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Ingozzati di connessioni, vuoti di fraternità

Dobbiamo decidere di diventare tutti fratelli per salvaguardare la terra, e di diventare fratelli con la terra, con la nostra “casa comune”, per salvaguardare noi stessi. Si può sintetizzare in questa maniera il filo rosso che porta Papa Francesco a scrivere, a distanza di cinque anni dalla Laudato si’, la nuova enciclica: Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale, ancora una volta con un esplicito richiamo al santo di Assisi. In modo conseguenziale, essa risponde a un’esigenza che interpella anche il pensiero laico: riflettere sul modo in cui quell’imperativo cruciale di “fratellanza universale”, che scaturisce dall’emergenza ecologica planetaria, stride con la constatazione che “la fraternità rimane la promessa mancata della modernità” (Francesco lo dice nella Lettera al Presidente della Pontificia Accademia per la vita del 6 gennaio 2019, Humana Communitas) o che, per dirla con le parole del predecessore Benedetto XVI, «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli».

 

Scolpita e sacralizzata nel motto della Rivoluzione francese del 1789, Liberté, Égalité, Fraternité, essa indica, da quella data, un modello laico e politico di fraternità, alternativo a quello di matrice religiosa e monastica che accomuna gli uomini nel “corpo” di Cristo e in una vita comunitaria chiusa: è la fraternità repubblicana, che unisce gli uomini per la loro umanità sociale. Un modello che, però, ha sostanzialmente fortuna fino al 1848, quando ancora, per esempio, sull’onda degli entusiasmi per i “moti” che hanno riportato la repubblica in Francia e dopo aver piantato un albero della libertà in Place des Vosges, a Parigi, Victor Hugo, durante la cerimonia, esorta solennemente la folla convenuta: “Adoperiamoci come uomini di buona volontà, senza risparmiare fatica e sudore. Diffondiamo nel popolo che ci circonda, e oltre, nel mondo intero, la simpatia, la carità, la fraternità”. Dopo di allora, ha ceduto il campo alla preminenza valoriale di libertà ed uguaglianza e alle controversie ideologiche che la loro difficile coesistenza ha originato. Rispetto ai risvolti giuridici e concreti che i diritti alla libertà e all’uguaglianza possono avere, il principio della fraternità è apparso politicamente inconsistente, per il suo lato sentimentale o squisitamente morale. Quando, poi, ha assunto un volto politico, nella storia occidentale, lo ha fatto nella manifestazione perversa di “fraternità chiuse” come il nazionalismo o l’estremismo o, addirittura, in quella che, in Le origini del totalitarismo, Hannah Arendt chiama “fraternità nell’abiezione” e che lega gli uomini omologati dall’ideologia e dal terrore, privati di libertà e individualità, nei regimi totalitari. 

 

 

Anche il filosofo neocontrattualista John Rawls, nel celeberrimo A Theory of Justice (1971), riconosce il ruolo secondario avuto dal principio di fraternità nello sviluppo storico e nella teoria della democrazia e pensa di aggirarne la debolezza politica, razionalizzandolo nell’idea “di non desiderare maggiori vantaggi, a meno che ciò non vada a beneficio di quelli che stanno meno bene”. Ma la provocazione intellettualmente originale dell’ultima enciclica di Francesco è proprio quella di riabilitare gli aspetti sentimentali e affettivi della fraternità e di sottolinearne la valenza politica che possono assumere nella nostra congiuntura storica. Parimenti, non dimentica di ricordare come la fraternità può puntellare e “offrire qualcosa di positivo alla libertà e all’uguaglianza” (FT, 103), impedendo a queste di degenerare in individualismo patologico o in sodalizio fanatico e intollerante. Secondo una linea di ragionamento non lontana da quelle tendenze “autocritiche” della modernità espresse dai padri della sociologia classica e che proponevano di tradurre e attualizzare il principio di fraternità con quello di comunitarismo o di solidarietà sociale, nella seconda metà del XIX secolo. Ma, oggi, la sfida da cui quella “promessa mancata” della modernità può essere ripresa, è proprio accettare l’altro messaggio che percorre tutta l’enciclica: la fraternità o è aperta e universale, o non è. O concerne e affratella una sola umanità, in un solo pianeta, o non è. Proprio interpretando esplicitamente le parole di Francesco su questo tema e che ora sono confluite nell’enciclica, è stato Zygmunt Bauman a dire, nel suo libro postumo Stanger at Out Door, che “la scelta tra la sopravvivenza e l’estinzione dipenderà in definitiva dalla nostra capacità a ‘vivere fianco a fianco’ nella pace, nella solidarietà e nella cooperazione, tra sconosciuti che non condividono necessariamente le stesse opinioni e gli stessi gusti”. Come avverte Francesco nell’enciclica: “Prendersi cura del mondo che ci circonda e ci sostiene significa prendersi cura di noi stessi. Ma abbiamo bisogno di costituirci in un ‘noi’ che abita la Casa comune” (FT, 17).

 

Lo stato agonizzante in cui oggi versa la fraternità, in un mondo paradossalmente iperconnesso mediante le tecnologie digitali, ne reclama allo stesso tempo l’urgenza. Le disuguaglianze, le discriminazioni, l’intolleranza, la minacciano e la indeboliscono. Indici del suo avvizzimento, secondo Francesco, sono le tensioni internazionali, la crisi della capacità regolativa del diritto internazionale, l’insorgenza di nazionalismi e sovranismi, la cultura dello “scarto” (non solo di rifiuti, ma di poveri, emarginati, disoccupati), l’atteggiamento ostile verso i migranti, i diritti umani non sufficientemente universali, le correnti di odio che attraversano la Rete... Ma, anche all’interno delle società più progredite e liberali e di “regioni” del mondo più integrate come l’Europa, è la pulsione del risentimento, la ruminazione vittimista, a fomentare nuove chiusure, divisioni, la risorgenza di razzismi e xenofobia, e quelle forme politiche populistiche e regressive che sviano dalla prospettiva, ormai ineludibile per la nostra salvezza, “di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale” (FT, 154). Rigenerare la fraternità nel mondo attuale significa rigenerare sia le relazioni umane e sociali, sia le relazioni internazionali, tenendo a mente, in un caso, il gesto del buon samaritano, in grado di mostrare “che l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri” e che “la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro” (FT, 68) e, nell’altro caso, che “una sana apertura non si pone mai in contrasto con l’identità” (FT, 148).

 

Ancora una volta, fungendo da tragico contraltare a un mercato planetario che non ha saputo finora suscitare sentimenti di fraternità, è stata la tragedia globale della pandemia a diffondere effettivamente “per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti” (FT, 32). La presa di coscienza delle interdipendenze globali cresce con il germe di un’etica della vulnerabilità che può finalmente integrare l’etica classica della virtù, che, pur denunciando l’egoismo, trascura di riconoscere l’importanza dell’umiltà, intesa come esperienza soggettiva della propria fragilità e carnalità. Questi due elementi possono effettivamente e simultaneamente concorrere, per la prima volta nella storia dell’umanità, alla nascita di una comunità planetaria e di una fraternità concretamente universale, che, allo stesso tempo, costituisce una novità e una Aufhebung delle due esperienze di fraternità storicamente compiute fino a oggi, almeno in Occidente: la fraternità cristiana e la fraternità laica repubblicana.

 

L’invito del Papa, con questa enciclica, è quindi a cogliere il kairòs del momento storico che viviamo e “recuperare la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni”, senza la quale “l’illusione globale che ci inganna crollerà rovinosamente e lascerà molti in preda alla nausea e al vuoto” (FT, 36), allineati, potremmo aggiungere, in uno sciame digitale di “io minimi”, come li definì tempo fa Christopher Lasch, dediti alla sopravvivenza in un tempo di incertezza e di collasso. Già da oggi le contraddizioni e le crisi del nostro tempo ci richiamano a una responsabilità più estesa e ci pongono immediatamente “davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanza” (FT, 69). Solidarietà o morte, simbiosi o morte, fraternità o morte. Nessuno si salva da solo, siamo tutti sulla stessa barca, ammonisce Francesco. Questa è la sola certezza del futuro incerto che ci attende. Un futuro che non possiamo programmare, ma nel quale possiamo scegliere un percorso. Il percorso della fraternità, con la libertà e l’uguaglianza. 

 

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