribile e disumana. Prende il nome di tenebra ed è una notte senza scampo, senza la promessa di un’alba che verrà. È una notte sterminata, in tutti i sensi di questo grande aggettivo: notte senza confini che avvolge ogni cosa e al tempo stesso notte che ha conosciuto un immane massacro di esistenze, una strage definitiva. È la versione contemporanea delle antiche Apocalissi, dove mille profezie ci assicurano che trombe, cetre, scoppi e uragani sono soltanto un prologo. 

 

A questo proposito, qualcuno ha invocato la parola Apocalisse anche per i giorni che stiamo vivendo. In che modo la poesia può essere d’aiuto in momenti come questi?

La poesia rimane una fonte improsciugabile e anche in questo caso non si smentisce. Il libro che sto scrivendo è interamente dedicato al silenzio e mi piacerebbe chiudere il nostro colloquio con un testo tratto da queste pagine.

 

UDIENZA

 

E tu cominci a sentire, nelle parole che hai detto, il respiro

di quelle taciute: sono lì, sono lì, bussano alla porta

non se ne vogliono andare, restano ferme fino a sera, 

ti sfiorano il viso e si allontaneranno solo all’alba.

Restano lì e la stanza diventa un’aula di tribunale e tu

sei l’imputato. L’accusa è sempre la stessa: il silenzio.

Le attenuanti non contano: dovevi parlare, dovevi

tirar fuori la bestia, esporre il demone nero al pubblico giudizio,

mostrarlo alla primavera, spargerlo per il mondo, guarire.

 

(da Linea intera, linea spezzata, di prossima pubblicazione nella collana dello Specchio Mondadori.

 

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